Le prime stagioni letterarie di
2001
di
Fausta Samaritani
Siccome c’era stato Raffaello, si doveva dipingere come Raffaello, siccome c’era stato Petrarca si doveva scrivere come Petrarca! Ma io smaniavo, tiravo calci: o che dovevo stare a fare? Il custode di un museo?
Queste
parole Palazzeschi le ha pronunciate in una intervista, pubblicata sul "Corriere
della Sera"
il 28 marzo 1971. Come autore, egli sfugge ad ogni nostra precisa catalogazione,
è anche futurista, è anche avanguardista, è anche naturalista, è anche simbolista,
vola in aria come la sua celebre, funambolica creatura Perelà, luomo
di fumo, immateriale, elemento irrazionale dentro una società parassitaria,
e se ne va con una risata. Dalle Stampe dell800, il suo personale
album di famiglia, esce questo ritratto della madre, Amalia Martinelli, umbra
di origine, che egli ricorda così:
A mia madre il garibaldinismo paterno era andato tutto nelle faccende della casa. Anche all’interno era avventurosa: un giorno all’altro cambiava sesso una stanza: la camera diventava salotto o il salotto camera.
Da
Il piacere della memoria esce invece la figura del padre, Alberto Giurlani,
ricco commerciante fiorentino di cui Palazzeschi scrive:
Non seppe che tacere, una volta
compreso che il figlio era perduto per quellaspirazione di unità e continuità
che ogni padre nel proprio figlio vorrebbe (pochi si allontanarono quanto
io mallontanai da mio padre), non pronunziò più una parola che suonasse
giudizio o rimprovero verso di me.
Per
non trascinare sui giornali il cognome paterno, Aldo adottò quello della nonna
materna Anna Palazzeschi, le cui favole gli avevano reso la fanciullezza
un giardino incantato.
Nella
Firenze fine Ottocento la vita scorreva serena per il giovane Aldo Giurlani:
la passeggiata domenicale alle Cascine, le villeggiature nelle armoniossissime
campagne fiorentine, le prime letture: I misteri di Parigi di Eugéne
Sue e Nanà di Emile Zola, romanzi scandalosi e proibiti, scovati a
dieci anni tra i libri del padre. Allalba del Novecento, con in tasca
il diploma di ragioniere, si trasferisce a Venezia, dove ha deciso di continuare
gli studi commerciali. Torna invece improvvisamente a casa, si iscrive alla
Scuola di Recitazione di Firenze, frequenta il coetaneo Marino Moretti che
chiama mio dolcissimo Do, e Gabriellino DAnnunzio al quale scrive:
Firenze è lo stagno! Legge molto ma in modo disordinato, debutta come
attore, scrive poesie. Il teatro fu il mio primo maestro e una vera scuola,
confesserà più tardi. A dicembre 1905 lesordio con il libro di poesie
Cavalli bianchi, che stampa a proprie spese, in 100 copie. La critica
si accorge di questa poesia simbolista del misterioso poeta fiorentino.
Sono versi straniati, ripetitivi, ossessivi, dove lautore non compare
mai in prima persona. Le variazioni linguistiche tradiscono lautodidatta.
Lanno dopo Palazzeschi abbandona la vita bestialmente randagia dei
comici di professione per dedicarsi interamente alla letteratura.
Pubblica
la Lanterna, in cui il suo riso dissacratorio contro la società borghese
fa la prima comparsa. Nella terza raccolta di poesie, Poemi (1909),
lautore si presenta come un vero personaggio fin dalla poesia di esordio,
un autoritratto ironico intitolato Chi sono? Spiegherà più tardi:
Sera dovuto passare tutto
il periodo risorgimentale, le rapsodie garibaldine, Vittorio Emanuele padre
della patria e tutta quella roba lì. Si era dovuto fare tutti noi una indigestione
tremenda di codesta roba: e allora si pensava alla semplicità, di tornare
alle espressioni puerili.
Palazzeschi
ricerca nei versi una genuinità francescana, quasi una verginità poetica.
Con la tosse ripetuta e asmatica della Fontana malata esprime il dolore
per la fine del poeta e amico Sergio Corazzini, morto a ventanni di
tisi. Nelle lettere a Marino Moretti parla delle sue letture, Myricae
e i Canti di Castelvecchio di Giovanni Pascoli, ma anche delle scorribande
tra decadenti di scuola francese e inglese, Oscar Wilde, Paul Verlaine, Dante
Gabriel Rossetti, Charles Baudelaire e il fiammingo Maurice Maeterlinck. E
in contatto epistolare con Guido Gozzano
che gli scrive: Benché lontane e diverse, la sua e la mia malinconia sono
sorelle.
La
stagione futurista si apre con la raccolta di poesie Lincendiario
(1910), edite in una collana diretta da Filippo Tommaso Marinetti, e in
cui esplodono le energie latenti di Palazzeschi. La sua poesia vuole dare
fuoco alla società, per darle nuova vita: esprime così un messaggio eversivo,
rivela una pulsione anarchica. Palazzeschi incarna il poeta disinteressato
che scrive per puro gusto. La canzonetta E lasciatemi divertire! per
Marinetti è una
magnifica insolenza, dove la poesia non è ridotta che ad un ebbro barbagliamento canzonettistico di sillabe in tutti i toni.
La
lingua, priva di senso, è un puzzle di rottami: asintattica, rovesciata, irregolare,
ripetitiva in un gioco infinito di varianti, su suoni onomatopeici stralunati;
una lingua non-lingua, fatta di avanzi, di cascami raccolti con ilarità innocente.
Palazzeschi
partecipa attivamente a famose Serate Futuriste. Nel 1911 pubblica Il codice
di Perelà che definisce il punto più elevato della mia fantasia.
Non è un vero racconto, piuttosto un monologo scoppiettante, intercalato da
un concertato di voci. In una città favolosa, governata dal re Turlindao,
arriva Perelà, un figlio del fumo, nato dentro un camino dalle tre madri Pena,
Rete e Lama, uomo di straordinaria leggerezza che si muove in assoluta libertà
e uccide il sublime e ogni altra solennità. Rovescia il mondo vecchio, ridendo
della folla di benpensanti_ catalogo di patologie dei rapporti umani_ dettando
nuove leggi in sostituzione di quelle esistenti che giudica
decrepite
e grinzose, una vera schifezza.
Accusato di un misfatto non commesso, è rinchiuso in una prigione dalla quale
fugge elevandosi al cielo: con Perelà, martire della leggerezza come
lo definisce Edoardo Sanguineti, lutopia lascia il mondo che è stato
incapace di accoglierla. Fratello minore di Perelà è LOmino turchino
della omonima favola per bambini di Giuseppe Fanciulli, pubblicata a Firenze
da Bemporad nel 1912, con disegni di Guido
Colucci. Disegnato su una cartolina bianca da una bambina, lOmino
crede di essere un impiegato delle Poste e un poeta. Ritagliato poi, e con
un filo di ferro sul berretto gallonato, entra in una compagnia di burattini
ma rifiuta di morire ogni sera sulla scena. Quando riesce a strapparsi filo
e berretto dice:
Nel mondo degli omìni ognuno
segue ciecamente le idee del proprio cappello, e soltanto chi ha il coraggio
di buttarlo via può cominciare a far qualcosa con la propria testa.
Nel
1913 Palazzeschi inizia la stesura de La Piramide, terminata nel 1926,
che rappresenta il culmine della sua esperienza avanguardistica. Escono sue
poesie e sue prose su "Lacerba", la rivista di Giovanni Papini e
Ardengo Soffici e, dopo qualche iniziale contrasto, anche su "La Voce"
di Giuseppe Prezzolini. A marzo 1914 Palazzeschi, con il pittore Alberto Magnelli,
si reca a Parigi, dove sono già Soffici e Papini. Nei caffè di Montparnasse
incontra Carlo Carrà, Umberto Boccioni, Fernand Léger, Guillaume Apollinaire,
Max Jacob, Amedeo Modigliani che instabile, inquieto, passava da una tavola
allaltra per un saluto senza sedersi a nessuna, il pittore Umberto
Brunelleschi, Picasso, Giuseppe
Ungaretti che ricorda:
un giovane biondo, magro, pallido […] con due piccoli occhi che erano frecce e due solchi nella fronte giovanile.
Tornerà
a Parigi più volte dopo la guerra e lì conoscerà Filippo de Pisis. Nella atmosfera
felicemente trasgressiva della
città, il poeta "provinciale" si abbeverava di nuove sensazioni
e di immagini: frequentava teatri, cabaret, esposizioni di pittura, vivendo
un inatteso senso di libertà.
Fausta
Samaritani
Scherzi
di gioventù e daltre età. Album Palazzeschi (1885-1974) a cura di Simone Magherini
e Gloria Manghetti. Prefazione di Gino Tellini. Firenze, Pagliai Polistampa,
2001.
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Marzo 2001
La
Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it