Letteratura e cinema. Continuitą e interferenze

Brusati, da Panzini Il padrone sono me!

IL PADRONE SONO ME! 2013
DAL ROMANZO DI ALFREDO PANZINI ALLA NARRAZIONE CINEMATOGRAFICA DI BRUSATI
di Mariangela Lando

Il Padrone sono me! è il titolo di una romanzo di Alfredo Panzini del 1922. L’autore dà vita a una narrazione, in parte autobiografica, a tratti intensa, ambientata, per la maggior parte del racconto, nell’ambito agreste contadino: lo scrittore ci presenta inizialmente il quadro di una società campagnola e paesana, colta in una serie di ritratti caricaturali particolari. In questo romanzo viene delineata dall’autore una caratteristica riscontrata anche in altri libri di Panzini, l’appartenenza a due mondi ben distinti: il mondo patronale e il mondo contadino. Nella parte iniziale l’autore presenta le due famiglie contrapposte da un punto di vista sociale ed ideologico: la famiglia contadina Mingòn con il figlio Zvanì; e dall’altra parte i cosiddetti Padroni con il loro figlio Robertino, il padroncino; è significativo il fatto che Panzini non attribuisca un nome specifico ai due proprietari terrieri, ma semplicemente li chiami Il Padrone e la Padrona, sottolineando una linea di demarcazione che, come avremo modo di scoprire durante la lettura del romanzo, è una divaricazione che invece correrà certamente su linee parallele, ma che si intersecano in diversi punti. Da un punto di vista autobiografico ne Il Padrone sono me! alcuni personaggi si possono identificare negli inquilini della reale casa rossa di Bellaria, tanto cara a Panzini e della casetta di Finotti, il contadino a cui Panzini era legato da una stima profonda. Il narratore-cronista è Zvanì figlio di Mingon il contadino che si può certamente identificare nel figlio di Finotti, Guerrino, a cui Panzini ha dedicato vari capitoli ne I giorni del sole e del grano, volume del 1929. Mingòn  si identifica certamente in Finotti. Questo è confermato dalle preziose dichiarazioni di Arnaldo Gobbi, presidente dell’attuale Accademia panziniana, che ha potuto raccogliere testimonianze certe, poiché egli è il nipote di Finotti.
Robertino, il figlio della padrona, è  il ritratto del figlio maggiore di Panzini, Emilio: anch’egli amava la vita da spiaggia possedeva una barca a vela, con la quale amava veleggiare, portando a passeggio le sue amiche villeggianti, che erano attratte dalla bellezza del giovane.
Leggendo dal romanzo, la descrizione fisica del Padrone si può ravvisare qualche punto di contatto con Panzini:

Il padrone era un pezzo d’uomo grande e grosso con una gran barba, e portava un cappello largo come il tagliere. Vestiva sempre di bianco ed era contento di stare in campagna perché in città doveva vestire di nero: ma per fargli il vestito ci voleva una vela da barca. Era un gran studiante, che aveva in mente i nomi di tutte le stelle e conosceva la luna meglio di tutti. Appena si entrava nella villa, si vedeva una cosa tonda che pareva uno di quei meloni con la rete; ed era invece, la luna vista da vicino, e sotto c’era scritto: mappa lunare, o faccia della luna pubblicata dal commendatore C…- che era il mio padrone- nell’anno 1891.

La foto che campeggia sulla copertina del romanzo raffigura un uomo alto, massiccio, amante della buona tavola, con il proprio tipico abbigliamento bianco e con il suo largo cappello: possiamo dire quasi con certezza che questo padrone sembra l’alter ego di Panzini.
Il film mantiene il titolo del romanzo, Il Padrone sono me! ed esce nel 1956; si tratta dell’opera prima di Franco Brusati, attore drammatico e regista esordiente. Tra gli attori ricordiamo Paolo Stoppa (Mingon), Albino Cocco (Zvanì), Myriam Bru (Dolly), Pierre Bertin (Il professore Padrone-Panzini), Andreina Pagnani (La Padrona) e Jacques Chabassol nella parte di Remo Girotti.
La critica ha parlato del contenuto del film come di un aspro ritratto della famiglia borghese di inizio Novecento. La narrazione cinematografica parte da un avvenimento-cornice che ritroveremo alla fine del film: la scena della rivolta dei contadini contro la famiglia di Zvanì, nucleo familiare che si è arricchito col passare degli anni, riuscendo ad acquistare la casa dei Padroni. Questo rovesciamento paradossale dei ruoli sociali, proiezione al futuro, anche se può disorientare lo spettatore alla comprensione della storia, permette poi al regista di preparare il terreno per lo sviluppo della vicenda. Anche nel film il punto di vista del narratore è quello di Zvanì.
Già dalle prime scene emerge la contrapposizione di questi due mondi: il mondo contadino rappresentato dalla famiglia Mingon e la famiglia patronale con il figlio Robertino.
L’amicizia che nasce tra i due bambini è assai valorizzata nel film e diventa il motore portante e il filo conduttore della narrazione cinematografica. I due fanciulli giocano, si divertono, crescono insieme; la loro appartenenza sociale è comunque sempre mantenuta e sottolineata con i gesti e il linguaggio dei protagonisti; Zvanì è figlio di contadini e come tale cresce, sapendo che il rispetto che dovrà portare alla famiglia patronale è doveroso, ma difficilmente comprensibile. Dall’altro lato Robertino riesce a fatica a comprendere come mai ci siano tutte queste differenze tra i due, e si domanda come mai, ad esempio, Zvanì abbia così spesso fame…e senta la necessità di sentirsi più a contatto con la natura, di correre.
Robertino ama il mare e la barca a vela, è piccolo, crede in una giustizia eguale per tutti, ma si renderà presto conto che la realtà è ben diversa: quando nella casa di Zvanì arrivano i briganti minacciando Mingon, il papà di Zvanì, Robertino, ignaro della visita che i malviventi avevano fatto in casa, ma avendone avvertito la presenza, corre immediatamente ad avvisare i carabinieri; la sua corsa però verrà fermata proprio da Mingon, (nella straordinaria interpretazione di Paolo Stoppa) e il fanciullo sarà costretto ad abbondonare l’idea di una verità, per altri impossibile da attuare e da rivelare. La famiglia Mingon preferisce tacere e sopportare le angherie.
Tutto ciò porterà Robertino a scappare di casa e a correre verso la spiaggia di Bellaria. Il fanciullo isserà la sua vela e spingerà la barca  fra le onde del mare. Le due famiglie si ritroveranno in spiaggia, con i genitori di Robertino disperati; a quel punto sarà proprio Zvanì, nel film gettandosi tra le acque, a salvare la vita al caro amico.
Tra le righe del romanzo si intuisce perfettamente che il carattere del patronus è  fondamentalmente bonario, è istruito culturalmente, ha a cuore l’educazione del figlio Robertino che però si dimostra assai monello e disubbidiente. Vive con una moglie molto decisa e risoluta e quindi è possibile riscontrare una somiglianza tematica tra Alfredo Panzini e il protagonista de Il Padrone sono me! Appare interessante in questo romanzo la contrapposizione tra i due stili di vita delle due famiglie. Da una parte quella del Padrone e dall’altra parte la famiglia contadina  Mingon. L’autore utilizza nella narrazione un linguaggio più articolato e un particolare connubio tra lessico colto e dialetto romagnolo. Numerosi sono i passi che denotano questa contrapposizione di stile di vita e di  linguaggio. Ecco alcuni esempi, significativi come espressioni di contrapposti contesti:

Mio padre era un buon uomo che si chiamava Mingon. Era il custode della villa e era molto bravo per le patate.
- Le patate più belle - diceva la padrona - mettile da parte per me.
- Che la dubiti mica signora -
Noi stavamo in una casetta vicino alla villa, che ci chiamavano con un fischio. Nella stalla si teneva una vacca mungona, per il latte della padrona.
Mia madre era una brava donna. Il suo nome era Maria ma tutti la chiamavano Mingona .
Era magra e sottile e non stava mai ferma dalla alzata alla calata del sole. […].

Quand’era mezzogiorno, io dovevo suonare la campana come si fa in chiesa. Quest’uso l’aveva messo su lei perché tutti venissero all’ora giusta.
-L’è giù la minestra? Domandavo io alla serva.
-Si, suona la campana, Zvanì,- mi diceva la gente:
Quello vedi è un bel mestiere, fare il campanaro! Cosa c’è oggi? Maccheroni? Capponi? Noi non abbiamo bisogno della campana.
Quando io portavo la minestra in tavola, dovevo dire forte: «La padrona è servita!» ma lei non c’era quasi mai, perché anche con la campana, veniva quando le pareva a lei.

Questa duplicità di linguaggio colto e dialettale viene espressa anche nel film; è soprattutto la moglie di Mingon a dimostrare una certa insofferenza per la vita che deve condurre, e non perde occasione per sottolineare il desiderio di un futuro migliore in cui, anticipando l’epilogo finale, pregusta il momento in cui sarà lei la signora di casa e saranno gli altri a doverle rispetto.
Per tutta la narrazione del libro Il Padrone sono me! Alfredo Panzini alterna episodi in cui sono evidenziati aspetti del mondo patronale, in cui si intuiscono una serie di privilegi che appartengono esclusivamente ad una classe privilegiata di inizio Novecento, e il racconto di episodi correlati di famiglie contadine, private sicuramente di tutti gli agi e il benessere dei ricchi, ma che, dignitosamente e con rispetto, portano avanti le fatiche quotidiane e che Panzini descrive come ambiente di vita ideale. La narrazione è sempre a focalizzazione interna, presentata e commentata in prima persona dal punto di vista del bambino Zvanì.
Il racconto, nella parte centrale prende una piega diversa con l’arrivo di una ragazzina, Dolly parente della Padrona, proveniente dall’America; la fanciulla, orfana di madre con un padre molto ricco, arriva a stabilirsi in campagna dai Padroni, viene a cercare aria buona vista la sua salute assai cagionevole. Ancora una volta Panzini darà vita ad una alternanza in questo caso tra due mondi  geograficamente ed economicamente molto lontani e fondamentalmente diversi.
L’America rappresenta la novità, lo straniamento, la diversità di stile di vita e di posizioni.
Lo scontro si intuisce già dai primi passi all’arrivo della fanciulla:

La aveva mandata qui da noi per la salute; anzi da prima il padrone non la voleva per paura che a Robertino si attaccasse la malattia […].
Non conosceva la nostra parlata, altro che per dire: - Via! Andare via!- alla gente che andava vicino alla Dolly e per dire male del nostro paese.[…] Per la pulizia era peggio che la padrona, e ci mortificava tutte le volte che ci vedeva:- Sporche strade, sporchi bambini, pecore sporche, tutto sporco!

Trascorsi molti anni, la contrapposizione tra il nuovo mondo, portato da Dolly, e le vecchie tradizioni a cui è ancora aggrappato l’ormai anziano e sofferente Padrone, si fanno maggiormente sentire:

La Dolly era tanto gentile con il padrone, e da principio voleva che lui venisse con gli altri su la spiaggia, e allora lo aiutava a mettersi a sedere,  gli offriva questo o quello e cercava di farlo stare allegro. Ma si sa, quando uno è ammalato, si stancano  tutti. E poi a lui certi discorsi che faceva là tutta quella signoria attorno a Dolly non li poteva sentire. Parlavano dell’Inghilterra, e che là non si può bere che limonate o gazzose, ma che poi nelle case ci si ubriaca finchè si vuole. Parlavano di una ciantosa che aveva sposato un principe romano; di un signore che voleva divorziare dalla moglie per sposare la suocera; di un duca che credeva di aver sposato una principessa ed era una ebrea polacca; poi dei cannoni, dei reoplani, delle mitragliatrici.
- Io capisco poco - diceva mio padre trascinandosi a casa il padrone; - ma sembrano tutta gente in festa.
- Sì Mingòn! La festa della morte.
Si fermava, voleva alzare le braccia, ma non ne alzava che una soltanto, e diceva:
- Le stelle precipitano, il sole muore, l’universo si liquefà!
- Ma no, sor padron! Potessi campare io quanto il mondo! E poi non siamo mica noi a portare il mondo. È lui che ci porta!
 - Sì, sì, ti dico. Il mondo precipita. Oh povero Robertino mio!

Nel corso della narrazione, cresciuti i protagonisti, Robertino si innamora di Dolly ma il suo amore rimarrà platonico, non verrà ricambiato totalmente dalla ragazza, se non attraverso qualche ammiccamento vezzoso e vanitoso di lei che invece preferirà la compagnia di giovanotti più adulti ed esperti, e finirà per sposare un ingegnere. Robertino rimarrà comunque sempre affezionato a questo sentimento e ricorderà spesso, durante i molti episodi di vita narrati, con grande emozione la donna amata.
Nel film l’arrivo di Dolly è l’asse portante, della parte centrale del film, a cui tutti i personaggi ruotano attorno: anche qui, in modo similare al libro, se durante la fanciullezza la ragazza, di qualche anno più grande rispetto a Robertino, infastidisce i due fanciulli soprattutto Robertino, durante l’adolescenza e la prima giovinezza i sentimenti di Robertino cambieranno profondamente.
La ragazza è molto bella e all’inizio sembra ricambiare l’affetto per il ragazzo: nel film la giovine matura un sentimento forte per Robertino, si affeziona molto a lui, continuando però a considerarlo un caro amico, più che un potenziale fidanzato; le cose precipitano quando lei decide di fidanzarsi con un giovane ingegnere americano, convinta che quella sia la strada più giusta per lei.
Al momento della partenza che la condurrà all’estero e quindi inevitabilmente all’altare, la scena del film vede i due protagonisti in stazione e lei in un ultimo abbraccio, prima del matrimonio, prega Robertino di non lasciarla assolutamente partire.
Ma Robertino non cede, anche se il cuore è inevitabilmente spezzato. Dolly si sposerà, ma tornerà spesso a Bellaria nella casa dei Padroni e l’affetto per Robertino rimarrà immutato anche con l’evolversi degli eventi.
Nella parte finale del romanzo prendono il sopravvento gli avvenimenti legati alla guerra che vedono protagonisti i due figli delle famiglie rispettivamente contadina e patronale: Robertino e Zvanì. Toccante è il legame che, instauratosi a poco a poco fra i due, si rafforza quando  Robertino in qualche modo si sacrifica rimanendo a combattere sul fronte, mentre Zvanì viene convinto dall’amico a ritornare dai propri cari. Robertino infatti pensa che il proprio viaggio di vita possa avere anche un termine, semmai dovesse morire per la patria, come gli antichi guerrieri inglesi: «uomini dell’aratro e del remo, degli ostinati lavori della terra e della prevista stanchezza, adesso soldati».  
Zvanì ha ancora molte cose da dire e da portare avanti nel difficile viaggio di vita:

C’erano quelle bombe che schiantavano vicino a noi.
- Avanti, avanti, ragazzi! - badavano a dire gli ufficiali. Loro hanno quel sentimento, se no non studiano da ufficiali. Robertino mi fa: - Ti tremano le gambe Zvanì?
- No, che non mi tremano le gambe; ma ho un non so che, che non posso più camminare. […]
- Allora Robertino mi fa, piano: - Zvanì, già tu non sei un eroe.
- Ah, no, signor tenente, no!
- Però tu ami la patria?
- Si, sì signor tenente.
- Allora senti, Zvanì; l’è meglio che uno di noi rimanga. Questa portala alla mamma, e questa portala alla Dolly.
E mi dà le due lettere.
Dice piano: -  Bada alla casa; e porterai una corona al povero papà. Poi dice forte a me e a un altro di portare via il capitano.
Ho visto Robertino vicino a me alla luce di uno di quei razzi che mandavano gli austriaci, e dopo non l’ho più visto. Povero Robertino! È morto; ma dopo aver tanto amato la Dolly.

Anche nel film è riportata questa scena, ma occupa pochi minuti. La guerra finisce, Zvanì ritorna a casa sano e salvo, mentre la famiglia dei Padroni cade nella disperazione per la perdita del figlio. Sarà soprattutto la madre a non accettare una morte assurda  e soprattutto ancora in lei conviverà la fioca speranza di un ritrovamento o avvistamento del figlio vivo; dopo la morte del marito non riuscirà più a riprendersi dal dolore, nemmeno quando, vedendosi recapitare indietro una cartolina che lei stessa aveva tentato di spedire al figlio e sperando che questo fatto potesse avere a che fare con il figlio vivente, viene dolorosamente smentita che ciò non è possibile, proprio per il ritorno al mittente della lettera stessa.
Ed è a questo punto che è costretta a vendere la propria casa alla famiglia Mingon, con un rovesciamento dei ruoli che ha tutto il sapore amaro di una felicità che arriva, per gli ex contadini, sulle disgrazie altrui. Dalla finestra Mingon e sua moglie guardano la signora andare via. Un ritratto che ha echi da Lucrezio:

Suavi mare magnum turbantibus aequora ventis e terra magnum alterius spectare laborem; non quia vexari quemquam sit iucunda voluptas, sed quibus ipse malis careas quia cernere suavest. suave etiam belli certamina magna tueri per campos instructa tuasine parte pericli.

È dolce, quando sul vasto mare i venti sconvolgono le acque, guardare dalla terra alla grande fatica altrui; non perché sia un dolce piacere il tormento di qualcuno, ma perché è dolce vedere da quali mali tu stesso sia privo. Dolce è anche contemplare i grandi scontri di guerra schierati nella pianura senza che tu prendi parte al pericolo.   guardo da dentro e provo non piacere in questo caso ma mi sento al sicuro per la tempesta altrui.

Non è affatto piacevole vedere negli altri il tormento e la sofferenza, è l’inesorabilità della vita che riserva a tutti un rovesciamento di situazioni, positive ma anche negative, perché è la vita stessa ad essere uguale per tutti: lo è stata per Robertino, non risparmiato dall’esperienza della guerra, lo sarà crudelmente per Dolly la quale, accettando di sposare un uomo non con amore, finirà per rimanere vittima delle sue stesse scelte. Una lezione sulla linea di Giovanni Verga, che non credeva al progresso ed era riuscito con i suoi racconti a  dare la rappresentazione più vera e convincente di una realtà che costituiva l’emblema della società italiana del tempo, costruendo con la sua opera, benché da essa sia assente ogni intento di denuncia, un grande atto di accusa che saliva dalla viva voce della stessa realtà sociale descritta.
Un bel film, Il Padrone sono me! realizzato con una sceneggiatura abbastanza fedele al romanzo, con qualche ricamatura di troppo (Zvanì)  e ampie sfumature amorose tra i due personaggi chiave del film, Robertino e Dolly, in cui passa in secondo piano, rispetto al romanzo, la figura del Patronus e di Mingon, narrazione, nel libro, più densa di dialoghi, con interrelazioni dialogate fra le due famiglie, raccontate ampiamente. Come campeggia sulla copertina del libro, è l’amore di Panzini per la propria terra, in cui lui incarna perfettamente una sorta di Padrone, a renderlo più a suo agio e in simbiosi con la natura più che immerso nel solo ruolo di ricco proprietario borghese.
Alfredo Panzini ebbe un intenso legame con la terra di Romagna. Rivolgendosi alla moglie, pochi mesi prima di spegnersi, nel 1939, l’Autore raccomandava ai contadini di curare i propri poderi con affetto e dedizione: essi erano stati in tanti anni il frutto di intense fatiche e l’unico rifugio importante, e quindi il suo gesto finale di addio alla vita è ricordare ai propri cari che il riparo indispensabile per vivere serenamente era ed è ancora la terra: “Il pane - disse - non vi mancherà. Terra significa pane!


Mariangela Lando

Panzini/didattica italiano Panzini in bicicletta Lo stile di Panzini

Viaggio con una giovane ebrea di Alfredo Panzini

1 aprile 2013

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it