Un letterato ciclista

Alfredo Panzini in bici

Panzini in bicicletta 2011
di Mariangela Lando

L’immagine di Alfredo Panzini, (nato nel 1863 nelle Marche ma fortemente romagnolo d’adozione), accostato alla sua immancabile bicicletta è una rappresentazione ricorrente nella sua narrativa autobiografica. L’autore amava molto viaggiare e sceglieva quasi sempre la bicicletta per i suoi itinerari.

Una bicicletta di origine americana ma che stando da anni in mia compagnia ha preso un certo amore per l’Italia, mi permette autonomia di movimento e di fermata, e soprattutto risparmio di spesa. Questa servizievole bicicletta ha un solo inconveniente. Io la rilevai da uno dei più famosi uomini sportivi che vi siano in Italia; gran signore e di generose abitudini (però la bicicletta la pagai a contanti). Ora quando ci fermiamo in qualche umile osteria, è seccante sentirsi dire ogni volta, dalla bicicletta: “ Quand’ero col mio primo padrone, dovevi vedere dove si andava ad alloggiare!”. Tranne questo difetto, è una macchina eccellente che per i monti fa miglior prova che in piano.

In questi libri di Panzini, Nella terra dei santi e dei poeti, racconto tratto da Piccole storie del mondo grande (Treves, 1901), La lanterna di Diogene, in cui campeggia un’immagine di Panzini accanto alla sua inseparabile bici (Treves, 1907), in Viaggio di un povero letterato,(Treves, 1919) ed infine in Viaggio con la giovane ebrea (Mondadori 1935) possiamo seguire attentamente Panzini viaggiatore che ama immergersi nelle bellezze autentiche della natura, il ciclista che va alla ricerca di luoghi incontaminati, di paesaggi nuovi, che ricerca sensazioni lirico descrittive da riportare sotto forma di diario paesaggistico.
Quello descritto nella Lanterna di Diogene per esempio è un diario di viaggio che inizia da Milano dove il prof. Panzini insegnava al Politecnico, attraversa l’Appennino modenese, per concludersi infine nella spiaggia di Bellaria; un itinerario per Panzini che diventa una meditazione sulla propria esistenza, un percorso verso la saggezza, una terapia dell’anima; la bicicletta rappresenta un mezzo che gli permette maggiormente il contatto con la natura, con l’ambiente agreste di vita sana e attiva.
Nelle pagine di narrativa autobiografica panziniana, il lettore è proiettato in un mondo lirico-descrittivo attraversato dalla forza d’animo di Panzini, dalla vivezza delle sensazioni figurative, dalle connotazioni coloristiche, da accenti impressionistici.
Ecco un passo tratto dalla Lanterna di Diogene:

La mattina alle sei […] i miei spiriti erano diventati […] vigili e allegri come la fresca e pura mattinata. Per la lunga viottola suburbana nessuno incontrai, altro che un giovane imberbe vestito con pulita semplicità che mi veniva dietro. Io ogni tanto gettavo l’occhio su la gran valle vestita dal sole il quale avea sorpassato il monte che m’era a ridosso, e dall’altro lato guardavo le mura sovrastanti, grige, tetre, ma con giardini pensili di molta verdura, e ombrelli fioriti di oleandri, gaudenti all’ombra.

Un altro viaggio di Panzini è ben descritto in Nella terra dei santi e dei poeti: è un percorso compiuto da Panzini nel 1898 in occasione del centenario della nascita di Leopardi, un itinerario che lo porterà a Recanati; leggendo queste intense pagine letterarie l’impressione è che questa dimensione di viaggio vissuta dal poeta, si elevi a teorema letterario; qui l’uomo si dimentica di essere viaggiatore e si immerge nel mondo delle citazioni e delle reminiscenze letterarie. La parola poetica diventa per l’autore «acqua da rivo», è la poesia che viaggia con Panzini, lasciando ovunque il sapore della propria essenza. L’autore coniuga quindi nei propri libri di viaggio, l’essere poeta all’essere itinerante, il racconto diventa un intenso diario ricco di reminiscenze storico-letterarie in cui il poeta instaura un nuovo rapporto con la letteratura precedente.
Nella narrativa autobiografica di Alfredo Panzini seguendo i suoi viaggi itineranti grande spazio hanno le descrizioni che riguardano gli scorci di paesaggi: in particolare gli spettacoli aurorali costituiscono una preziosa polvere lirico-aulica del suo racconto autobiografico, La fine e attenta osservazione dell’autore si riscontra leggendo proprio nelle descrizioni delle prime luci del mattino: l’alba è l’ora prediletta, della forza dirompente della natura che si desta alla luce del sole più radioso. Panzini nelle sue descrizioni incornicia spesso il paesaggio aurorale in lontananza, attribuendogli anche una valenza filosofica.
Alle prime luci dell’alba l’autore può allontanarsi dalla folla per meglio gustare la natura negli elementi, che proprio all’alba, diventano per lui più distintivi, e il pensiero maggiormente si arricchisce di sensazioni sensoriali fisiche e tattili.

L’alba rugiadosa già elevava in oriente i padiglioni di porpora. […] In fondo al campo dilungavano i bianchi, enormi buoi ruminanti. Gli umili tamarischi, allineati in siepe, parevano al lento osservatore muoversi a ritmo alla brezza mattutina: leggiadrissima pianta nostra del mare. E la chioma tonda di un eccelso pino parea che si incendiasse di sole come se le resine che gemono dalle sue vene avessero più di ogni altra pianta sentito la fiamma e la virtù del sole.

Già albeggiava. Che puro che ridente mattino! Quali verdure profonde, allineate ordinate! E qua e là ampi rettangoli gialli, formati dalle stoppie di grano, reciso pur ieri. I covoni del grano d’oro si allineavano a perdita d’occhio; e la bianchezza dei buoi si muoveva già per rompere le stoppie, nella frescura dell’alba. Dolce mattino georgico! Oh palpitare del lago di Virgilio!

Alfredo Panzini incontra all'alba il mondo più semplice e genuino, nel proprio itinerario vagante egli ha modo di conoscere il mondo dei pescatori, degli uomini agresti, un universo che si sveglia ai primi chiarori perché questo è il momento più propizio per dedicarsi al lavoro.
Per il lettore gli incontri con le persone, l’attaccamento alle vecchie tradizioni, l’assaporamento di consuetudini del passato, si fondono a costituire un senso di appartenenza di stampo decisamente conservatore.
Davanti al quadro vespertino della natura, la vista del paesaggio e delle persone incontrate modificano il pensiero dell’autore, indirizzandolo verso modelli alternativi di interpretazione della realtà.
Il pensiero per Panzini è associato alla percezione della fisicità femminile al tramonto.
Si può osservare, leggendo alcuni passi, come gli incontri femminili al tramonto “entrino” a connotare i paesaggi e le città; emerge una sensualità femminile che tocca l’animo di Panzini proiettandolo verso un mondo permeato dall’eros tipico della classicità; divagazioni che portano lo scrittore verso una ricercata rappresentazione simbolica.

Verso occidente il cielo era di fiamma. V’era nell’aria la lucentezza vivida d’un temporale lontano.
Su lo spaldo della ferrata, dove più feriva il vento, quivi sorgeva nera, la figura di Imperia. La ricca gonna e i capelli le ventilavano dietro. D’una mano reggeva la sottile macchina perché il vento non la sbattesse a terra; dall’altra teneva impugnato il berretto, onde la fronte e tutto il viso – un viso forte, quasi maschile ma lumeggiato da due grandissime vertiginose pupille nuove di donne – era esposto al vento. No ella non contemplava i cavalloni del mare che di fianco correvano come lancieri bianchi all’assalto, su per un gran verde piano. Bensì come assorta, godeva della sferzata del vento, quasi esso formasse con lei una carezza brutale.

Era lei la donna piccola, misteriosa. Quella donna l’avevo sorpresa altre volte nei giorni prima; ma non nei ritrovi, non in alcun crocchio: bensì sola, in giro per la campagna deserta. Molte volte io mi ero fermato per vederla passare, perché ella era ben strana! […].
La attesi al quarto vespero ma non comparve più e non più la rividi. Bensì la rividi con gli occhi della mente. […]
Troppo fremevano gli alti pioppi, troppo io fremeva entro di me per non confermarmi nell’opinione che ella non fosse la famosa imitatrice dei grandi spasimi della voluttà e dell’amore.

Le pagine più intense, che ci riportano al Panzini lirico e sentimentale, sono quelle che riguardano il suo luogo d’appartenenza: Bellaria, quell’Ort, quella punta di lancia, che rappresenta per l’autore il contatto più autentico, più vero, punto di convergenza e di raccolta della propria vita, indispensabile ancoraggio dell’anima.
Ed è proprio a Bellaria di ritorno da un viaggio, sulla riva del mare, che Panzini rievoca emblematicamente Renato Serra; per Serra l’adesione alla guerra era stata frutto di una scelta esistenziale. Panzini evita di dare giudizi assoluti: non gli interessa tematizzare il periodo storico dall’umanità che lo ha vissuto. Nel suo Diario sentimentale ricorda l’amico così:

L’anno scorso egli era qui, su questa terrazza, a questa mensa, quasi riguardoso, e beveva l’acqua.
All’annunzio della sua morte, io sono fuggito lungo la riva del mare. Ma egli pure era qui! […].
L’agosto dello scorso anno, noi andavamo come fraticelli lungo la riva di questo mare, e recitammo insieme.[…] Ora le onde del mare buttano davanti a me, su la spiaggia, il tuo corpo bianco, naufrago di un immenso naufragio.

Mariangela Lando

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15 settembre 2011

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