Misura classica e modernità

Lingua e stile di Alfredo Panzini

Lingua e stile di Alfredo Panzini 2012
di Mariangela Lando

Una prosa semplice, chiara, fluida
Nella vasta opera di Alfredo Panzini, romanziere, novelliere, storico e grammatico si riscontrano vari connubi tra stili narrativi diversi.
Capolavori come “Il libro dei morti”, “Piccole storie del mondo grande”,“La Lanterna di Diogene”, “Le fiabe della virtù”, “Viaggio di un povero letterato”, “Santippe”, “Il Bacio di Lesbia”, “Il Padrone sono me”, “I giorni del sole e del grano” riecheggiano incroci di lessico colto e dialettale, nelle forme del romanzo classico, dell’autobiografia, del diario turistico georgico, o in vari aspetti espressionistici della scrittura.
Ennio Grassi, nella presentazione degli atti del Convegno su Panzini tenutosi a Bellaria nel 1983, sottolinea come l’interpretazione di stile e la comprensione dell’opera panziniana, vista la mole di opere scritte, sia sempre stata di difficile attuazione. Il critico evidenzia come la produzione narrativa di Alfredo Panzini «si presti ad essere letta con cifre critiche diverse e magari contrastanti», ma che siano assolutamente da dimenticare le definizioni che si sono sempre date di stereotipia e semplificazione, per arrivare ad una «semplicità di scrittura di modo panziniano in grado di tradurre gli avvenimenti grandi e piccoli della storia in rassicuranti geometrie, in scontate dialettiche il tutto per forzare di volta in volta la comprensione della sua opera e per ricondurla ad un'unica chiave di lettura esauriente».
Per l’interpretazione critica della narrativa di Alfredo Panzini non esiste quindi un’unica chiave di lettura possibile.
La critica dei contemporanei si è generalmente soffermata ad analizzare le caratteristiche dello stile panziniano: «la fluidità della scrittura, il potere accattivante dell’umorismo, il gusto per la bella pagina della prosa classicamente rifinita, la predilezione per le belle immagini ed i riferimenti ai classici, corrispettivo sul piano formale di una moralità semplice e retta e di un ideale di vita classica arcaica, sana, serena, umana. E senza dubbio, in un’epoca di esasperazione e sperimentalismo formale nel campo della narrativa, la prosa scorrevole e arguta di Panzini non poteva che giungere gradita e rassicurante ai meno smaliziati e meno disposti a seguire e a comprendere nella narrativa ancor meno che nei versi, le innovazioni formali più ardite».
Nei primi libri la lingua di Panzini, con il suo classicismo, la sua aulicità, i suoi preziosismi è per lui una necessità. Egli utilizza quel linguaggio con libertà assoluta, maneggiandolo di volta in volta, secondo le esigenze del momento.
Se consideriamo l’aspetto decisamente autobiografico-lirico, prendiamo ad esempio il libro “La Lanterna di Diogene”, dove l’atmosfera aurorale investe di continuo la scrittura, si ritrova un gusto per le parole chiare e semplici della natura, delle cose sane, delle sensazioni forti.
Nel passo seguente, tratto da “La Lanterna di Diogene”, ecco un esempio significativo:

Che ora era? Una delle ore del mattino. Le case si facevano più rade più di colore e d’aspetto alpestre, più rari gli uomini, più dolci e mansueti gli occhi dei bimbi. Un secondo casaro che versava nell’ombra silenziosa il latte, mi parve un sacerdote che adempie un rito antico di libazione; e poi vidi venirmi incontro una trionfale fiorita di ginestre, fuor delle asperità della roccia, tutto lungo la via.
Questo piccolo giallo fiore è un fiore filosofo: sceglie per sua abitazione i luoghi dove la famiglia umana è meno frequente e non si lascia addomesticare nei giardini al servizio delle dame: a coglierlo si ribella, perché i forti alti aculei verdi su cui cresce, a fatica si spezzano e il fiorellino antepone di cadere e morire all’essere divelto dal suo stelo: la sua anima esala piú odorosa quando piú caldo è il sole.

Le lezione carducciana
L’arte di Panzini è attraversata contemporaneamente da un fervore lirico e da una tendenza speculativa. Fino al racconto “La Lanterna di Diogene”, nella prosa panziniana è evidente una lunga abitudine agli schemi della scuola classica carducciana. Come si evince dal passo presentato, in Panzini convivono poi un desiderio di semplicità, di contemplazione lirica della vita che scorre, una volontà di ridurre la ricchezza sonante dei classici e la sovrabbondanza enfatica e stilizzata del tempo di D’Annunzio.
Anche nel “Il libro dei morti” ricorrono tratti poetici densi di poesia e di pensiero. Nel descrivere il luogo dove vive il protagonista Giacomo, l’autore scrive:

Le vie erano selciate di ciottoli a punta, radi e sconnessi, e ne gli interstizi vi prosperava la gramigna ed il vetriolo o si coprivano di gialla lebbra. Solo il dì del mercato quelle deserte vie si popolavano alquanto de la gente che veniva dal contado: barroccini e carrettelle, pesanti barocci gementi sotto il peso della legna, de i foraggi, de le biade, de le botti del vino buono; e li trascinavano grandi, solenni, e candidi buoi, che con il loro muggito destavano l’eco assopito di quelle contrade. […]. Sul fare poi della sera, per la benedizione, pe’ tridui all’uno e all’altro santo, le chiese erano tutte aperte e per le tenebre crescenti si vedeva in fondo a le lunghe navate un tremolar di candele su per l’altare maggiore; e nell’aria cheta montava un profumo di turiboli acre d’incenso ed un gemito di preghiere che salivano nell’inno del rosario e si abbassavano profonde e cadenzate nell’Ave-Maria.

Lo stile di un romanzo è quindi fondamentale, per Panzini.
Già si è accennato precedentemente all’amore di Panzini verso i classici, una passione che sicuramente si rafforza grazie all’insegnamento carducciano.
L’Autore, nel saggio “L'evoluzione di Giosue Carducci”, spesso sottolinea come sia stato per lui fondamentale questo particolare rapporto di trasmissione della cultura del passato.

Suggestioni da molti scrittori
L’opera di Panzini è quindi assai vasta e variegata: storicamente la Grecia di Socrate, meravigliosa e «piccola terra, ombelico e giovinezza del mondo» è rivisitata in “Santippe”. Nella Roma imperiale di Cesare Augusto, in “Legione X” e ne “Il bacio di Lesbia”, Panzini dedica ampi ritratti ai leggendari uomini dell’antichità romana e si sofferma ampiamente anche nella descrizione dei grandi poeti latini, intenti costantemente a dialogare e «a ragionar di poesia e di politica». L’ambiente veneziano settecentesco è descritto in “La sventurata Armida”; l’Ottocento bolognese rivive, tra le vie e i portici antichi, «sotto il podestà e l’Arena del sole coi suoi drammi spettacolosi», ne “La pulcella senza pulcellaggio”; il Novecento peripatetico viene tratteggiato in altri romanzi, come “Il mondo è rotondo” e “Madonna di mamà”, fino ad arrivare al fiabesco e irreale “Gelsomino buffone del re”.
Per Panzini in questi romanzi l’utilizzo e il ricorso alle reminiscenze e alle citazioni storico-letterarie costituiscono punti nodali della scrittura. Ricordando le parole di Giorgio Pasquali: «La parola è come acqua da rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata», possiamo affermare che nella poetica di Alfredo Panzini la reminiscenza storico-letteraria è sempre voluta dall’Autore; egli è spesso in bilico tra due età, tra l’antico e il moderno, ma in ogni caso vive sempre nella sue opere un forte ideale letterario. Panzini si commuove quando questo ideale comincia a non piacere più al mondo storico-letterario contemporaneo e non nasconde il fastidio per le innovazioni. Ecco un esempio del suo attaccamento al mondo classico e umanistico:

Entrammo - che il sole precipitava - per l’antica porta di Recanati: su le mure festoni di piante selvatiche sull’arco della porta una tiara un nome di un pontefice, un’iscrizione latina. Per questa porta entrò Pietro Giordani, apostolo e peregrino di una fede che oggi pur muore, ad incontrare e conoscere il genio dell’Italia nascente: di qui partì in cerca di sua morte eroica per la libertà della Grecia, il conte Broglio d’Ajano abbandonando genitori, famiglia tutto! Di qui tre volte ripartì Giacomo Leopardi per ricercare nel suo sublime errore, uomini veri nel vasto mondo: e a Roma, come a Napoli, come dovunque, era il natio borgo selvaggio e la gente vile! Dentro la stretta via, che seguita a salire era già buio: […] anche perché di qua e di là del selciato a conca, le case sono assai da presso, case grigie, con certe finestrine piccole piccole.

Da Leopardi, Tasso e Virgilio
Questa descrizione paesaggistica di Panzini risente molto del canto “Le ricordanze” di Leopardi:

[…] Né mi diceva il cor che l’età verde
sarei dannato a consumar in questo
natio borgo selvaggio, intra una gente
zotica, vil; i cui nome strani, e spesso
argomento di riso e di trastullo,
son dottrina e saper; […].
Oh Nerina! E di te forse non odo
questi luoghi parlar caduta forse
dal mio pensier sei tu? Dove sei gita
che qui sola di te la ricordanza
trovo dolcezza mia? Più non ti vede
questa Terra natal: quella finestra,
ond’eri usata favellarmi, ed onde
mesto riluce delle stelle il raggio,
è deserta. Ove sei, che più non odo
la tua voce sonar.

Qui i temi della ricordanza, della memoria piacevole, anche se estremamente dolorosa, si legano a quelli del presente, il quale quando è possibile sovrapporlo al ricordo può dar piacere. Esiste un filo conduttore unito alle sensazioni del presente, a cui è legato sicuramente anche Panzini che autobiograficamente vive delle sensazioni del quotidiano, assaporando liricamente tutto ciò che gli desta stupore e ammirazione. Nella narrativa di Panzini si crea quasi una specie di osmosi tra la persona e l’ambiente, paesaggi quindi affidati ad un innesto sensoriale, punto di incontro tra paesaggio e vita del paese, del natio borgo selvaggio e di Nerina figura femminile.
Nerina e Silvia sono nomi tratti dall'“Aminta”del Tasso:

Dafne - Ella è Nerina
ninfa gentil che tanto a Cinzia è cara
c’ha si begli occhi e così belle mani
e modi si avvenenti e graziosi.
Nerina
E pur voglio che l’sappi e che procuri
di ritrovar le reliquie infelici,
se ne nulla ve ne resta. Ahi Silvia, ahi dura
e infelice è la tua sorte!
Aminta
Ohimè, che fia? Che costei dice?

Come Tasso, Panzini sceglie nomi che appaiono legati alla contemporaneità, nonostante lo spessore letterario e l’andamento sentenzioso della brevitas, ritroviamo sicuramente anche in molti passi della prosa panziniana una certa fiducia in una vita che non si conosce:

Ma come il sole monta e si rafforza la luce, meno grata si fa l’ombra della casetta. Qualche mattiniero esce all’aperto, qualche massaia appare in gonna bianca. Ecco i villanelli, e le villanelle su per le dune, con grida grandi e gioiose di richiamo. […]. L’idillio è la cosa parvente. È l’estetica che nasconde la cosa reale, cioè il lavoro per l’eterna fabbrica della vita!

Nelle prime opere di interpretazione critica su Virgilio Panzini sottolinea il realismo teocriteo, in cui trova spazio la concretezza di ogni aspetto della vita, e soprattutto dell’amore.
Da un brano tratto da “Il libro dei morti”, ecco un altro esempio di reminiscenza letteraria che si intreccia al particolare modo di Panzini di concepire la narrativa:

Talvolta nei giorni di luglio s’arrestava in mezzo ad un solco, per non so quale meraviglia che saliva nella sua anima misteriosamente. Da poco tempo s’era perduto l’eco dei dodici tocchi a la parrocchia, e grande e ardente era il meriggio su i campi: né le cicale ne interrompevano la quiete, che anzi quel canto diffondendosi ad ondate continue e monotone come il fiotto del mare, pareva quasi un misterioso rombo; inno indistinto o fremito di vita che uscisse da la terra stessa e da le piante sotto la magia dell’occhio del sole. Il quale, sopra il capo folgorava con balenii d’oro; e la terra per l’aridezza si fendeva in spaccature a meandri. […].

Luci e ombre... serio e faceto.... brillante e profondo...
Un altro aspetto caratteristico dello stile di Panzini è l’ironia che traspare in molti passi dei suoi libri. Pietro Pancrazi afferma che lo stile del Panzini «come tutti gli ironisti profondi, vive di contrasti, di trapassi, di luci ed ombre improvvise, di sottolineature, di intenzioni sottili e di subite spezzettature, di movimenti, e di irrequietudini».
Ecco un passo esemplare dell’ironia di Panzini, nel rileggere i personaggi della storia letteraria, tratto da “Santippe”, che l’Autore stesso definisce piccolo romanzo fra l’antico e il moderno, a tratti fra il serio e il comico, fra il brillante e il profondo, fra il doloroso e il gaio, fra il religioso e lo scettico:

Tutti i tipi, dico ha fornito la Grecia, del furore guerriero, del furore erotico…Clitennestra lorda di sangue e di lussuria ed Antigone, la santa della terra, più bella di Ofelia! Tutti i tipi¸ eppure io sentivo che mancava qualche cosa. Ora trovata Santippe, non mancava più niente! Ma mi pareva impossibile che i Greci avessero tralasciato di consegnare all’umanità uno dei modelli più comuni, come quello che anche oggi va sotto la denominazione di Santippe. Ah, si! Noi abbiamo fatto una grande scoperta viaggiando per la necropoli dei morti ellenici. Noi abbiamo scoperto la infelice Santippe. […]. Dunque io presi Santippe, e pensai fra me, ci sei cascata finalmente o progenitrice di tutte le mogli fastidiose, rossa Santippe! Noi ti faremo la vivisezione e così vendicheremo quel povero e santo uomo di tuo marito e consoleremo tutti i mariti vivi ed anche tutti i mariti morti.

Dopo aver fatto un breve excursus di alcuni passi significativi dello stile panziniano, parlando di linguaggio narrativo possiamo quindi affermare che nella lingua per Panzini coesistono opinioni e punti di vista ben caratterizzati e strutturati. Come ha ben evidenziato Bachtin, la lingua quindi non è un sistema astratto di forme normative, ma una opinione pluridiscorsiva del mondo:

Il romanziere non conosce una lingua unica, unitaria, ingenuamente (o convenzionalmente) indiscutibile e perentoria. Egli la riceve già stratificata e pluridiscorsiva. […] L’oggetto principale, «specificante» del genere romanzesco, quello che crea la sua originalità stilistica, è l’uomo parlante e la sua parola.

Questa idea è portata avanti alla voce «purista», inserita da Panzini nel “Dizionario Moderno”, del 1905.

Purista: Puristi furono detti quegli esteti, i quali innamorati della pura e semplice bellezza dell’aureo Trecento avrebbero a quella sacrificata persino la naturale evoluzione del linguaggio.

Esiste quindi per Panzini una compresenza di intenzioni e punti di vista che si realizza più compiutamente nella forma vitale nel romanzo. L’autore insiste sulla parte pluridiscorsiva della lingua, mostrando con passione un linguaggio narrativo con cui osservare la realtà da più punti di vista, limpido e profondo al tempo stesso, spesso pervaso da lampi di ironia, ma anche capace di commuovere perché vero e reale.


Mariangela Lando

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Viaggio con una giovane ebrea di Alfredo Panzini
10 aprile 2012
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaleteraria.it