Un racconto, un'epoca storica

Alfredo Panzini. Viaggio con una giovane ebrea

Viaggio con una giovane ebrea di Alfredo Panzini 2013
di Mariangela Lando

Pubblicato per la prima volta con il titolo di Viaggio con la giovane Rossana su «Nuova Antologia» (1 gennaio - 16 febbraio 1935), Viaggio con la giovane ebrea di Alfredo Panzini  esce, per Mondadori, sempre nel 1935.
Il libro, in parte autobiografico, oltre ad essere un diario di viaggio, presenta alcune riflessioni interessanti sul  tragico periodo storico che l’Italia e l’Europa vivono in quella fase. Nel racconto Panzini cerca di presentare il proprio punto di vista su quello che sta accadendo al popolo ebreo: all’autore non interessa tematizzare il periodo storico, come un fenomeno isolabile dal contesto umano, dall’ambiente vissuto e soprattutto dalle dinamiche che si vengono a creare. L’autore accenna al regime senza assumere particolari posizioni ideologiche. Panzini non esprime giudizi assoluti. La rivisitazione del periodo avviene su corde più allusive, ellittiche, una certa polemica che si colora in certi punti della narrazione di malinconia, che trasfigura tutto: referenti storici, memoria dell’esperienza vissuta e paradigmi gnoseologici. Ma ciò non porta il lettore ad una perdita di rapporto con la realtà, bensì ad una più profonda comprensione della condizione umana.

Storia del popolo ebraico
Ripercorrere in qualche modo, come tenta di fare Alfredo Panzini, la storia del popolo ebreo, significa ripercorrere la storia della persecuzione degli ebrei. Panzini  tenta di affrontare la questione partendo, com’è sua consuetudine, da un punto di vita letterario, dalla propria esperienza di vita. Egli ha avuto modo di conoscere, durante il periodo d’insegnamento liceale, un’allieva ebrea, Rossana, che nella seconda parte del libro lo accompagnerà per un tratto di viaggio.
I capitoli del libro scorrono come lancette di un orologio della storia ebraica: Lavagna nera, Il nome di Dio, Gli ebrei che ho conosciuto, Le disgrazie del periodo, Dalmazia, Lunga è la strada, La festa del sole, Il treno parte, Fantasmi, La canzone della notte, Le malefatte degli ebrei.

Che cosa facessero, quale ruolo, quale parte gli ebrei avessero in questa rappresentazione del dramma universale, io sapevo per quel tanto  che può sapere uno qualunque. […] Dunque io mi ricordo che nel mio paese, quando si diceva «ebreo», voleva dire gente che non crede a niente.[…] E da studente, ben mi ricordo che nell’inclita città di Bologna c’era una volta, e c’è ancora, una via malfamata che porta il nome di via dell’Inferno, perché abitata da quella «perfida gente, carboni d’inferno, condannata all’inferno», come si legge in una vecchia guida di quella città.

Chi sono gli ebrei? Panzini nel libro tenta di rispondere a questa domanda, è una «storia lunga, che abbraccia tutte le storie». Le parole dell’autore, come si evince dal passo seguente, tendono a mettere in luce la trascendenza di un Dio cristiano e l’inafferrabilità del Suo mistero. I cristiani sentono vicino, come questo Dio s’è rivelato in Cristo. Si tratta di una storia che va oltre ogni possibilità di comprensione, da qui l’immagine «di una storia inafferrabile, che abbraccia tutte le storie» che probabilmente i cristiani non potranno mai raccontare interamente per Panzini, perché risulta impossibile rievocarla tutta, perché comprende troppe tappe, troppi elementi, troppi particolari:

Quanto a Dio, la storia è tanto lunga che abbraccia tutte le storie. Questo  Dio degli Ebrei si chiama Iehowah; e gli Ebrei ne scrissero il nome con quattro consonanti: Ihwh: ma soltanto il sommo sacerdote poteva proferire quel  tetragramma, e soltanto una volta all’anno nel tempio di Gerusalemme. 

Profili di ebrei illustri
Nel corso della narrazione Panzini divagando dalla trama, espone una lunga rassegna di storia di ebrei famosi: da re Salomone che, secondo la Bibbia, era considerato uno tra i primi e più importanti re d’Israele e il cui regno viene considerato dagli ebrei stessi un’età ideale, simile a quella del periodo augusteo a Roma. Panzini delinea poi la figura di Mosè, grande personaggio della storia ebraica e della Bibbia, profeta e condottiero del popolo ebraico. Lo scrittore romagnolo tratteggia anche il profilo di ebrei un po’ meno conosciuti, ma altrettanto importanti, come Felice Momigliano, storico e studioso di filosofia che nel 1924 fu costretto a lasciare la propria cattedra d’insegnamento e si suicidò, Otto Weininger, filosofo austriaco nato da padre ebreo, morto a soli ventitré anni, i fratelli Rothschild, i quali prima dell’avvento della seconda guerra mondiale erano degli importanti imprenditori ebrei. Panzini tratteggia anche alcuni protagonisti di romanzi e racconti famosi nella letteratura d’autore: Melchisedec giudeo, protagonista di una novella del Boccaccio, ricco israelita alla corte del Sultano di Babilonia, e infine il famoso Shylock di Shakespeare, il crudele usuraio dei sentimenti.

Ebrei nella letteratura
Nel passo seguente Panzini dialoga con la ragazza sulle presunte malefatte degli ebrei: è una conversazione in cui l’interlocutore non solo mantiene una netta posizione di difesa, ma è proiettato all’affermazione della propria condizione umana, vista in un’ottica di appartenenza universale che accomuna tutti, il presente è frutto del passato e il futuro rappresenta l’esito del presente: «noi siamo quali fummo, saremo quali siamo».
Rivolgendosi a lei Panzini, ispirandosi ad una visione medievale assai verosimile, conversa al plurale optando per un linguaggio aulico denso di tangenze storiche e reminiscenze letterarie: «gli ebrei da tempo antico sanno manovrare le borse, nell’evo medio facevate dei forellini nel fiorino fiorentino, nel zecchino veneziano, portavate via la polvere d’oro puro».
Lo scrittore poi accenna all’episodio di Mastro Adamo, falsario del fiorino di Firenze citato da Dante Alighieri nell’Inferno. Dante lo incontra nella bolgia dei falsari; qui il dannato gli ricorda come visse nel Casentino presso Romena, dove i conti Guidi lo spinsero a falsificare la moneta fiorentina, togliendo tre carati d’oro su ciascuna moneta e sostituendoli con metalli vivi.
Il ritratto che disegna Panzini è piuttosto  melanconico, con tratti grotteschi ed echi che vanno dal  biblico al patetico:

E feci passare, davanti a Rossana, ma bonariamente, tutti quegli Ebrei che avevano formato un corteo di fantasmi durante la notte. […] Rossana diceva che il tenore di vita degli Ebrei non muta. Noi siamo quali fummo, saremo quali siamo. […] Tutte le monete, tutte le valute tremano in tutte le borse, come avessero il ballo di San Vito. Si dice che ne siano autori gli Ebrei che da tempo antico sanno manovrare le monete. Voi avete insegnato a tosare le monete. Facevate nell’evo medio  dei forellini nel fiorino fiorentino, nel zecchino veneziano: portavate via la polvere di oro puro e chiudevate il buchino con certa porcheria altrimenti detta mondiglia. Adesso poi fate ben altri fori […] Lei se ne deve ricordare, perché l’abbiamo spiegato a scuola il canto di Mastro Adamo, falsario, in quella torre nera del Castel di Romena; e se non ci fosse il nome di Adamo a determinarlo ebreo, ci sarebbe l’odio verso i suoi signori; perché lui dice che sta male nell’inferno, ma se potesse vedere i suoi signori, e Guido e Alessandro, nell’inferno insieme con lui, starebbe bene. Ah la spaventosa legge dell’odio: «io sto male, ma tu stai peggio, e perciò io sto bene». Mastro Adamo nell’inferno soffre le pene della sete, eppure è capace di questa dichiarazione:
Ma s’io vedessi l’anima trista
Di Guido o d’Alessandro o di lor frate
Per fonte Branda  non darei la vista.

La scolara Rossana in partenza per la Germania
La giovane ebrea, ad un certo punto della narrazione, non si presenta più regolarmente a scuola, gli eventi storici hanno determinato un cambiamento sulle sue prospettive di vita futura: la ragazza  doveva raggiungere il padre in Germania, ma poi ha preferito rimanere in Italia ancora un po’; nel frattempo ha stretto una bella amicizia con una sua sensibile compagna di scuola di religione cristiana. Un’amicizia che secondo lo scrittore romagnolo, non ammette frazionamenti perché è caratterizzata da un’assoluta e costante reciprocità di sentimenti d’autenticità complementari, l’accentuata espressività parlante dell’una, completa la riservatezza tacente  dell’altra.

Così che non vedevo più ogni giorno, Rossana nella scuola. Devo dire che Rossana veniva qualche volta a trovarmi insieme con quella sua compagna dai guantini bianchi. Pareva la sua indivisibile compagna: era lei la fanciulla parlante per l’altra fanciulla tacente. La cosa più curiosa è che questa piccina era cattolica, e credo anche osservante.

Al momento dei saluti la ragazza si accorge che Panzini ha già pronta una valigetta ed è in partenza. Presa dalla commozione, Rossana è contenta di poter percorrere un tratto di strada con lui.
Durante il tragitto, che porterà la ragazza al porto di Ancona, luogo da dove poi si imbarcherà per la Dalmazia, i due hanno modo di dialogare ancora molto. Cercando di connotare di significato l’amicizia che lo lega a questa ragazza nell’ultima parte del libro, Panzini, si affida ai versi di Dante, per cercare di coinvolgere emotivamente la fanciulla; lei è ebrea e non crede in Dio, tutto ciò provoca in Panzini dolore, ma non rassegnazione.
L’autore rifiuta di accettare l’idea che le loro menti siano così ideologicamente distanti, agli antipodi. Lo scrittore fa l’errore di identificare e idealizzare  il proficuo rapporto tra coetanei, visto precedentemente, che Rossana ha stabilito con la compagna di banco, con l’accettazione delle proprie ideologie religiose. Una condivisione di valori tra i popoli ha rappresentato per secoli l’impossibile e le guerre purtroppo ne sono state la testimonianza:

Ritrovai Rossana con le sue chiome ordinate, col suo sorriso, con i suoi occhi sereni, col il suo decoroso vestire. Mi congratulai con lei del bel posticino che aveva trovato come maestra di scuola. […]
- Sono venuta da lei - disse, - per due piaceri…
- Questo mi fa molto piacere -, risposi […]
- Il primo piacere è anche un dispiacere:
- Sono venuta a salutarla.
-Torna ancora in Dalmazia?
- È probabile che parta definitivamente. Dipenderà dalle circostanze. Dovevo andare in Germania…
- Ehi, là! bimba stia attenta, - esclamai -. Quanti anni ha? Tredici? Quindici?
- Venti, signore.
- Ah, manco male! Perché dico…
E non dissi niente; ma ricordai di aver letto in uno dei tanti libri e riviste su le razze, razzismo, razzista, che in Germania, se è il caso, applicano quella crudele operazione anche per le fanciulle, fra i tredici e i quindici anni…Rossana mi raccontò come suo padre, essendo bravo tecnico, era andato in Germania, e aveva trovato lavoro e lei lo doveva raggiungere.
- Ma poi, - continuava -, sono successi in Germania quei fatti che lei saprà contro gli ebrei, e così si è dovuto venire via.

Significato di visione
Nel passo seguente invece è il termine visione ad apparire onnicomprensivo dell’intero dialogo: visione è ciò che Rossana percepisce del  messaggio del prof. Panzini, ma è con tutta probabilità riferita anche alla visione cristiana di Cristo tanto celebrata dallo scrittore, che non le appartiene. Visione è ciò che lo scrittore riesce a percepire di lei attraverso questo dialogo vicino, chiaro e  diretto, un colloquio accurato che Panzini affronta con uno scopo retorico persuasivo chiaro. 
Ma per Panzini l’utilizzo della parola visione rinvia soprattutto al viaggio dantesco: il ricorso alle reminiscenze e alle citazioni storico-letterarie costituisce uno dei punti nodali della sua scrittura; «la parola» è  infatti osservata «come acqua da rivo che riunisce in sé i sapori della roccia dalla quale sgorga e dei terreni per i quali è passata» e nella poetica di Alfredo Panzini, è un riecheggiamento sempre cercato; nonostante lo scrittore si trovi spesso in bilico tra due età, tra l’antico e il moderno, in ogni caso vive sempre nella sue opere un forte ideale letterario. 

Quella cara fanciulla, bensì così confidente con me, pur mi pareva che fra lei e me esistesse un diaframma, e volli spezzarlo. Domandai timidamente:
- Voi non credete in Cristo?
Rossana rispose risolutamente:
- No.
Io la guardai con dolore.
Poi parve ripensare e aggiunse qualcosa con mutata voce:
- Fu una visione la sua.
Come risuonò strana questa parola «visione», che lei involontariamente proferí: ma la mia mente si mosse ancora e ricordò come anche Dante chiamò «visione» quel suo grande viaggio.
e quando arrivò alla fine disse appunto:
chè quasi tutta cessa mia visione
Allora un sogno? Già:
Quale è colui che somniando vede.
Ripetei questi versi a Rossana: lei li ascoltò con attenzione, e io aggiunsi questi altri versi:
Ed ancor mi distilla
Nel cuor lo dolce che nacque da essa.

Il dialogo sembra procedere su due binari paralleli, due entità umane che non si incrociano: la ragazza rimane ferma sulle proprie posizioni ideologiche, mentre il discorso di Panzini assume una connotazione sempre più letteraria e rinvia, come abbiamo evidenziato, ad echi danteschi. «Come colui che vede in sogno qualcosa, e dopo il sogno gli rimane impressa nell’animo l’emozione provata, il contenuto della  visione non ritorna alla sua memoria, in questa condizione mi trovo io, perché è scomparsa dal ricordo quasi tutta la mia visione, ma ancora sopravvive (distilla) nel mio cuore la dolcezza del sentimento che da essa si generò».
Fallito il tentativo di persuasione retorico-letteraria, al prof. Panzini non resta che avvicinarsi alla ragazza cercando di entrare nella sua ottica di osservazione interpretativa. Al momento della partenza, in vista di una destinazione che egli spera positiva per Rossana,  per non rinunciare alla possibilità di condivisione, lo scrittore attribuisce, con qualche dubbio, l’appartenenza e l’origine ebraica dell’uomo. In conclusione è come se Panzini desideri riporre in una sede comunitaria globale, la propria identificazione religiosa e umana, per ripristinare un ordine spirituale conveniente.

- Sentite Rossana - io dissi, - e questo ve lo dico con tutta riserva; può darsi che io sia ebreo come voi. Lo so ! […] E cara figliola, se mi togliete Gesù, che cosa mi resta? Mi resta poco.
E Rossana disse:
- Dopo tutto era ebreo, nato da donna ebrea.


Mariangela Lando

Panzini/didattica italiano Panzini in bicicletta Lo stile di Panzini

1 settembre 2013

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it