Alberto Bevilacqua. “Califfa” o “slandra” viene chiamata in certe zone padane la donna libera ma simpatica, tutta istinto

Almanacco Bompiani 1965

Almanacco Letterario Bompiani 1965

L'industria della narrativa

Un punto di vista su una stagione letteraria

 

La narrativa italiana, edita nell’annata 1964 e presa in considerazione in questo Almanacco, comprendeva 90 titoli. I brevi giudizi erano talvolta firmati da critici famosi. Trascriviamo in questa sede i pareri su alcune opere di narrativa, ritenute significative dell’annata 1964.

Giovanni Arpino L’ombra delle colline (Mondadori)

“Anche Giovanni Arpino, come Petroni, Benedetti e a suo modo Berto, si è lasciato sollecitare da memorie autobiografiche, miste, più o meno, d’invenzione. Il suo romanzo è soprattutto un viaggio nel tempo, un ripercorrere, da parte di un intellettuale trentenne (che è anche la ‘voce recitante’), i vari momenti della sua infanzia e adolescenza, connessi con la guerra, il fascismo e la Resistenza. Viaggio che si intreccia con l’altro, ‘reale’, che egli compie in macchina, con una amica-amante, da Roma in Piemonte, dove trascorse quelle età, e dove vive il vecchio padre, ex-colonnello, e qualche amico. Viaggi fatti, l’uno e l’altro, al fine di prendere coscienza del proprio passato, e trarre da esso una qualche fiducia per l’avvenire così incerto; ma assai diversi per i modi con cui sono resi. Essenzialmente lirici, quelli del primo, e ampiamente articolati – seppure con la tecnica del flash-back – in episodi, scene e figure di bel rilievo, con al centro lo stupendo personaggio del padre, forse il più poeticamente alto di Arpino; narrativo-descrittivi quelli del secondo, ma con un che di esterno, o di freddamente simbolico, o di decorativo, quasi come di cornice: i cui tratti vivi sono tuttavia un riflesso di quella carica lirica”. Arnaldo Bocelli

 

Alberto Bevilacqua La califfa (Rizzoli)

“Califfa” o “slandra” viene chiamata in certe zone padane la donna libera ma simpatica, tutta istinto. Cresciuta nei quartieri popolari, la protagonista è spinta dagli avvenimenti nel mondo dell’industria, dell’alta borghesia, della nobiltà provinciale; e di qui ritorna alle povere case da cui era partita, dove la gente difende la propria dignità e la propria poesia. Il romanzo di Bevilacqua si è classificato secondo al premio Strega.

 

Luciano Bianciardi La battaglia soda (Rizzoli)

Le pseudomemorie di un ex-eroe garibaldino anonimo ma, per suggerimento in margine dell’autore, identificabile con Giuseppe Bandi, dalla presa di Capua fino a Custozza e Mentana: nella delusione postrisorgimentale Bianciardi ha voluto riflettere la delusione postresistenziale, trasportando accanto al protagonista ottocentesco personaggi più recenti.

 

Libero Bigiaretti Disamore (Bompiani)

“A Bigiaretti spetta un merito, e un riconoscimento: in questa storia privata c’è come il riflesso d’una generazione, la insofferenza d’un’età, lo sbandamento di un’epoca. C’è un’insoddisfatta inquietudine che a un dato momento non è più quella del personaggio che racconta il suo caso personale: in quella scontentezza di non saper amare, di non sapersi abbandonare ai sentimenti, noi scopriamo un poco della nostra inquietudine, sicché il libro si rivela inaspettatamente e amaramente per un documento di vita attuale: tutte le antinomie, le ambiguità, le pigrizie e le esasperazioni d’un’epoca sono filtrate e quasi esemplate in questa storia che solo la scrittura sorvegliata dell’autore scioglie in una più smussata articolazione, e il libro si conquista un suo posto sicuro, in questo scorcio di stagione invaso da tante squallide e inutili novità”. Michele Prisco ne “Il Mattino”

 

Laudomia Bonanni  L’adultera (Bompiani) 

“Il lettore che già conosce le opere precedenti della Bonanni qui ritrova la scrittrice in un momento più avanzato della sua carriera: con l’abituale concentrazione ora impiegata a più incalzanti effetti drammatici. Ma chi, invece, comincerà a leggerla da questa Adultera, avrà di fronte una occasione assai facile per valutare uno degli aspetti più autentici della nostra attuale letteratura. Tanto più che, dato l’argomento, qui c’è l’ovvia risorsa di un celebre confronto: Madame Bovary di Flaubert. Gran capolavoro, e capostipite addirittura di un lungo filone romanzesco. Ma la Bovary di una donna, intessuta sugli allarmi e gli affanni e gli sbandamenti di una sensibilità femminile, finora non si era mai avuta. O almeno non si era avuta come questa: che farà parlare molto di sé, e non soltanto in questa annata letteraria.” Ferdinando Giannessi su “La Stampa”

 

Pietro Chiara La spartizione (Mondadori)

Due anni fa, con Il pianto piange, Chiara vinse il premio Silver-Caffè. Il nuovo romanzo è la storia di tre anziane sorelle, ricche, nubili e brutte, e dello sconvolgimento che porta nella loro vita un piccolo funzionario. Inserita in un tipico ambiente provinciale fra il 1928 e il 1932, la grottesca vicenda acquista un significato esemplificativo. Pietro Chiara vive a Luino.

 

Giovanni Comisso Cribol (Longanesi)

Mentre procede la ristampa delle opere complete (sono usciti quest’anno, in un volume, Storia di un patrimonio e Il delitto di Fausto Diamante), Comisso ha mandato in libreria un nuovo romanzo, che è per Carlo Bo (Corriere della Sera) “un rinnovamento della sua arte al di fuori di ogni artificio della moda.”

 

Carlo Emilio Gadda I Luigi di Francia (Garzanti)

“Dopo le due mirabili collezioni del Gadda-saggista che sono I viaggi la morte e Verso la certosa, l’editore Garzanti propone una nuova avventura col Gadda-storico. I tre Luigi sono una scorribanda spiritata e maliziosa, tagliata à la diable e ricca di sardonici umori, dove s’incontrano intrecciandosi le più diverse attrazioni dell’Ingegnere: per la storia e per la psicologia applicata, per la riflessione moralistica e gli agganci con le arti figurative. Un libro come questo aggiunge al piacere sempre vivo della prosa di Gadda anche un valore non indifferente d’informazione su un periodo di cui molto si chiacchiera e poco si sa”. Alberto Arbasino su “Il Giorno”

 

Carlo Emilio Gadda Le meraviglie d’Italia (Einaudi)

“Uscirono questi articoli occasionali sui giornali, dunque, fra tanti altri, e si lessero con piacere e divertimento (quando l’indignazione per una stortura trasformava il tecnico-lirico in, come dire, umorista), e si rilessero nelle nitide pagine di Parenti, e già, non più frastornati dal contorno, diedero di più. Parvero cose nuove, in gran parte, e ci si stupì di non avervi visto dentro tanto che ora si rivelava con uno splendore imprevisto. Era ancora una lettura più ammirata che commossa, nel segno della prosa d’arte, sia pure con una accezione singolare. Colpa nostra, o mia. Può darsi che qualcuno sin d’allora fosse andato alla radice, e avesse capito che quelle ‘meraviglie’ di prose nascevano da una ‘cognizione insopportabile’, quella che a Gadda ‘fece vivere gli anni di minuto in minuto, partecipe d’ogni dolore, d’ogni angoscia e destino’: ecco, a pagina 73, la chiave di tutto.

Ma dopo il Pasticciaccio e la Cognizione e i grandi racconti tutti pubblicati, e tutti presenti in noi, gli articoli da giornale di Gadda prendono alfine il loro posto giusto nel gran libro d’ipocondria e di pietà iniziato con il lontano diario di guerra e ancora ‘in progress’.” Attilio Bertolucci su “Il Giorno”

 

Tommaso Landolfi Tre racconti (Vallecchi)

“Tema comune a essi è l’amore, ma la gamma dei motivi concomitanti varia dall’uno all’altro, anche se più che quelli sull’amore quale rapporto uomo-donna, prevalgono i riguardanti l’amore di sé, in tutte le sue forme, dall’orgoglio alla cupidigia all’egoismo. Tema e motivi consueti allo scrittore, ma che qui vengono ripresi e svolti con un equilibrio che era raro nel Landolfi di un tempo, anteriore, per intenderci, a La biere du pecheur (1953). Ché, come nella Biere, anche in questi racconti quelle sue continue, tipiche oscillazioni tra i funambolismi più arrischiati e la meditazione delle cose ultime, fra il gusto per la fumisteria e il pastiche e gli interrogativi angosciosi intorno alla vita, appaiono controllate e commisurate all’effettivo impulso a guardare e scavare in sé, ad una intima ricerca del vero, che ne sono all’origine. Con risultati spesso assai belli.” Arnaldo Bocelli

 

Giorgio Manganelli Hilarotragoedia (Feltrinelli)

Uno sfogo sulla facoltà “discenditiva” dell’uomo, fra Gadda e Borges ma con tutti gli alimenti degli eccentrici inglesi, di cui l’autore si occupa di professione. Nel monologo, inizialmente più teorico e con una parte successiva di esemplificazione narrativa, l’odio del personaggio “umiliato e offeso” si traduce in una furia linguistica.

 

Giuseppe Marotta Il teatrino del Pallonetto (Bompiani)

“L’arte del Marotta ormai scaltrita e matura si trova a disporre d’una materia che, come quella delle ansietà e delle disperazioni della povera gente, è più intimamente intrisa di emozione cristiana. La tastiera di questi ultimi racconti s’è arricchita infinitamente. L’articolazione dei sentimenti è sempre più pronta a rispondere alle minime inflessioni e sfumature. Felice questo scrittore che, col passare degli anni, invece di sentirsi irrigidito e freddarsi la propria fantasia, fu obbligato fra l’altro al più strenuo e incontenibile esercizio tecnico, per essere sicuro che la novità e varietà delle sue immagini non restasse tradita da stanchezze, abitudini, ottusità ed irrugginimenti dello strumento espressivo.” Emilio Cecchi nel “Corriere della Sera”

 

Lucio Mastronardi Il meridionale di Vigevano (Einaudi)

Mentre Alberto Sordi portava sullo schermo il personaggio del Maestro, Mastronardi ha aggiunto alle precedenti la terza delle sue storie vigevanesi. “Di madre lombarda ma di padre abruzzese, Mastronardi, trentaquattrenne da Vigevano, s’è impegnato a individuare le due componenti della propria origine, e il miscuglio della propria esistenza. Così è venuto fuori Camillo, un personaggio sottoposto a continui sussulti e tempeste. Un povero ramingo senza pace che chiede, e comunque estorce, al lettore un minimo di tenerezza.” Oreste del Buono  nella “Settimana Incom Illustrata”

 

Luigi Meneghello I piccoli maestri (Feltrinelli)

“Meneghello è al suo secondo libro. Il primo, Libera nos a Malo, aveva costituito la sorpresa letteraria dell’altro anno. Ora si è presentato per una conferma o una smentita con un testo molto diverso, non accentrato sulle novità nell’uso del dialetto e nell’architettura dell’opera, ma sull’originalità del punto di vista sentimentale da cui è avvicinata una vicenda storica. Lo scrittore ci narra le vicissitudini di un gruppo di studenti veneti che, dopo l’armistizio, prendono la via delle montagne per costituire le bande, per opporsi ai tedeschi. I piccoli maestri non possiede l’unità di Libera nos a Malo, eppure nella disuguaglianza di queste pagine oscillanti tra la memoria, la storiografia, la sociologia, in questo stillicidio di fatti quasi sempre più piccoli che grandi, in questo rifrantumarsi dello stesso concetto di resistenza negli episodi capillari che pure l’hanno ispirato sommandosi, è un fascino, almeno per noi, irresistibile. Commosso, eppure mai retorico, sorretto da una giovanile disposizione all’allegria, Meneghello è riuscito a scrivere il primo libro senza volgarità su quella stagione già così lontana.” Oreste del Buono 

 

Elsa Morante Lo scialle andaluso (Einaudi)

“Elsa Morante ha qui raccolto tredici suoi racconti scritti tra il 1935 e il ’51, cioè prima e durante le sue prove di maggiore impegno, i romanzi Menzogna e sortilegio e L’isola di Arturo. E, come tali, pur non aggiungendo nulla all’arte della Morante (cui meglio conviene, appunto, una narrazione agiata, distesa, romanzesca), servono a documentare il suo svolgimento. Riassumibile in una sempre più sicura individuazione del suo motivo ispiratore nella ricerca di una realtà fuori d’ogni illusione, ma che poi si rivela impossibile ad essere vissuta se non attraverso schemi e funzioni; e, conseguentemente, in una sempre più appropriata espressione di tale motivo, da un iniziale fiabesco goticizzante, carico di richiami figurativo-pittorici, in stridente contrasto con i dati realistici, ad una favolosità e allusività  levitanti dall’insistenza stessa o fissità di codesti dati. In questo senso, il racconto che dà titolo alla raccolta annuncia a momenti l’aerea pienezza dell’Isola di Arturo.” Arnaldo Bocelli 

 

Lalla Romano La penombra che abbiamo attraversato (Einaudi)

Fedele alla letteratura della memoria, Lalla Romano ha compiuto con questo libro un ritorno al paese dell’infanzia. Sostenuto da alcuni dei maggiori letterati italiani, La penombra che abbiamo attraversato è giunto secondo al Viareggio e Carlo Bo (nel “Corriere della Sera”) vi ha ravvisato “una visione che non conserva più nulla di idilliaco o di compiaciuto ma, al contrario, restituisce un forte senso della vita, una capacità di rimandare su una strada nuova tutta la storia passata”.

 

Leonardo Sciascia Morte dell’inquisitore (Laterza)

Ricostruendo una storia di provincia di tre e più secoli fa, nella quale si rispecchiano le forze che sconvolsero l’Europa e dettero nuovo corso alla storia moderna, Sciascia illustra la vita e la mentalità dei siciliani, di ieri e di oggi.

 

Elio Vittorini Le donne di Messina (Bompiani)

A quattordici anni dalla prima edizione, Le donne di Messina, il libro di Vittorini che – come scrisse Arnaldo Bocelli – più di ogni altro “dà intiera, e ricca, la fisionomia del suo autore”, riappare in una nuova stesura, che è il frutto di una lunga revisione compiuta dallo scrittore.

 

L’Almanacco Bompiani pubblicò un breve profilo di personaggi noti, scomparsi nel 1964. Tra questi, Goffredo Bellonci, Tina De Filippo, Farfa (Vittorio Tommasini), Ian Fleming, Aldus Huxley, Giorgio Morandi, Aldo Olschki, Francesco Sapori, Ardengo Soffici.

 

31 dicembre 2003

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 1° novembre 2015