
Andavo
al Rockefeller Center New’s Reel, al numero 33 della Cinquantesima
West. Era un locale nuovo di zecca, pulito come uno spillo, dove si
davano solo documentari, cortometraggi e disegni animati. Gli spettacoli
duravano un’ora giusta, si succedevano senza interruzione e l’ingresso
costava un quarto di dollaro. […] Cullato
dalle note di Chopin, incastrato esattamente nella mia poltroncina,
scivolo nel sonno, come un paziente addormentato dal gas di un dentista.
Mi
risvegliai al suono della sua voce. Dimentico, al buio, nel cuore di
Manhattan, mi giunse la sua voce. Prima ancora di svegliarmi a pieno
ne riconobbi, sotto le frasi del traduttore americano che in parte la
coprivano, le modulazioni secche, l’accento sibilante. Disse: «Il tempo
dei giri di valzer è finito». Parlava agli squadristi nel Foro. Il volto
venne in primo piano; Mussolini si umettò le labbra, roteò gli occhi.
Si afferrò al rostro con le mani inguantate. Qualcuno zittì nell’ombra,
qualcuno rise, un uomo accanto a me l’applaudiva. Già l’esercito tedesco
entrava in Praga coi fucili infiorati, la folla piangeva dietro i cordoni;
il colonnello Beck arrivò subito dopo a Londra, ricevuto da Lord Halifax
con il suo volto di cera; Adolf Hitler parlava al Reichstag per proclamare
il protettorato di Boemia e di Moravia. Quest’altra voce, nella lingua
aspra e sconosciuta, inseguita dalla traduzione dello speaker americano,
mi riempì d’angoscia. Il volto di Hitler, ingrandito a dismisura dal
teleobiettivo, occupò lo schermo come un pianeta. Peli, punti neri,
rughe, porri, naso, zigomi, furono ben presto come macchie, valli e
foreste pietrificate della luna. Il pubblico prese a insultarlo, pieno
d’odio e di paura. Mi alzai, e sempre inseguito da quel fiotto di parole
minacciose, martellanti, di suono ora grave, ora acuto e quasi femmineo,
uscii in strada con l’animo gonfio di cattivi presagi.
L’aria
si era fatta scura: accese le luci, un vento leggero, ingolfandosi fra
una parete e l’altra dei grattacieli, arrivava nella Plaza ormai quasi
deserta, facendo suonare dolcemente le foglie degli alberi.
Intorno
alla fontana dei delfini odorosa di fiori, c’era solo qualche coppia
di innamorati che guardavano verso il caffè illuminato della Maison
Française, e ascoltavano la musica. Arrivai alla Quinta Avenue in
tempo per montare sull’autobus, e stando seduto sull’imperiale aspiravo
sino alle lacrime l’odore di benzina e di asfalto della città.
Gian
Gaspare Napolitano, La Volpe d’argento, in Tam tam a Mayumbe,
Firenze, Vallecchi, 1954, pp. 322-324.
11
luglio 2006
Emilio Cecchi
«Fu
Bernhard Berenson che, giungendo dal mare a Nuova York e scorgendo i primi
grattacieli, li paragonò alle torri di San Gemignano. È un paragone anche
oggi assai calzante, e che è quasi diventato un motto, un proverbio; succedendogli
appunto come ai proverbi, che nessuno ne ricorda l’autore, o pensa che
hanno avuto un autore. Ma un altro pellegrino americano, Henry James,
che aveva con l’America un fatto personale, alla vista dei primi grattacieli
non trattenne il sarcasmo. E disse che a lui il profilo di Nuova York
faceva soltanto venire in mente “un pettine che ha perso i denti”.
Una volta
insistetti col Berenson, per conoscerne un po’ meglio il punto di vista
sull’architettura dei grattacieli. Non mi parve che sapesse decidersi
ad ammirarla, o che almeno vi riconoscesse uno stile in formazione. I
grattacieli lo interessavano, ma non come architettura. Lo interessavano
come scenografia. La distinzione non è sofistica. Negli affreschi d’Antonio
Veneziano e del Gozzoli al Camposanto di Pisa, o nella Torre di Babele
del Breughel, gli sfondi son pasticci architettonici. Ma adempiono un
suggestivo e romantico ufficio di scenari, con pieno successo.
Anni fa,
mi piaceva discutere di grattacieli a Nuova York, con Meyer Schapiro,
del Dipartimento Belle Arti, Columbia University. Faceva un caldo da insolazione;
e nell’alba lividuccia si vedevano sulle terrazze larve di dormienti sgrovigliarsi,
sorgere da giacigli improvvisati. L’opinione di Schapiro era anche più
severa di quella di Berenson. E le moli dei grattacieli non rappresentavano,
secondo lui, che l’estrema enfiagione del volontarismo e babilonismo contemporaneo.
Erano i bastioni d’un Valalla su cui incombe il crepuscolo, e su cui prima
o poi sarà celebrata la fine d’un mondo.
Il grattacielo
non è una sinfonia di linee e di masse, di vuoti e di pieni, di forze
e resistenze. È piuttosto un’operazione aritmetica, una moltiplicazione.
Portato unicamente da una spinta verticale, che ha certe affinità gotiche,
non fornisce che la materia d’un problema meccanico, per serbare e condurre
più alto possibile questa spinta. Non vive, come gli edifici classici,
atteggiato sotto il peso con umana naturalezza. È un fantasma, un’apparizione,
un’esplosione. Un’esplosione congelata in mezzo al cielo».
Emilio
Cecchi, America amara, 5° ed., Firenze, Sansoni, 1946, pp. 12-13.
11 settembre
2004
Achille Campanile
_
New York! _ gridò Abdallah.
New
York.
Le barbette delle lancie e gli ormeggi del dromo furono raddoppiati, si rinforzarono i paranchi del cannone, si tesero le sarchie e i galobani, i boccaporti furono condannati, si pose la gabbia ai terzaroli bassi, una specie di trinchetto sullo straglio del grand’albero e la barra sottovento; tutte cose perfettamente inutili, perché non c’era tempesta all’orizzonte.
Il vascello, fermate le macchine e spente le luci, rimase a dondolasi sulle acque nere.»
Achille Campanile Giovinotti, non esageriamo!, Milano, Fratelli Treves Editori, 1929, p. 185.
Giorgio Saviane
Percorrendo la strada dallaeroporto John Kennedy,
ti affacci su Manhattan al di qua del fiume e subito li vedi i due grattacieli
più alti della città: vicini, uguali. A volte sembrano uno più basso uno più
alto, a seconda di dove li guardi. Ma è quando te ne andrai che valuterai
i giochi di prospettiva, sapendo che i due birilloni del World Trade
Center sono perfettamente uguali, e contengono un paese nel loro interno.
Cosè più lEmpire, il più alto grattacielo di New York prima dei
birilloni, se non nostalgia? I colori che ostenta la notte sanno di fiaba:
ma lavventura architettonica è ormai affidata alla geometria di Wall
Street. Alla piazza salotto fra i due giganti, lineare, severa, fredda. E
una concorrenza pressante, pari a quella che si fanno gli organismi, le specie,
le razze: ieri nella jungla: ora qui, a edificare cultura. Non
più snervata dalle tradizioni o addolcita dal calore di una conoscenza tribale,
ma secca, crudele, magnifica. A mostrare che luomo edifica non tanto
per sé, ma per lavvenire di se stesso.
Giorgio Saviane La città di metallo in: Vedere New York,
con pagine di Giorgio Saviane, Firenze, Edizioni Primavera, 1986, p. 7.
Vittorio
Zucconi
E per conquistarsi la griglia di
ventilazione più tiepida allangolo di Central Park, Rosita Metaxas la
barbona ha dovuto duellare a colpi di rasoio nel 1986 con una concorrente
e farsi sei mesi in carcere. Adesso però dorme indisturbata e tiepida, col
suo fagotto di giornali e di sacchetti di plastica, sulla griglia più chic
di Manhattan.
Ma
questa è Fifth Avenue, ragazzi, mica via Garibaldi. Tutto il mito, lassurdità,
il sogno, la leggenda di New York sono spalmati qui, lungo i sei chilometri
di asfalto butterato che vanno dal fiume Harlem fino al Village che il mondo
ha trasformato nella strada maestra dei suoi desideri e delle sue illusioni.
Campi Elisi dello shopping, Unter den Linden del consumo vistoso e inutile,
la Quinta è una sinfonia alla gloria e alla miseria prodotte dalla civiltà
del secondo Novecento, un paradiso del superfluo dove è più facile trovare
un venditore di diamanti da mezzo miliardo che un fruttivendolo. Anche Dio
ha dovuto adattarsi e qui sta a St. Patrick, lunica chiesa cattolica
della terra che richieda un biglietto dinvito per assistere alla messa
di Natale, a fianco del senatore irlandese Mohynian e del governatore Cuomo.
Vittorio
Zucconi Due città per due Americhe, in: Si fa presto a dire America,
Milano, A. Mondadori, 1988, pp. 80-81.
Giuseppe
Prezzolini
Hanno celebrato giorni or sono, lottavo
anniversario della Nazioni Unite (1953). Davanti al brutto parallelepipedo
(che pochi giorni fa han dovuto stagnare, perché lacqua battente col
vento penetrava negli uffici) (e quindi si può definire una chiatta che fa
acqua) si son radunate tre o quattro migliaia di persone, la maggior parte
ragazzi delle scuole ai quali non pareva vero di far vacanza, e di boy scouts
ai quali non pareva vero di far da poliziotti e da portastendardi. Tre o quattro
mila oziosi è sempre facile trovarli a New York, soprattutto se il tempo è
duna eccezionale tenerezza di sole e delicatezza di vento. Tali giornate
son così rare in questa città dal clima ordinariamente sgradevole, che, chi
può, le passa fuori di casa.
Ci
sono stati i soliti discorsi bugiardi e ufficiali, che hanno vantato i successi
delle Nazioni Unite per mantenere la pace nel mondo. Le spiacevolezze delle
guerre che sono accadute in questi anni (senza portare il nome di guerra e
con letichetta di operazioni di polizia) e delle minacce crescenti di
guerra, e nel momento in cui in vari confini si ammassano truppe, che secondo
il dizionario sono destinate a fare la guerra, non vennero ricordate.
Raramente
ho sentito tanti luoghi comuni cuciti insieme malamente come quel giorno.
Giuseppe
Prezzolini La segreta pace di New York in: Tutta lAmerica,
Firenze, Vallecchi, 1958, pp. 182-183.
Guido Piovene
Lintreccio delle strade che
escono da Nuova York o vi entrano è un capolavoro non dico di ingegneria,
ma di architettura. E bello nel senso dellarte. E un immenso
gioco di piste, che ricorda lotto volante. Convergono, si separano,
si abbinano, si accavallano, si scavalcano, entrano sotto terra o sotto il
fiume in lunghissimi tunnel, si lanciano su ponti sospesi in aria. Chiudendo
gli occhi si pensa ad un astratto castello di ellissi. Vi hanno portato un
contributo notevole gli italo-americani, che sono soprattutto costruttori
di strade. E un guaio però sbagliarsi, e scivolare in una pista diversa
da quella giusta. [
]
Le
luci di New York, forse a cagione della grande potenza delle lampade, sono
diverse che nelle altre città: innumerevoli ma staccate, distinte, brillantissime
e senza alone, simili a gemme bianche e ferme. Viste di lontano perciò più
delle altre fanno pensare ai festoni, ai monili di strass; ed un monile nella
notte, con le sue luci, è il ponte George Washington, che sorvola lHudson
River, altissimo e senza peso. Se poi la notte ci si avvicina a Manhattan
e alla zona dei grattacieli, i profili ed i muri di quelle immani costruzioni
sciolti nel buio sono divenuti invisibili: si vede una cascata di luci sospese
in aria, che occupa tutto lorizzonte. Tanto che si ha limpressione
di correre ad ingolfarsi in un cielo stellato.
Guido
Piovene Angolo Nuova York in: De America, Milano, Garzanti,
1955, p. 33.
Quando entrò nellanfiteatro
di colline e isole del porto di New York, gli vennero incontro urli di sirene
simili a squali, battelli vanesi come modistine, bastioni paurosi di grattacieli,
arrampicati in triangoli, in torri, in guglie, baracconi e archi di ponti,
la statua della libertà, i docks, i ferry-boats, e una quantità daltre
cose, che agli occhi del geologo si svolgevano come una caduta fosforescente
daeròliti.
_
Ah, lAmerica è
lAmerica!
Lo
sbarco fu semplicissimo, come saddice a un paese democratico: non durò
che mezza dozzina dore. La massa di seconda classe fu prima adunata
in coperta, fatta passare dinanzi a commissari contraddistinti da bottoni
e nappine, fu poi raccolta in una sala e obbligata a rispondere alle domande
che una specie di caporale volgeva in francese aglitaliani, in russo
ai tedeschi, e così via: indi sospinta in un corridoio dove venne invitata
a risfilare sulla tolda, quindi vistata, collaudata, esperita, e chimicamente
controllata: dopo di che, centellinati i passaporti, analizzati i bolli, apposte
le firme, fatta la chiamata, letti i regolamenti, borbottate le minacce, messi
i sigilli, eseguite le indagini, raccolte le pezze dappoggio, auf!,
i passeggeri, col residuo delle forze nervose a lor disposizione, furono_
attraverso un pontile alto su lacqua sozza_ ammessi sotto lampia
tettoia che fronteggiava il vapore.
Igino
Giordani LAmerica quaternaria, romanzo, V edizione, Napoli,
Nuova Cultura Editrice, 1969, p. 30-31.
Italo
Calvino in America Italo
Calvino Lezioni americane Pace
contro guerra Ennio
Flaiano Melampus America
primo amore di Soldati Ravello
e i letterati
27
settembre 2001
La
Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it