Pagine dall’America 2001

Il Portale Letterario

Gian Gaspare Napolitano

Andavo al Rockefeller Center New’s Reel, al numero 33 della Cinquantesima West. Era un locale nuovo di zecca, pulito come uno spillo, dove si davano solo documentari, cortometraggi e disegni animati. Gli spettacoli duravano un’ora giusta, si succedevano senza interruzione e l’ingresso costava un quarto di dollaro. […]  Cullato dalle note di Chopin, incastrato esattamente nella mia poltroncina, scivolo nel sonno, come un paziente addormentato dal gas di un dentista.

Mi risvegliai al suono della sua voce. Dimentico, al buio, nel cuore di Manhattan, mi giunse la sua voce. Prima ancora di svegliarmi a pieno ne riconobbi, sotto le frasi del traduttore americano che in parte la coprivano, le modulazioni secche, l’accento sibilante. Disse: «Il tempo dei giri di valzer è finito». Parlava agli squadristi nel Foro. Il volto venne in primo piano; Mussolini si umettò le labbra, roteò gli occhi. Si afferrò al rostro con le mani inguantate. Qualcuno zittì nell’ombra, qualcuno rise, un uomo accanto a me l’applaudiva. Già l’esercito tedesco entrava in Praga coi fucili infiorati, la folla piangeva dietro i cordoni; il colonnello Beck arrivò subito dopo a Londra, ricevuto da Lord Halifax con il suo volto di cera; Adolf Hitler parlava al Reichstag per proclamare il protettorato di Boemia e di Moravia. Quest’altra voce, nella lingua aspra e sconosciuta, inseguita dalla traduzione dello speaker americano, mi riempì d’angoscia. Il volto di Hitler, ingrandito a dismisura dal teleobiettivo, occupò lo schermo come un pianeta. Peli, punti neri, rughe, porri, naso, zigomi, furono ben presto come macchie, valli e foreste pietrificate della luna. Il pubblico prese a insultarlo, pieno d’odio e di paura. Mi alzai, e sempre inseguito da quel fiotto di parole minacciose, martellanti, di suono ora grave, ora acuto e quasi femmineo, uscii in strada con l’animo gonfio di cattivi presagi.

L’aria si era fatta scura: accese le luci, un vento leggero, ingolfandosi fra una parete e l’altra dei grattacieli, arrivava nella Plaza ormai quasi deserta, facendo suonare dolcemente le foglie degli alberi.

Intorno alla fontana dei delfini odorosa di fiori, c’era solo qualche coppia di innamorati che guardavano verso il caffè illuminato della Maison Française, e ascoltavano la musica. Arrivai alla Quinta Avenue in tempo per montare sull’autobus, e stando seduto sull’imperiale aspiravo sino alle lacrime l’odore di benzina e di asfalto della città.

Gian Gaspare Napolitano, La Volpe d’argento, in Tam tam a Mayumbe, Firenze, Vallecchi, 1954, pp. 322-324.

 

11 luglio 2006

Emilio Cecchi

«Fu Bernhard Berenson che, giungendo dal mare a Nuova York e scorgendo i primi grattacieli, li paragonò alle torri di San Gemignano. È un paragone anche oggi assai calzante, e che è quasi diventato un motto, un proverbio; succedendogli appunto come ai proverbi, che nessuno ne ricorda l’autore, o pensa che hanno avuto un autore. Ma un altro pellegrino americano, Henry James, che aveva con l’America un fatto personale, alla vista dei primi grattacieli non trattenne il sarcasmo. E disse che a lui il profilo di Nuova York faceva soltanto venire in mente “un pettine che ha perso i denti”.

Una volta insistetti col Berenson, per conoscerne un po’ meglio il punto di vista sull’architettura dei grattacieli. Non mi parve che sapesse decidersi ad ammirarla, o che almeno vi riconoscesse uno stile in formazione. I grattacieli lo interessavano, ma non come architettura. Lo interessavano come scenografia. La distinzione non è sofistica. Negli affreschi d’Antonio Veneziano e del Gozzoli al Camposanto di Pisa, o nella Torre di Babele del Breughel, gli sfondi son pasticci architettonici. Ma adempiono un suggestivo e romantico ufficio di scenari, con pieno successo.

Anni fa, mi piaceva discutere di grattacieli a Nuova York, con Meyer Schapiro, del Dipartimento Belle Arti, Columbia University. Faceva un caldo da insolazione; e nell’alba lividuccia si vedevano sulle terrazze larve di dormienti sgrovigliarsi, sorgere da giacigli improvvisati. L’opinione di Schapiro era anche più severa di quella di Berenson. E le moli dei grattacieli non rappresentavano, secondo lui, che l’estrema enfiagione del volontarismo e babilonismo contemporaneo. Erano i bastioni d’un Valalla su cui incombe il crepuscolo, e su cui prima o poi sarà celebrata la fine d’un mondo. […]

Il grattacielo non è una sinfonia di linee e di masse, di vuoti e di pieni, di forze e resistenze. È piuttosto un’operazione aritmetica, una moltiplicazione. Portato unicamente da una spinta verticale, che ha certe affinità gotiche, non fornisce che la materia d’un problema meccanico, per serbare e condurre più alto possibile questa spinta. Non vive, come gli edifici classici, atteggiato sotto il peso con umana naturalezza. È un fantasma, un’apparizione, un’esplosione. Un’esplosione congelata in mezzo al cielo».

Emilio Cecchi, America amara, 5° ed., Firenze, Sansoni, 1946, pp. 12-13.

 

11 settembre 2004

Proverbi marinari sorrentini

Achille Campanile

«In quella apparvero all’improvviso miriadi di luci disposte a file, a coroncine, ad archi, e raggi di riflettori incrociantisi, che illuminavano ruote dentate, ingranaggi, carrucole, ponti sospesi con treni volanti, su un fragor di sibili, urli, scoppi, miagolii, e stridi, i quali si confondevano in un solo boato stomachevole.

_ New York! _ gridò Abdallah.

New York.

Le barbette delle lancie e gli ormeggi del dromo furono raddoppiati, si rinforzarono i paranchi del cannone, si tesero le sarchie e i galobani, i boccaporti furono condannati, si pose la gabbia ai terzaroli bassi, una specie di trinchetto sullo straglio del grand’albero e la barra sottovento; tutte cose perfettamente inutili, perché non c’era tempesta all’orizzonte.

Il vascello, fermate le macchine e spente le luci, rimase a dondolasi sulle acque nere.»

Achille Campanile Giovinotti, non esageriamo!, Milano, Fratelli Treves Editori, 1929, p. 185.

 

11 settembe 2003

Giorgio Saviane

Percorrendo la strada dall’aeroporto John Kennedy, ti affacci su Manhattan al di qua del fiume e subito li vedi i due grattacieli più alti della città: vicini, uguali. A volte sembrano uno più basso uno più alto, a seconda di dove li guardi. Ma è quando te ne andrai che valuterai i giochi di prospettiva, sapendo che i due birilloni del “World Trade Center” sono perfettamente uguali, e contengono un paese nel loro interno. Cos’è più l’Empire, il più alto grattacielo di New York prima dei birilloni, se non nostalgia? I colori che ostenta la notte sanno di fiaba: ma l’avventura architettonica è ormai affidata alla geometria di Wall Street. Alla piazza salotto fra i due giganti, lineare, severa, fredda. E’ una concorrenza pressante, pari a quella che si fanno gli organismi, le specie, le razze: ieri nella jungla: ora qui, a “edificare” cultura. Non più snervata dalle tradizioni o addolcita dal calore di una conoscenza tribale, ma secca, crudele, magnifica. A mostrare che l’uomo edifica non tanto per sé, ma per l’avvenire di se stesso.

Giorgio Saviane La città di metallo in: Vedere New York, con pagine di Giorgio Saviane, Firenze, Edizioni Primavera, 1986, p. 7.

Vittorio Zucconi

E per conquistarsi la griglia di ventilazione più tiepida all’angolo di Central Park, Rosita Metaxas la barbona ha dovuto duellare a colpi di rasoio nel 1986 con una concorrente e farsi sei mesi in carcere. Adesso però dorme indisturbata e tiepida, col suo fagotto di giornali e di sacchetti di plastica, sulla griglia più chic di Manhattan.

Ma questa è Fifth Avenue, ragazzi, mica via Garibaldi. Tutto il mito, l’assurdità, il sogno, la leggenda di New York sono spalmati qui, lungo i sei chilometri di asfalto butterato che vanno dal fiume Harlem fino al Village che il mondo ha trasformato nella strada maestra dei suoi desideri e delle sue illusioni. Campi Elisi dello shopping, Unter den Linden del consumo vistoso e inutile, la Quinta è una sinfonia alla gloria e alla miseria prodotte dalla civiltà del secondo Novecento, un paradiso del superfluo dove è più facile trovare un venditore di diamanti da mezzo miliardo che un fruttivendolo. Anche Dio ha dovuto adattarsi e qui sta a St. Patrick, l’unica chiesa cattolica della terra che richieda un biglietto d’invito per assistere alla messa di Natale, a fianco del senatore irlandese Mohynian e del governatore Cuomo.

Vittorio Zucconi Due città per due Americhe, in: Si fa presto a dire America, Milano, A. Mondadori, 1988, pp. 80-81.

 

Giuseppe Prezzolini

Hanno celebrato giorni or sono, l’ottavo anniversario della Nazioni Unite (1953). Davanti al brutto parallelepipedo (che pochi giorni fa han dovuto stagnare, perché l’acqua battente col vento penetrava negli uffici) (e quindi si può definire una chiatta che fa acqua) si son radunate tre o quattro migliaia di persone, la maggior parte ragazzi delle scuole ai quali non pareva vero di far vacanza, e di boy scouts ai quali non pareva vero di far da poliziotti e da portastendardi. Tre o quattro mila oziosi è sempre facile trovarli a New York, soprattutto se il tempo è d’una eccezionale tenerezza di sole e delicatezza di vento. Tali giornate son così rare in questa città dal clima ordinariamente sgradevole, che, chi può, le passa fuori di casa.

Ci sono stati i soliti discorsi bugiardi e ufficiali, che hanno vantato i successi delle Nazioni Unite per mantenere la pace nel mondo. Le spiacevolezze delle guerre che sono accadute in questi anni (senza portare il nome di guerra e con l’etichetta di operazioni di polizia) e delle minacce crescenti di guerra, e nel momento in cui in vari confini si ammassano truppe, che secondo il dizionario sono destinate a fare la guerra, non vennero ricordate.

Raramente ho sentito tanti luoghi comuni cuciti insieme malamente come quel giorno.

Giuseppe Prezzolini La segreta pace di New York in: Tutta l’America, Firenze, Vallecchi, 1958, pp. 182-183.

 

Guido Piovene

L’intreccio delle strade che escono da Nuova York o vi entrano è un capolavoro non dico di ingegneria, ma di architettura. E’ bello nel senso dell’arte. E’ un immenso gioco di piste, che ricorda l’otto volante. Convergono, si separano, si abbinano, si accavallano, si scavalcano, entrano sotto terra o sotto il fiume in lunghissimi tunnel, si lanciano su ponti sospesi in aria. Chiudendo gli occhi si pensa ad un astratto castello di ellissi. Vi hanno portato un contributo notevole gli italo-americani, che sono soprattutto costruttori di strade. E’ un guaio però sbagliarsi, e scivolare in una pista diversa da quella giusta. […]

Le luci di New York, forse a cagione della grande potenza delle lampade, sono diverse che nelle altre città: innumerevoli ma staccate, distinte, brillantissime e senza alone, simili a gemme bianche e ferme. Viste di lontano perciò più delle altre fanno pensare ai festoni, ai monili di strass; ed un monile nella notte, con le sue luci, è il ponte George Washington, che sorvola l’Hudson River, altissimo e senza peso. Se poi la notte ci si avvicina a Manhattan e alla zona dei grattacieli, i profili ed i muri di quelle immani costruzioni sciolti nel buio sono divenuti invisibili: si vede una cascata di luci sospese in aria, che occupa tutto l’orizzonte. Tanto che si ha l’impressione di correre ad ingolfarsi in un cielo stellato.

Guido Piovene Angolo Nuova York in: De America, Milano, Garzanti, 1955, p. 33.

 

Igino Giordani

Quando entrò nell’anfiteatro di colline e isole del porto di New York, gli vennero incontro urli di sirene simili a squali, battelli vanesi come modistine, bastioni paurosi di grattacieli, arrampicati in triangoli, in torri, in guglie, baracconi e archi di ponti, la statua della libertà, i docks, i ferry-boats, e una quantità d’altre cose, che agli occhi del geologo si svolgevano come una caduta fosforescente d’aeròliti.

_ Ah, l’America è… l’America!

Lo sbarco fu semplicissimo, come s’addice a un paese democratico: non durò che mezza dozzina d’ore. La massa di seconda classe fu prima adunata in coperta, fatta passare dinanzi a commissari contraddistinti da bottoni e nappine, fu poi raccolta in una sala e obbligata a rispondere alle domande che una specie di caporale volgeva in francese agl’italiani, in russo ai tedeschi, e così via: indi sospinta in un corridoio dove venne invitata a risfilare sulla tolda, quindi vistata, collaudata, esperita, e chimicamente controllata: dopo di che, centellinati i passaporti, analizzati i bolli, apposte le firme, fatta la chiamata, letti i regolamenti, borbottate le minacce, messi i sigilli, eseguite le indagini, raccolte le pezze d’appoggio, “auf!”, i passeggeri, col residuo delle forze nervose a lor disposizione, furono_ attraverso un pontile alto su l’acqua sozza_ ammessi sotto l’ampia tettoia che fronteggiava il vapore.

Igino Giordani L’America quaternaria, romanzo, V edizione, Napoli, Nuova Cultura Editrice, 1969, p. 30-31.

 

Illustrazione: War. Life (is so strange) degli U 2. International Records, 1983 RCA Corp. (Pl 14598 stereo, side 2)

Italo Calvino in America Italo Calvino Lezioni americane Pace contro guerra Ennio Flaiano Melampus America primo amore di Soldati Ravello e i letterati

(ricerca di Silvia Giordani e di Fausta Samaritani)

 

27 settembre 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it