di Fausta
Samaritani
Scoprire la Calabria, i suoi paesaggi grandiosi, le contrade ricche di memorie, il folklore attinto a miti arcaici, attraverso gli scritti di visitatori illustri.
Primi visitatori
Viaggiatori intrepidi, e invano dissuasi, nel corso del Settecento e dell’Ottocento si erano avventurati sulle precarie strade di quelle province povere, decentrate, ritenute primitive e quasi selvagge e infestate da briganti annidati nelle vallate del Crati e sull’Aspromonte. Tra questi pionieri, il britannico George Gissing, appassionato lettore di classici, che nel libro di ricordi By the Ionian Sea, edito nel 1901, raccontò il suo viaggio romantico sulle tracce delle vestigia della Magna Grecia, lungo un itinerario che da Paola aveva toccato Cosenza, Crotone, Catanzaro, Squillace e Reggio Calabria. Tra le pagine di questo libro, Ennio Flaiano catturò il cognome di un taverniere, un certo Paparazzo.
Vaghe e sintetiche erano a quei tempi le informazioni sulla Calabria, fornite dalle guide a stampa come quelle dei tedeschi Forster (edita nel 1853) e Karl Baedeker (prima edizione francese nel 1875), poiché i cultori del Grand Tour da Napoli si imbarcavano direttamente per la Sicilia e la Calabria era quindi tagliata fuori. Queste guide, destinate ad un pubblico erudito che subiva il fascino dell’antico e tentava una romantica fuga dalla sfrenata modernità, informavano su strade, alberghi e osterie, su dogane, costi e mezzi di trasporto, basandosi su inesatte notizie fornite da notabili del luogo (medici, farmacisti, nobili, notai) e davano al turista anche qualche nozione di storia (passato glorioso, dominazioni straniere, devastanti terremoti). Rari erano gli accenni alle opere d’arte e ai monumenti.
Con l’occhio attento del cronista, il francese M. Du Camp, al seguito della Spedizione di Garibaldi del 1860, della Calabria aveva osservato la connotazione urbana, i paesaggi sublimi e alcuni aspetti sociali (L’Expédition des deux Sicile. Suvenirs personels, 1861). Con l’Unità d’Italia fu abolito il maggiorasco, ma l’uso di privilegiare il figlio maggiore, a danno dei cadetti e delle figlie, si conservò imboccando strade illegali. In un ampio manuale storico, archeologico ed artistico, ricco di curiosità e di gustose amenità, di ricordi personali e descrizioni di paesaggi, La Grande Grèce (1881-1884) in tre volumi, François Lenormant seppe coniugare erudizione e divulgazione, contribuendo alla percezione della Calabria come ammaliante meta turistica, poiché è noto che “si viaggia anche senza viaggiare”, si viaggia prima di tutto con la fantasia, eccitata da descrizioni, da stratificazioni culturali, da immagini, dalla musica, dalla poesia…
Due pionieri del turismo italiano in Calabria sono Nicola Marcone (Un viaggio in Calabria. Impressioni e ricordi, 1885) e l’industriale milanese Luigi Vittorio Bertarelli, responsabile del Touring Club Ciclistico Italiano, poi Tci, (Calabria e Basilicata, cinque giorni di escursioni ciclistiche, 1897). Bertarelli doveva saggiare la regione, nell’ottica del viaggiatore moderno, in vista della prima guida turistica italiana della Calabria. Partì in treno da Milano e raggiunta la cittadina di Reggio Calabria, dopo un viaggio di 1400 chilometri, inforcò la bicicletta e si diresse verso nord. A Villa San Giovanni incontrò un’altra bicicletta: l’unica fino a Salerno.
Lungo la spiaggia innumerevoli
imbarcazioni da pesca e di piccolo cabotaggio, reti, argani per trarre le
barche in secco, piccoli cantieri per calafati, lavanderie, qualche rudimentale
stabilimento di bagni, casotti di finanzieri, frotte di ragazzi e ragazze
a gambe nude che fanno il chiasso, pescano alla lenza e raccolgono frutti
di mare: una spiaggia formicolante di vita, come quella ligure.
Bertarelli vide giardini di aranci cedri bergamotti e limoni, lungo un mare cristallino, rigato da un filo di spuma. La strada polverosa era costeggiata di rovi gaggie e ginestre in fiore. Si dissetò ad una fonte purissima, nascosta un boschetto, sorseggiando l’acqua tra ninfee e fiori di loto. «A Scilla le donne sono _ mi dissero _ famose per bellezza. Ma puzzano tanto che mi parvero tutte brutte. Il vino è di fuoco.» I pregiudizi sui calabresi furono chiaramente espressi da Cesare Lombroso che, nel saggio In Calabria, pubblicato a Catania nel 1898, dichiarò inferiore la razza calabra e lamentò la selvatichezza di questa regione dimenticata.
Nicola Marcone rimase incantato dai paesaggi calabri: «La potenza della luce, la portentosa feracità della terra, le spesse sorgenti e i mille ruscelli che la solcano per ogni verso, i boschi di cedri che la ricovrono e vi mitigano gli ardori del sole, fanno dei dintorni di Reggio tutto un giardino che realizza il bello ideale da Paradiso terrestre.»
Due giornalisti francesi, i fratelli Charles e Louis Fouchier, nel 1908 percorsero la Calabria in treno e in carrozza postale e in un lungo reportage ne descrissero in modo affascinante i costumi, l’artigianato, le leggende come quella della Fata Morgana, i monumenti, i dipinti di Mattia Preti, le chiese bizantine, i panorami, i boschi, gli agrumeti, le essenze preziose (La Calabre in L’Italie méridionelle, 1911). Mutava l’idea di viaggio e il turista moderno era più attento ai particolari pittoreschi che alle suggestioni erudite. Old Calabria di Norman Douglas (1915), lucido resoconto dei due viaggi in Calabria del 1907 e 1911, è il libro più noto e citato.
Sulle strade polverose si avventurava il pullman che accorciava il tempo di trasferimento e raggiungeva agevolmente paesi non toccati dalla ferrovia. Nelle zone archeologiche iniziavano i lavori di scavo. Nel 1924 Maurice Maeterlinck, sognando Virgilio, pastori dalla fronte riccioluta, idilli e sorgenti chiare, ma inveendo contro osti sudici e tavernieri esosi, percorse la Calabria in automobile con la moglie (En Sicile et en Calabre, 1927). Il turista in Calabria temeva sempre che recuperare le tracce di un passato, grandioso ma irrimediabilmente perduto, significava anche dover affrontare un presente di disagi e di pregiudizi, per la povertà, la marginalità di questa regione, privilegiata dalla natura ma condizionata dall’ignoranza dei suoi abitanti. A colmare le lacune della informazione e a superare i pregiudizi tentò la guida della Calabria del Tci, che nella prima edizione del 1928 fu diffusa in 400mila copie. L’era del turista pioniere, eccentrico e vagabondo, romantico e disinformato volgeva al termine. Le guide turistiche dovevano soddisfare sia il turista “da bagni e da escursioni”, sia il turista “da museo”. Nel dopoguerra, dopo il rovinoso transito degli eserciti, il mercato della vacanza raggiunse anche la Calabria, attratto dalle incantevoli regioni montane e dal litorale ricco di spiagge e di approdi; ma suggestionato anche dalle vestigia dei fasti del passato. Prima di intraprendere il viaggio un turista pretendeva di essere informato su alberghi, cibi, itinerari, prezzi, feste popolari, artigianato. Si spezzettava il latifondo, la riforma agraria svuotava le borgate, in agricoltura si diffondevano i macchinari, a Cosenza nasceva l’industria, si progettavano villaggi balneari, si inauguravano ospedali, ma anche l’emigrazione cercava nuovi sbocchi. Il clima del confronto politico era rovente.
Alberto Savinio
Ad aprile 1948, nel giro di poche ore, Alberto Savinio decide di accompagnare il ministro Roberto Tremelloni, candidato di Unità Socialista, in un viaggio elettorale in Calabria. Questa esperienza frutta otto articoli per il «Corriere d’Informazione» e per «L’Illustrazione Italiana» [i] . Fin dalla partenza in treno, ma soprattutto alla vista dei paesaggi calabri, distesi e solenni, riemergono nella mente di Savinio sprazzi di luce, di linee e di colore della sua prima giovinezza, passata in Grecia insieme al fratello Giorgio de Chirico.
Appena fuori di Crotone, quarantadue anni della mia vita
sfumano di colpo. Fino ai quattordici anni, la vita io la vissi parte nell’Attica
e parte in Tessaglia. Nel pomeriggio si partiva, mio fratello e io, in avventurose
passeggiate. Terminata la città, terminava ogni traccia dell’uomo e dei suoi
lavori. Piante selvatiche, anemoni, erba del vento. Strade i letti asciutti
dei torrenti, sul greto sassoso lo scheletro bianco di un somaro, e corvi
passavano sopra con un batter d’ali. Venuto via da quella mitica terra, non
trovai più se non campagne addomesticate, colture a tappetino, alberi a quadriglie,
strade incanalate fra siepi e muretti, fattorie e officine, acque agricole
e acque industriali. Ed ecco dopo tanto, ecco su questa sponda ionica della
Calabria, ecco la campagna della mia infanzia. Terra intatta. Terra antica.
Terra calva. E i corvi a mezza costa, lenti verso i monti. […]
Nei paesi di civiltà meccanica, i pensieri dell’uomo
somigliano sempre più ai pensieri delle macchine. Nella terra della pastorizia,
i pensieri dell’uomo somigliano ai pensieri dei ruminanti. Un giorno, quando
l’umanità avrà superato l’attuale barbarie, queste diversità e queste affinità
saranno esaminate, misurate, determinate. Intanto, coloro che si assumono
il compito di guidare l’organizzazione politica e sociale degli uomini dovrebbero
pensare che applicare lo stesso piano politico e lo stesso piano sociale all’uomo
macchina e all’uomo ruminante è più che stupido, è mostruoso
[ii]
.
Queste parole, che a prima vista dovevano apparire una provocazione, soprattutto in quel periodo di feroce campagna elettorale che spaccò il Paese, meritano qui una riflessione. L’Italia che, in pochi decenni si era formata attraverso l’unione di tante etnie, diverse per costumi, leggi e tradizioni, mostrava, ancor più di oggi, una frammentazione sociale drammatica che, da sola, la nuova Costituzione democratica non avrebbe sanato. L’“uomo macchina” della città, che si regolava sui tempi bloccati della produzione e l’“uomo ruminante” della campagna, che si regolava invece sulle ore del giorno e della notte e sul volgere delle stagioni, non avevano forse ugual diritto che il legislatore riconoscesse una loro diversa funzione nell’ambito della società, che esaltasse e non comprimesse le loro diverse forme di civiltà, che almeno graduasse il passaggio dalla campagna alla città? Accadeva invece che, sospinte al Nord per pure ragioni di sopravvivenza, intere generazioni stavano perdendo ogni contatto con le tradizioni dei paesi origine, mentre al Sud una gran parte di coloro che rimanevano venivano convogliati verso una industria che sterminava le colture di olivi e di agrumi, distribuendo in cambio scarsi e volatili