Cantare sulla Riva degli Schiavoni

Il colore a Venezia di Camillo Boito

Il colore a Venezia

di Camillo Boito

 

È  singolare come la donna e l’uomo a Venezia paiono, tanto nell’aspetto quanto nell’animo, più naturati che non negli altri paesi, e pure più complessi. Sono lagrimatori e festivi, espansivi e maliziosi. Hanno molto dell’ingegno, qualcosa dello scetticismo ateniese. Il sarcasmo sfiora ad ogni istante le loro labbra, ma senza livore, senza cattive intenzioni, così per indole o per giuoco; tanto che il forestiere è molto spesso impacciato nel conoscere se un Veneziano parli da senno o per burla. Il sarcasmo è una parte della loro saggezza e disgraziatamente della loro pigrizia. Si contentano di capire le cose al volo; quanto al farle è un altro paio di maniche. Per operare non bisogna dubitare; per non dubitare non bisogna vedere delle questioni tutti i lati ugualmente, e indovinare troppo i vantaggi e i danni.

Molte sere, mentre splendevano le stelle e il Vaporetto del Lido mandava il suo fischio, sentimmo cantare sulla Riva degli Schiavoni una canzone popolare che ci sembra il ritratto di quella ironia veneziana, la quale si torce persino contro se stessa. In coda ad ogni quartina il ritornello serio, grave, bene armonizzato, diceva: Viva l’Italia e la libertà, e a un tratto una sola voce nasale, fessa, stonata, interrompeva con un Ma secco, e ripigliava dopo una pausa:

 

Se, spera che i sassi

Deventa paneti,

Perché i povareti

Se possa saziar.

(Viva l’Italia e la libertà… Ma!)

 

Se spera che el caldo

Principia in genaro

E senza tabaro

Poder caminar.

(Viva l’Italia e la libertà… Ma!)

 

Se spera che adesso

Non nassa più tose,

Perché le morose

Se possa sposar.

(Viva l’Italia e la libertà… Ma!)

 

Se spera, se spera

Che el nostro Governo

Non deva in eterno

Le tasse lassar.

(Viva l’Italia e la libertà… Ma!)

 

Se spera e sperando

Ne capita l’ora

De andar in malora

Col nostro sperar.

(Viva l’Italia e la libertà… Ma!)

 

Coi barcaiuoli, come s’è detto per le donne, i pittori vecchi facevano dei còsi rettorici, trasformando il gondoliere o in un rematore sentimentale, che aveva le grazie da ballerino di teatro, oppure in un pescatore Chioggiotto, che sembrava una specie di Masaniello o di can barbone. Nel vero i due tipi del barcaiuolo veneziano, quello di casata e quello di traghetto, si dividono in molte varietà curiose che noi abbiamo avuto la bella fortuna di contemplare a nostro agio durante un’adunanza della Società di Mutuo Soccorso fra i servitori di barca, battellanti e traghettanti [i] . Credevamo di risalire i secoli, di trovarci per magìa in un angolo della Sala del Gran Consiglio, e di ascoltare i discorsi dei vecchi patrizii, che parlavano anch’essi in dialetto [ii] e alla buona e brevi e succosi. Il buon senso pratico del popolo veneziano ci si rivelò intiero nelle discussioni di questi barcaiuoli, i quali, smessa per un poco l’ironia, ragionando di cose che importavano a tutti, diventavano uomini d’affari e calmi diplomatici.

Vi era il Polentina, cantore e chiosatore dell’Ariosto e del Tasso, con la sua barba nera brizzolata di bianco, la testa mezzo calva, la carnagione abbronzita, simile alla patina rossastra e screpolata di un quadro antico. La sua faccia al primo aspetto ha qualcosa di sinistro, quasi di truce, come alcuni ritratti del Tintoretto, poi come in quei ritratti, a poco a poco dal moto delle labbra _ le labbra nei ritratti del Tintoretto si muovono _ e dall’umidore dello sguardo splende il raggio d’una bontà mansueta. Alle sue orecchie pendevano due anelli d’oro dai quali pendevano alla loro volta due trinagoletti pure d’oro, dondolanti ad ogni gesto.

C’era un vecchio di settant’anni, dritto; portava il pizzo bianco: oratore pieno di saggezza, ma di voce stentorea e di parola impetuosa. Raccontano che nel quarantotto pacificasse con un discorso Nicolotti e Castellani, le due fazioni di Venezia, che d’allora in poi, salvo i molti pettegolezzi e qualche scappellotto dopo le regate, vivono in santa pace. I volti da Carpaccio, sbarbati, col naso grosso, gli zigomi prominenti, il mento largo, si alternavano ai volti da Van Dyck, pallidi, di barbetta rossigna, gli occhi profondi e languidi, nel fronte meditabondi. La ruvidezza maschia e libera dei traghettanti contrastava con le livree a bottoni dorati dei gondolieri aristocratici, ben rasi il volto.

Non c’era, pur troppo! il gondoliere della Divina Commedia, Antonio Maschio, che ha studiato il Convito, il Volgare Eloquio, la Vita Nuova, tutto Dante, e conosce le opere sesquipedali de’ suoi commentatori, e ha sul Poema una propria teoria, intorno alla quale, tenne delle pubbliche conferenze e stampò sei libri; chiosatore dotto e sottile, parla in toscano con garbo: dovrebbe essere professore, membro di Accademie, cavaliere. Figlio di un biadaiuolo [iii] di Murano, in bottega andava frugando nella carta da far cartocci, gli piacevano più le righe corte che le lunghe, e aveva letto così qualche sonetto del Petrarca e alcune ottave dell’Ariosto e del Tasso. Un dì gli caddero in mano i fogli staccati di tre canti del Purgatorio; lesse e non capì nulla; corse da un vecchio prete dell’isola, che gli spiegò bene o male il grosso delle cose; vogò subito a Venezia a comperare con pochi soldi il Poema senza note. Allora il nostro barcaiolo, innamoratosi del mistero, esaltandosi in ciò che intendeva e ancora più in ciò che non intendeva, netto da ogni preoccupazione, s’andò creando nel cervello un concetto intiero della filosofia e della geografia della Commedia, ruminando da sé solo, finché gli venne regalato un commento, e poté un po’ alla volta confrontare le proprie idee con le faticose ricerche degli eruditi.

Nel sessantacinque voleva andare alle feste dantesche di Firenze; ma non avendo il permesso della Polizia austriaca, camminò di soppiatto fino al Po, sperando di trovarvi una barca. Trova invece i gendarmi; si getta in fiume nudo col suo fardello degli abiti sulle spalle e il volume di Dante; il fardello sprofonda, Dante sprofonda; egli stesso, dopo sovrumani sforzi per toccare l’opposta riva, è lì lì per annegarsi; lo ripescano; lo riconsegnano agli Austriaci; è maltrattato, messo in prigione e dopo un pezzo, quando Dio volle, liberato. Il suo rammarico era questo solo, di non aver potuto assistere all’onoranza del suo Poeta. Oggi è alla Banca nazionale, gondoliere.

Ma in quell’adunanza, dove il Maschio dunque non c’era, dovevano discutere, tra gli altri affari, la domanda di un socio fondatore, il quale mettendo innanzi i beneficii resi alla Società chiedeva una rettificazione. Un bell’omone grande e grosso, col viso tondo tra il gioviale e il solenne _ somigliava al maggiordomo della Cena di Paolo [Veronese] _ chiede la parola e dice:

«Far el ben e po domandar el compenso xe perder el dirito a la riconoscenza. Mi a quel sior ghe verzo la mia povara casa; el vegna a magnar, se el ga bisogno, e a bevar da mi; ma dei soldi de la Società non se pol darghe un boro.» Tutti consentirono nella opinione del buon uomo, votando coll’alzare la mano, eccetto uno che diceva di avere un reumatismo al braccio destro:

«Ciò, parché non votistù?»

«E se avesse una dogia?»

Allora il presidente, un signore a cilindro, molto prosaico, pose in discussione l’indirizzo di non sappiamo quale Società di operai, il quale puzzava di demagogia ed al quale bisognava rispondere. Un barcaiuolo si rizza e discorre così:

«Ghe xe dei intriganti che ne monta la testa a nualtri, tanto per far del ciasso e per pescar nel torbio. I fa finta de credar che brusando le fabriche i operai ghe guadagni, e rovinando i altri i se faza signori. No i rovina i paroni, e eli i more de fame. Ma sti intriganti no ga altro fin che quelo de condur el popolo a la miseria, a la disperazion; parché alora quel revolton, che i voria far de tuto e de tuti, deventaria più facile.» Mentre l’oratore pronunciava queste parole il Polentina crollava il capo scotendo i suoi orecchini, e aggrottava le ciglia. Noi lo credevamo un comunista arrabbiato. Domanda la parola, e grida:

«El dise ben: paroni e operai xe tuti una famegia.»

Camillo Boito

 

Pubblicato su “L’Illustrazione Popolare”, volume XV, n. 49 (6 ottobre 1878), pp. 778-779. Il brano è tratto da Storielle vane di Camillo Boito, Milano, Fratelli Treves, 1876. L’immagine con la didascalia Pescheria sul ponte di Rialto, a Venezia è a p. 773

 

NOTA

Tra gli scapigliati, visse una esperienza particolare Camillo Boito (Roma 1836-Milano 1914), musicista, architetto e drammaturgo, che per 43 anni alternò al Politecnico di Milano gli insegnamenti di storia dell’architettura, di rilievo e restauro di edifici, di stili classici e del Medioevo. Fu amante della Duse, con la quale scambiò una fitta corrispondenza. Fuggito dalla Venezia austriaca, nel 1860 era sulla cattedra di Architettura dell’Accademia di Brera, cattedra che tenne fino al 1909. Dai due maggiori centri culturali milanesi, Politecnico e Brera, esercitò grande influenza sulle principali questioni architettoniche del suo tempo: la nuova facciata del Duomo di Milano, il compimento della cattedrale di Firenze, il monumento a Vittorio Emanuele e il Palazzo di Giustizia a Roma. Come architetto, come storico dell’architettura e come critico militante esercitò una forma di dittatura culturale. Scrisse su “Il Politecnico”, sull’“Illustrazione Italiana”, su “La Perseveranza”, su“La Nuova Antologia” e nei saggi storici, negli interventi, a volte polemici, nelle recensioni a mostre espresse sempre autorevoli giudizi. Suggestive atmosfere creò nelle nuove architetture in stile, come la Casa di Riposo per i musicisti, intitolata a Giuseppe Verdi. Fu direttore e ordinatore della prestigiosa sede museale, voluta da Gian Giacomo Poldi Pezzoli, e ne aumentò le raccolte. Come direttore della rivista “Arte italiana decorativa e industriale”, dal 1892 al 1911, difese l’originalità delle arti decorative italiane, proponendo modelli di decorazione per l’industria. La sua vita fu costellata da drammi familiari: l’abbandono del padre, un miniaturista bellunese che nel 1853 lasciò i due figli Camillo e Arrigo alla moglie, la contessa polacca Giuseppina Radolinska; il fallimento del matrimonio con la cugina Cecilia e la morte del figlio Casimiro, all’età di quattro anni. Sulle Storielle vane, questo era il parere di Croce: «vane non possono dirsi, perché Boito vi mise tutti i suoi sogni, e le sue malinconie e tristezze d’amore e il suo contemplare con occhio di pittore luoghi e paesaggi». Nel più famoso dei suoi racconti, Senso, egli ricreò inquietanti atmosfere del nostro Risorgimento. Da Senso Visconti ha tratto un celebre film, del 1953, con Alida Valli e Massimo Girotti. In questa garbata ed ironica nota sul folklore veneziano, che qui presentiamo, Camillo Boito indaga sulle ragioni dell’associazionismo tra gondolieri; delinea visi, registra discorsi e coglie umori, accostandosi ai modi del Verismo, ma senza toni di gratuito populismo.

(Nota a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2003

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaleteraria.it

 

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 6 ottobre 2015

Si prega di non copiare testo e immagine



[i] Le Società di Mutuo Soccorso sono considerate le antenate dei nostri sindacati. Protette e incoraggiate da Garibaldi, sorsero intorno al 1860. Nel Veneto operarono dopo il 1866.

[ii] Il veneziano è considerato una lingua, non un dialetto.

[iii] Venditore di foraggi.