Una
scarica elettrica
di Carlo Emilio Gadda
2000
di Simone Casini
La fortuna postuma di Gadda
è stata notevolmente accresciuta, negli anni, dal rinvenimento di straordinarie
opere inedite. Già nel '74, all'indomani della morte, fu pubblicata
la Meditazione milanese, cuore di un'originale riflessione filosofica.
Nel 1983 è la volta del Racconto italiano di ignoto del novecento,
primo grande e incompiuto romanzo, e nel 1989 esce La meccanica, il
secondo romanzo, rimasto anch'esso nel cassetto. Sono scoperte che hanno rivelato
un Carlo Emilio Gadda nuovo, impegnato sin dagli anni Venti ad articolare
una complessa visione del mondo.
Mancava ancora un tassello centrale, il terzo tentativo di romanzo, il grande
lavoro incompiuto degli anni Trenta, satira ed elegia della sua Milano perduta.
Dell'esistenza di questo misterioso lavoro si sapeva dagli splendidi frammenti
confluiti poi nel volume de L'Adalgisa (1943), e dall'aria comune che
si respira nei testi successivi a La meccanica (1928) e precedenti
a La cognizione del dolore (1937). Si sapeva insomma di un cantiere
dismesso, di un affresco crollato anzitempo, di una costruzione ridotta ormai
a cava di materiali, da cui lo scrittore continuava a trarre brani preziosi,
che avevano la durata esterna del racconto e le proporzioni interne di un
romanzo.
Ma sull'architettura originaria, niente più che ipotesi.
Ed ecco, grazie al paziente lavoro di Dante Isella, che i frammenti si ricompongono
nella trama, pur incompiuta e lacunosa, di Un fulmine sul 220. Qualche
anno fa se ne conosceva solo parte del terzo capitolo, e Isella l'aveva pubblicata
in edizioni fuori commercio, insieme ad altri due racconti coi quali, secondo
un progetto formulato da Carlo Emilio Gadda, avrebbe dovuto formare un trittico
di satira milanese. Ma il ritrovamento di nuovi autografi nell'archivio gaddiano
di Piero Gelli consente adesso, per la prima volta, di leggere il Fulmine
come un romanzo autonomo, cresciuto a poco a poco dalla novella originaria
il Racconto del macellaio. Sono quattro capitoli inediti, scritti fra
il 1933 e il 1935, oltre ad una stesura di "primo getto" risalente
al 1932, ad un nuovo inizio del 1936, e a una vasta congerie di materiali
narrativi e di note compositive, utili per farsi un'idea del piano complessivo.
Non è dunque un libro facile, come tutti i cantieri rimasti interrotti.
Ma il lettore affezionato ritroverà, collegati finalmente in un'unica
trama, volti, situazioni e temi ormai familiari. E il nuovo lettore, cui consigliamo
di cominciare dalla redazione più compiuta, quella del 1933-35, troverà
in nuce tutti i motivi del Gadda maggiore.
Un fulmine sul 220: una scarica elettrica di eccezionale potenza si
abbatte su uno dei casotti elettrici da 220.000 volts della pianura milanese.
Meteorologia imprevedibile, certo, ma anche difetti di rete, imprevidenza
di tecnici, precedenti trascurati, forse lavori lasciati in sospeso o danni
di roditori.
E in quel casotto, per una tragica combinazione, si trovano carbonizzati i
corpi di due amanti...
Gadda iniziò il suo nuovo romanzo, nel 1932, scrivendo questo finale.
Come spiega Isella, egli volle stabilire subito un punto fermo, lo sbocco
della narrazione, il suo finale tragico, che vede la morte dei due amanti,
combusti dal fulmine nel capanno del loro primo incontro d'amore. Anche
uno scrittore qualunque a corto di idee sarebbe forse ricorso all'espediente
banale del fulmine, per chiudere così la sua storia. Ma per Gadda il
"fulmine" non è una facile chiusa romanzesca. È invece
un difficile snodo narrativo in cui far quadrare i fili infiniti della realtà.
È l'immagine in cui saldare la sua perizia di ingegnere elettrotecnico,
la riflessione filosofica sul caso e sulla necessità, e la sua ricerca
narrativa, come poi nella Cognizione del dolore. Verso quel finale,
forse ripreso da spunti di cronaca, viene convogliata l'enorme massa di fili
narrativi di cui solo Gadda è capace: cause e concause, storie e Storia,
scene e ambienti, riflessioni e sentimenti, battute taglienti e vertigini
liriche.
La satira di Milano si dipana intorno all'amore, trasgressivo anche sul piano
sociale, tra la splendida Elsa, infelice in mezzo alle asfissianti virtù
dell'alta borghesia milanese dai sani principi, e il giovane Bruno, già
garzone del macellaio, poi disoccupato, quindi lucidatore di parquets. Ma
l'esile trama della storia d'amore non è in grado di reggere la mole
di fatti e documenti che Gadda accumula progressivamente, in una rappresentazione
sempre più ricca e dettagliata del mondo milanese. E secondo Dante
Isella, il personaggio prepotente di Adalgisa da figura secondaria viene a
imporsi al centro, e a scardinare l'intreccio. Problemi strutturali, eventi
biografici e la tragedia della guerra indussero quindi lo scrittore ad abbandonare
il progetto. Era destinato a tempi normali e sereni, scrive nel 1943. I
milanesi vorranno comprendere. Il mio dolore per la mia città, e per
tutto, è infinito.
Romanzo fallito, dunque, ma svolta decisiva nell'opera di Gadda, che sperimenta
qui un nuovo dosaggio nella sua miscela inconfondibile di satira e di lirica.
Simone Casini
Carlo Emilio Gadda, Un fulmine sul 220, a cura di Dante Isella, Milano, Garzanti, 2000.
vedi anche: Cletto
Arrighi Canaglia a Milano
30 Ottobre 2000
La Repubblica Letteraria Italiana.
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