Viaggio
di Carlo Levi tra parola e tela
2000
di Lydia Pavan
Il viaggio mentale e reale, letterario e pittorico di Carlo Levi (1902-1975),
nato a Torino, città-laboratorio del socialismo liberale, si è
effettuato lungo diversi decenni del '900, segnati da avvenimenti storici
che nella prima metà del secolo hanno colpito drammaticamente, a volte
tragicamente, diversi intellettuali, i quali, anche dopo la fine della seconda
guerra mondiale, non hanno cessato né di guardarsi intorno, né
di riflettere su quanto accaduto, né di continuare a proporre nuove
modalità di esistenza.
Un
viaggio in un al di là non trascendente, ma che, pur emergendo dalle
sacre viscere della terra e del mito, è ancorato ad una realtà
concreta, geograficamente connotata, ad un tempo indeterminato, diverso da
quello oggettivamente misurabile cui siamo abituati.
Quello di Carlo Levi è un viaggio reale, perché nei suoi testi
il protagonista approda veramente, con vari mezzi di trasporto, in terre a
lui sconosciute, dall'Italia insulare e meridionale alla Germania all'Unione
Sovietica; in Cristo si è fermato a Eboli il suo occhio indaga,
curioso di capire le trasformazioni, i miti, l'immobilismo di una realtà
sociale, una nera civiltà che, ai margini della Storia, immersa in
un tempo immobile, non riesce a sottrarsi al dolore ed all'inconciliabilità
di due mondi opposti, quello dei contadini " in cui confluirebbero le
categorie produttive "e quello degli sfruttatori, dei parassiti, degli
esattori, dei burocrati, ovvero dei "luigini", dal nome del podestà
di Gagliano, Luigi Magalone, maestro alle scuole elementari e sorvegliante
dei confinati nel paese, il più giovane e il più fascista
fra i podestà della provincia di Matera.
Cristo si è fermato a Eboli è un romanzo-documento-saggio
che, propositivo nei confronti della questione meridionale, rispecchia la
letteratura della sorpresa, della ricerca e della consapevolezza; ambientato
negli anni della guerra d'Etiopia, pubblicato nel 1945 e trasferito in film
nel 1978 da Francesco Rosi con Gianmaria Volontè nei panni di Carlo
Levi, è stato tradotto in tutto il mondo e commentato da critici e
scrittori di professione come Italo
Calvino e Jean Paul Sartre. Racconta il viaggio dell'intellettuale Don
Carlo, ovvero dello stesso Levi, dal Nord al Sud, inviato al confino dal regime
fascista in un paese della desolata e malarica terra di Lucania, viaggio che
s'intreccia con quello dei contadini che impiegano diverse ore per raggiungere
i loro campi ed altrettante ore per ritornare a casa, con la monotonia
di un'eterna marea; è un viaggio su e giù per il paese,
tra la curiosità di uomini, donne e bambini che vivono in simbiosi
con gli animali, capre, cani, maiali, serpenti, cinghiali, lupi ed altri ancora;
gente eternamente paziente, negata alla Storia e allo Stato,
che gradualmente scopre nel nuovo arrivato un amico ed un medico sensibile,
disposto ad ascoltarli e, nei limiti del suo status di sorvegliato
speciale, ad aiutarli: una complicità testimoniata dal primo flashback
del romanzo, quando lo scrittore rimpiange di non aver potuto mantenere la
promessa di tornare tra i suoi contadini; però, anche se non
torna, costituiranno sempre un argomento del suo impegno politico, culturale,
incluso quello pittorico: i paesani del Sud popoleranno le sue esposizioni,
inclusa una Biennale di Venezia degli anni '50, esprimeranno sulle tele il
loro pianto, come in occasione della morte di Rocco Scotellaro, grande rapsodo
della cultura contadina, morto nel 1953 ed amico di Carlo Levi.
E' un viaggio attraverso la noia zodiacale-secolare che raramente
si interrompe, attraverso le nuvole di polvere sollevate dal vento
tra case costruite in disordine ai lati della strada, contornate
da poveri orticelli e magri olivi; in queste case però vive gente,
la cui fisionomia misteriosa e mitica stupisce ed affascina il protagonista,
proveniente da un mondo abituato ad usare un metro razionale per misurare
e interpretare la realtà, un mondo integrato nella Storia.
Un mondo, quello dell'intellettuale Levi,
estraneo alle fatture, ai monachicchi, ai licantropi, ai riti magici,
alla sapienza stregonesca, ai ricordi dei briganti che ancora vivono nell'immaginario
contadino e per la vita avventurosa e per i tesori nascosti sottoterra e nei
boschi; un mondo estraneo alle credenze che tre angioli di notte proteggano
le case dai lupi e dagli spiriti cattivi o che, per esempio, bastino le filastrocche
sui giorni della settimana per incantare e far morire i vermi dei bambini
[...]
Domenica è Pasqua
ogni verme in terra casca.
Il lettore sin dalle pagine iniziali e attraverso tutto il libro, fino
a quando Don Carlo lascia il paese per rientrare nel Nord attraverso le
campagne matematiche di Romagna, si rende conto che la mente letteraria
dell'autore si intreccia con quella pittorica, e che addirittura la pittura
stessa costituisce un argomento del romanzo: un vero e proprio asse portante
che coinvolge i notabili del paese, nonché i contadini, i quali coralmente
partecipano al lavoro sulla tela del medico-scrittore-pittore, soprattutto
i bambini, perché, tra gli adulti, le donne sono restìe ad essere
ritratte per un motivo magico: un ritratto è una sottrazione che dona
al pittore un potere assoluto su chi ha posato per lui. Invece i
bambini, più liberi dai condizionamenti della cultura magica, entrano
spontaneamente nella sua casa e posano, orgogliosi di vedersi dipinti.
Qualcuno è così attento da imparare l'arte, si chiama Giovanni
Fanelli: non so se Giovanni Fanelli sia diventato o potesse diventare
un pittore, ma i suoi quadri, dice Levi, sono macchie di colore non
prive d'incanto.
Spesso lo scrittore si sofferma su questi ragazzi pallidi tutti, gialli per la malaria, magri, con gli sguardi intenti, neri e vuoti, una fisionomia drammatica che ora si ritrova diffusa nei bambini dei Paesi sottosviluppati: le descrizioni dei tratti fisici le troviamo trasferite nei colori e nelle forme dei numerosi quadri che ritraggono i bambini singoli o a gruppi, sullo sfondo di paesaggi bianchi e calcinosi, bianco-giallastri; non mancano gli animali tra cui la capra, che nel romanzo viene definita diabolica e potente più di ogni altro essere vivente, un Satiro fraterno e selvatico, compagna di giochi, di sofferenze e di sfide, degna di affetto e di rispetto, insomma una frequenza costante nel mondo rurale non solo dei poveri, ma anche dei nobili e dei ricchi: basti pensare al romanzo di Dacia Maraini, La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990), quando viene descritto il legame che nell'infanzia unisce il marito-zio di Marianna alla sua capretta.
I colori accesi, come il rossetto sul viso bruciato dal sole o le grandi
piogge d'oro in occasione della festa settembrina della Madonna o i
capelli rossi e gli occhi azzurri del Sanaporcelle, risentono dell'influenza
dei Fauves, degli espressionisti come Chaïm Soutine
ed i tedeschi, dei contatti con la Scuola Romana. Come nei Fauves,
in Carlo Levi lo spazio è costruito dai colori smaglianti, pur dissonanti
tra loro, provocatori; il disegno è essenziale, incisivo, il tocco
agitato fa convergere l'attenzione sullo sguardo fisso e drammatico dei personaggi,
concepiti in un'esasperazione vitalista che equivale ad una visione critica
ed inquieta della natura umana, ad una tensione di forte partecipazione etica.
L'artista torinese assume la lezione espressionista, prolungamento
della lezione fauve, per meglio esprimere e trasmettere il suo credo
sociale, la forza delle emozioni attraverso le pennellate dense e le linee
concentriche che contornano e rafforzano il soggetto; ne risulta una visione
energica, disarmonica, straziata e vibrante della società e delle sue
componenti, sia sulla pagina che sulla tela: è indubitabile che quando
in Cristo si è fermato a Eboli vengono descritte le argille
bianche, le piccole chiazze di verde, sparse qua e là, che brillano
al sole ancora più intense e più strane, come delle grida,
troviamo corrispondenze nei paesaggi desunti dall'esperienza e dalla memoria
del confino, riprodotti sulla tela, caratterizzati dagli incantevoli colori
delle terre malariche, con il cielo rosa verde e viola.
Carlo Levi, personalmente condizionato, nel periodo del confino, dal contatto
quotidiano con l'ambiente contadino, ama ritrarre la natura e la campagna,
affascinato dall'esempio di molti espressionisti tra cui Emil Nolde e Franz
Marc, il quale, prima di morire al fronte nel 1916, ha espresso il fascino
del mondo primitivo e, sullo sfondo di paesaggi cromaticamente dinamici, ha
dipinto quegli animali, tra cui i caprioli rossi, che nell'opera di Carlo
Levi convivono con gli esseri umani, partecipi della divinità: tutto
è, realmente e non simbolicamente, divino, il cielo come gli animali,
Cristo come la capra. Tema presente anche nei manifesti propagandistici,
come in quello creato dal pittore italiano per il Partito Socialista nel 1953:
sotto la scritta contro la miseria, una bambina, avvolta in un grande
scialle, è seguita da un asino e dai contadini, come a dire che gli
animali sono coinvolti nella disperazione del Mezzogiorno.
Lydia Pavan
I romanzi di Carlo Levi sono pubblicati da Einaudi
30 Ottobre 2000
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it