Col capo chino sempre sulla medesima pagina del medesimo libro, torturata in mille guise dalle osservazioni, malinconiche come una pioggerella fine e penetrante, del professore immobile nella cattedra, anch’io ho ripensato ai vecchi insegnanti dei nostri padri, ai vecchi sistemi, che il vantato progresso della civiltà ha abbattuto in una esultanza di trionfatore, e ho sentito nascere in me quasi un moto d’involontario rispetto per quella anticaglia d’uomini e di cose, che almeno ti mandava via dalle scuole colla capacità necessaria per intendere e per gustare un brano di Virgilio e scrivere una lettera senza errori di grammatica

Carlo Segrè e l'insegnamento della letteratura italiana

 

Per una buona causa
Di Carlo Segrè

Domenico Gnoli ha in un sodo, vibrato e coraggioso articolo del fascicolo ultimo della Nuova Antologia discorso intorno all’Insegnamento della letteratura italiana (1).
Dopo aver rilevato come l’antica scuola letteraria, la quale ha imperato sino al mezzo di questo secolo, non avesse altro fine che quello di avviare i giovani allo scrivere, al gustare, al giudicare, di formarli, cioè, alla scienza ed alla pratica dell’eloquenza, l’A. osserva che la nuova scuola, sorta al costituirsi del Regno d’Italia nel 1860, s’è manifestata con un duplice indirizzo: l’uno, che può dirsi estetico o psicologico, ha avuto per suoi rappresentanti più illustri il De Sanctis e il Settembrini (2), l’altro, che può dirsi storico, s’è specialmente sviluppato in Toscana e ha ritrovato nel Bartoli il suo più fervido propugnatore. L’indirizzo estetico o psicologico s’è in breve perduto, e l’insegnamento e lo studio della letteratura hanno conservato il carattere dell’indirizzo storico o positivo, il quale ha asserito che la storia letteraria sta tutta negli archivi e nelle biblioteche, e che essa non può farsi che col mezzo di pazienti e sottili analisi. La scuola odierna è passata così con un risolino di compassione dinanzi a coloro, che avevano per la testa le vecchie ubbie dell’arte e dell’estetica, e ha spinto i giovani a “minute ricerche biografiche, a minuti raffronti di edizioni e di manoscritti, a una micrologia, insomma, che qualche volta rivela diligenza e assiduità di lavoro, e acume e bontà di metodo, ma che di rado acquista importanza dal ricercare nel minuto la dimostrazione o la ragione di fatti rilevanti”.
L’A. non nega che tal genere di lavoro sia utile alla ricostruzione della storia letteraria. Ma egli si domanda: “Avranno questi giovani, e specialmente quelli fra loro, che intendono darsi all’insegnamento, con tali esercizi di critica storica, d’erudizione, di metodo, dato prova di conoscere nel suo svolgimento storico e nelle opere dei sommi la storia della nostra letteratura, di comprendere quelle opere, di possedere desto, educato il sentimento artistico, senza il quale la letteratura è come il colore ai ciechi e la musica ai sordi?”. Egli crede di no: e la riprova di questo convincimento suo sta nella decadenza manifestatasi nello scrivere e nella scemata cultura letteraria della nazione. Fra noi, negli studi letterari, l’arte si trascura o anche si disprezza; si vogliono cose e non parole; e per cose s’intende il preciso accertamento dei fatti.
“Se questo indirizzo – osserva l’A. – può essere spiegato, e giustificato in parte, come reazione alla vecchia vacuità accademica, non è però ragionevole che esso debba perpetuarsi e divenire norma fissa e costante.” Deve la storia continuare nelle sue indagini sapienti, a scavare e a elaborare materiali per la ricostruzione della vita collettiva del popolo e della personale degli illustri scrittori: ma vicino e sopra a questo studio, che è studio della storia della letteratura, conviene vi sia quello della letteratura, che presenti la vita del passato riflessa nelle più alte manifestazioni dell’ingegno, affinché la gioventù s’abitui ad avvicinarsi ai Grandi, e a gustarne e a ritrarne, dov’è possibile, lo spirito.
“Si dovrebbe quindi – conclude l’articolo dell’Antologia – sia negli esami scolastici, sia ne’ concorsi, richiedere in primo luogo il buon uso della grammatica e della lingua, e la disciplina del pensiero che è legge del ben parlare e del bene scrivere; e poi, su su, la notizia e l’intelligenza e il sentimento della letteratura nazionale nel suo svolgersi, nel suo manifestarsi nelle opere de’ sommi, nelle sue relazioni colla storia della cultura, colla storia politica, e con quella delle forme dell’arte. Cose che non tutte si richiedono oggi, a cominciare dalla grammatica.”

La causa sostenuta da Domenico Gnoli è giusta, è sacrosanta. Lasci che alla parola sua così profonda, e così piena di dottrina, io aggiunga pure la mia, che non ha altra autorità se non questa: di partire da chi è uscito da poco dalle Università, e ha veduto da presso l’origine, il formarsi di questi mali, che appaiono piaga già matura agli occhi della gente.
Sì – come ben nota l’illustre scrittore – la letteratura italiana è divenuta nelle nostre scuole una scienza, e dallo studio suo ogni intendimento d’arte è rigorosamente bandito. Il peggio si è che si persuade ai giovani che non v’è altra via fuori di quella, su cui cammina la minuziosa pedanteria del maestro: e se taluno sente in sé un’attitudine geniale a sollevarsi sopra quei frantumi, in mezzo ai quali s’è avvezzo ormai ad aggirarsi il suo pensiero, se ha in sé la capacità di abbracciare i larghi movimenti della nostra vita letteraria, di penetrare e di riprodurre in una sintesi felice e vigorosa lo spirito di que’ sommi, che la animarono, conviene che si trattenga, che soffochi dentro al suo petto ogni nobile disposizione; se no, se si lascia adescare dal desiderio di uscire un po’ all’aperto, di respirare un po’ a pieni polmoni, egli corre il rischio di guadagnare la taccia di frivolo, di superficiale, taccia che, in moneta spicciola, si traduce in una solenne bocciatura all’esame.
Io ricordo, quando stavo per prendere la laurea, di aver domandato a Ruggero Bonghi (3) quale tema ei mi consigliava di trattare. Ei mi rispose: “Parla del Foscolo, è un autore, sovra cui un giovane ha sempre molte cose, spesso molte cose nuove da dire”. Ma con tutta la deferenza che avevo per l’illustre uomo, confesso che non m’attenni al suo consiglio. Conoscevo troppo bene i miei polli: non dimenticavo di avere un collega, il quale stava preparando una monografia sopra un Atrovare raro del secolo XIII, un altro che, da due anni si rompeva la testa per determinare il numero dei Greci alla battaglia di Maratona, e ben capivo che i denti dei miei esaminatori, abituati a quei cibi ossuti, avrebbero trovato una pasta rasa il mio povero Foscolo. E lo piantai lì.

Il guaio serio di questo indirizzo nell’insegnamento della nostra letteratura sta nel risultato, che l’autore dell’articolo così chiaramente e fortemente pone in luce. Si creano dei topolini da biblioteca, che s’arrampicano qua e là per gli scaffali e rosicchiano il dorso di certi vecchi e ammuffiti volumi; ma di scrittori veri, di dotti – e adopero apposta la parola, che qui risponde così bene al misurato e complesso concetto del Gnoli – di dotti, che sappiano con una penna facile e briosa trattare di qualche momento rilevante della nostra istoria letteraria, che sappiano portare una osservazione acuta, larga e piena di gusto nell’opera di qualche grande trapassato, nessuno o quasi nessuno. Coloro, che potrebbero far ciò, non lo fanno perché temono di passare per ignoranti; e per acquistarsi la fama di eruditi, non esitano a diventar noiosi. Guardatevi intorno, e ditemi se in Italia si componga più un articolo di critica letteraria: uno di quegli articoli, che in Inghilterra hanno saputo comporre il Carlyle e il Macaulay , in Francia, il Sainte-Beuve , e qui, tra noi, con un nuovo carattere civile, il De Sanctis? Così l’unica gloria lasciata a questo secolo infecondo, in cui si sono adagiati in un riposo, che speriamo non sarà eterno, la poesia, la storia, il dramma, la gloria di una critica serena, illuminata, vivace, che ritornasse illustrandole su le grandezze trascorse, dopo aver per un istante brillato in un puro e promettente splendore, s’è spenta anch’essa, soffocata sotto il tritume d’una erudizione petulante e boriosa.

L’influenza della Germania è stata fatale alla nostra vita del pensiero. Di là ci è venuta questa inclinazione alla piccola ricerca, allo studio perseverante racchiuso in campi ristrettissimi, di là ci si è fatto capire tutto il significato di questa tremenda parola specializzazione, che ignorava il versatile ed errabondo genio latino. La mente dei tedeschi è per natura priva o almeno ben povera di pronta e ferace virtù creativa: essa quindi s’è piegata per quella strada, dove in certo modo la spingeva la vocazione sua. Quei forti figli del Nord, come si sono formati un’arte della guerra, che è fatta per le loro spalle, si sono pure formati una palestra di operosità intellettuale, che è fatta pei loro cervelli. E il male si è, come hanno costretto il mondo a credere in quella, così gli hanno pur saputo imporre questa. Tal genere di attività, dove la pazienza ha preso il posto dell’intelligenza, dove in uno stampo uniforme si fondono tutte le attitudini individuali, dove gl’ingegni perdono ogni originalità di fisonomia, ha sviato le nostre belle tradizioni, ha turbato e inquinato il corso baldo e limpido delle nostre inclinazioni spirituali.
Né soltanto nello studio dell’italiano è penetrata questa tendenza alla ricerca del minuto, all’investigazione analitica, ma in tutti gli altri, in quelli della storia, del latino, del greco. Nelle Università non solo, ma anche talora nei licei, si passano anni interi sopra qualche episodio delle guerre barbariche, scrutando le intenzioni e le sotto-intenzioni di un condottiero qualunque, che forse risuscita lì per lì dopo un sonno imperturbato ad edificazione della studentesca, o sopra una pagina di qualche autore classico, perdendosi in mille sottigliezze filologiche, che addestrano, ma tormentano e prosciugano l’ingegno; e gli esami intanto arrivano, e lo scolare è licenziato senza ch’egli abbia avuto il modo di abbracciare intero un periodo almeno di storia, o di procacciarsi una conoscenza piena dell’autore considerato, e forse… della lingua, in cui questi ha scritto. Egli ha bensì fatto un grande acquisto: ha imparato il metodo di imparare, ha in tasca la chiave, che gli aprirà la porta di tesori decantati infiniti. Ma la chiave, di cui l’hanno fornito, è molto delicata, e facilmente s’arrugginisce; e spesso, mentre ei tenta invano di farla entrare nella serratura, s’accorge con dolorosa sorpresa che non lontano da lui v’era un’altra via, larga e piana, per la quale per un uscio già spalancato poteva condurlo senza fatica in mezzo alle ricchezze desiderate!
Io son giunto un po’ tardi per avvicinare coloro, i quali, come Rezzi citato dal Gnoli, furono maestri alla generazione, che ormai volge a una maturità declinante. Ma creda, l’illustre autore del vigoroso articolo, che sovente, nelle aule tetre della Sapienza, mentre mi trovavo per settimane e settimane, anzi per mesi e mesi, col capo chino sempre sulla medesima pagina del medesimo libro, torturata in mille guise dalle osservazioni, malinconiche come una pioggerella fine e penetrante, del professore immobile nella cattedra, anch’io ho ripensato ai vecchi insegnanti dei nostri padri, ai vecchi sistemi, che il vantato progresso della civiltà ha abbattuto in una esultanza di trionfatore, e ho sentito nascere in me quasi un moto d’involontario rispetto per quella anticaglia d’uomini e di cose, che almeno ti mandava via dalle scuole colla capacità necessaria per intendere e per gustare un brano di Virgilio e scrivere una lettera senza errori di grammatica.

Sulle poche e concettose pagine di Domenico Gnoli riflettano, e riflettano a lungo, i professori dei nostri Atenei, e più coloro che sono a capo in Italia alla pubblica istruzione. Esse sono tracciate da una penna non sospetta: una penna, che ha sempre nell’opera sua saputo trattare con facilità, brio e genialità vera il patrimonio acquisito di una solida erudizione.

 

Carlo Segrè

“Fanfulla della Domenica”, a. XVII, n. 48, 1 dicembre 1895, p. 1.

Carlo Segrè (1867- 5 marzo 1936). Critico letterario e giornalista. Collaborò a “Nuova Antologia” e diresse il “Fanfulla della Domenica”, fondato da Ferdinando Martini, salvandolo da sicura estinzione. In Saggi critici di letteratura e in Nuovi saggi critici di letteratura raccolse scritti sparsi su riviste. Ha collaborato a due volumi promossi dall’Università di Cambridge sulla storia civile e letteraria del nostro Risorgimento. Critico raffinato, di sicura informazione storica e bibliografica, conosciuto anche all’estero, fu professore di Letteratura comparata all’Università di Roma. All’inizio del ‘900 acquistò la villa Medicea di Careggi, oggi proprietà del Comune di Firenze. Altri scritti: Relazioni letterarie tra Italia e Inghilterra, Studi petrarcheschi, Torquato Tasso nel pensiero di Goethe e nella storia 1892, Saggi critici di letterature straniere 1894, Profili storici e letterari 1897.

Sul “Fanfulla della Domenica” dell’anno 1895. Settimanale di quattro pagine formato in folio, è la lettura domenicale del quotidiano “Fanfulla”. Costa 10 centesimi a numero, 5 lire è l’abbonamento annuo.
Rubriche: “Libri nuovi”, “Cronaca”, “Cronaca drammatica” (ovvero  teatrale), “Riviste e giornali”, “Fra i libri stranieri”, “Libri ricevuti in dono”. Si stampa a Roma. Pubblica, nell’arco dell’anno 1895, versi di Vittoria Aganoor, Domenico Gnoli, Ugo Ojetti, Attilio Sarfatti, Enrico Panzacchi (versi dedicati a Pietro Cossa).
Tra gli articoli di critica letteraria, di storia, di costume, notati: Ruggero Bonghi, Il Tasso nella vita e nelle opere e L’amicizia del Manzoni e del Rosmini; Eugenio Checchi, Per un libro di Edmondo De Amicis, Il salotto della contessa Maffei, Una poesia inedita di Prati (dedicata a Francesca Lutti), Passeggiate manzoniane, e Gabriele d’Annunzio “Le Vergini delle rocce”; Antonio Fogazzaro, Piccolo mondo antico (anticipazione di alcune pagine del romanzo, in uscita); Grazia Deledda, In autunno (recensione dei versi di Enrico Costa); Benedetto Croce, A San Francisco (recensione del libro di Salvatore Di Giacomo); Ugo Ojetti, Un colloquio con Edmondo De Amicis; Ferdinando Martini, La profezia del Cazotte; Giuseppe Giacosa, Il teatro di prosa moderno; Carlo Segrè, Tasso nella poesia di Goethe e di Bayron, La badia di Engelberg, e Ruggero Bonghi (necrologio); Enrico Panzacchi, Wagner-Liszt.

(Ricerca di Fausta Samaritani)

In merito all'articolo di Gnoli: Pompeo Gherardo Molmenti scrive a Domenico Gnoli e Giovanni Gentile, Insegnamento della letteratura italiana

Note biografiche di Domenico Gnoli: Vittorio Betteloni ringrazia, con riserva, Domenico Gnoli

Per le liriche di Domenico Gnoli: Scherzi da Domenico Gnoli

Per piacere non copiate

3 marzo 2016

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

(1) Domenico Gnoli, L’insegnamento della letteratura italiana, “Nuova Antologia”, 15 novembre 1895.

(2) Per note biografiche su Settembrini, Bartoli e Rezzi vedi: Domenico Gnoli, L’insegnamento della letteratura italiana, parte I.

(3) Ruggero Bonghi Bonghi (Napoli, 1826-Torre del Greco, 1895). Nel 1848 scrisse la domanda, rivolta a Ferdinando II, perché concedesse la Costituzione. Si trasferì a Venezia, poi a Firenze da cui fu espulso per un articolo sul “Nazionale”.  Riparò a Torino. Ebbe contatti con Rosmini, con Manzoni e con Crispi.  Su consiglio di Cavour, rifiutò la cattedra di Filosofia a Pavia. Deputato nel 1860. Tornato a Napoli, diresse “Il Nazionale” e fu segretario della Luogotenenza.  Professore di Greco a Torino, dove fondò “La Stampa” e collaborò alla “Perseveranza”. Fu relatore della Legge delle guarentigie. Ricoprì la cattedra di Letteratura italiana a Firenze e a Roma e fu ministro della P. I.

(4) Thomas Carlyle (1795-1881) saggista scozzese. Studioso della letteratura tedesca. In rapporto epistolare con Goethe. Negava ogni funzione al liberalismo, alla democrazia e al regime parlamentare, preferendo una società regolata dall’alto da una gerarchia. Per lui la vita era una perenne creazione spirituale.

(5) Macaluay

(6) Charles-Augustin Sainte-Beuve (1804-1869), romanziere, poeta, erudito e critico d’arte francese. Esaltò l’opera di Victor Ugo. Professore di Letteratura latina e francese, fu senatore di larghe idee liberali e laiche. Nell’opera d’arte egli ricercava l’intimo carattere dell’artista.