Cesare Pavese e la cerchia torinese di antifascisti

Cesare Pavese schedato per ragioni politiche

Cesare Pavese, schedato per ragioni politiche

Ricerca di Fausta Samaritani

All’Archivio Centrale dello Stato, nel Fondo del Ministro dell’Interno, Direzione Generale P. S., Casellario Politico Centrale, fascicolo n. 121672, è conservato il dossier intestato a Cesare Pavese.

La sua scheda segnaletica originale porta questi dati:

Cognome Pavese

Nome Cesare

Paternità Eugenio

Madre Consolina Mestolini [sic!]

Nato il 9-9-1908 Sto Stefano Belgo [sic!] (Cuneo)

Cittadinanza Ital.

Istruzione superiore

Professione laureato in Lettere

Motivo del segnalamento ragioni politiche


Connotati cromatici

Iride: Aureola marr. Periferia azzurra
Cute: Pigmento bruno Capelli cast. chiari Sangu roseo Sopracciglia cast. chiare 

Data e luogo dei rilievi segnaletici Roma 11 / 7 / 1935 XIII

Impronte della mano sinistra le cinque impronte digitali


Connotati salienti

Statura alta
Corporatura snella
Robustezza fioca
Testa larga lunga curvil.
Capelli lunghi lisci inserz. a punta larga

Viso rettang.
Fronte bassa stretta concava
Tempie appiatt.
Sopracciglia arcuate folte
Spazio intersopraccigliare largo
Occhi n. palp. sup. scop. inserz. palpebrale orizzontale

Naso g. lungo convesso base allargata
Orecchio destr piccolo oliss. lobo distaccato rilassate grosso bordo ampio
Bocca p. orizzontal
Mandibola larga
Mento largo rettan.
Collo sottile
Spalle larghe orizz.
Anomalie neo nero alla guancia sinistra! Altro della stessa dimensione e colore sotto la scella [sic!] destra, altro uguale alla sommità della spalla sinistra
Statura m. 1,80
Firma della persona segnalata Cesare Pavese

Impronta della mano destra con le cinque impronte digitali

Nello stesso fascicolo si trova questo breve autografo di Pavese, scritto nel Carcere Giudiziale di Torino il 31 maggio 1935 e diretto alla Questura di Torino

«Egregio Signore, desidero parlare con Lei per una rettifica alla mia deposizione del 23 c. m. e insieme per chiederle certi schiarimenti. Ossequi Cesare Pavese»

C’è anche uno stralcio della Prefettura di Torino, datato 7 agosto 1935:

«Oggetto: Pavese Cesare fu Eugenio e fu Mesturini Consolina, nato a S. Stefano Belbo il 9. 9. 1908, abitante in Torino, dottore in lettere, antifascista. Il soprascritto, il 15 maggio scorso, venne, con altri, arrestato perché sospettato di appartenere alla setta antifascista “Giustizia e Libertà”. Benché non sia stato possibile raccogliere prove materiali valide per una denuncia al Tribunale Speciale, è indubbio tuttavia che il Pavese ha esplicato una subdola azione di fiancheggiamento al movimento, tale da far presumere la sua affiliazione alla setta. Iscritto al P. N. F. dal 1933, era direttore responsabile della rivista “Cultura” presso la quale, si davano convegni la cerchia di antifascisti di Torino che si raggruppavano intorno a Vittorio Foà, capo degli affiliati della città e denunciato la Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato. Il Pavese manteneva altresì rapporti con la nota comunista Pizzardo Battistina favoreggiando la corrispondenza clandestina con l’antifascista Maffi Bruno, allo scopo di eludere la vigilanza della Polizia e frequentandone assiduamente la casa, ove sovente si parlava di teorie socialiste, teorie che la Pizzardo criticava come arretrate in confronto della proprie più avanzate. Pertanto, essendosi il nominato Pavese, dimostrato elemento pericoloso per l’ordine Nazionale per avere svolta attività politica tale da recare nocumento agli interessi nazionali, è stato denunziato alla Commissione Provinciale per l’ammonizione ed il confino di Roma, la quale, nella seduta del 15 luglio scorso, lo ha assegnato al confino di Polizia, per la durata di anni tre.
L’On. Ministro lo ha destinato a Brancaleone (Reggio Calabria) ove è stato tradotto. Non si trasmette il cartellino segnaletico e le prescritte fotografie, essendo già stati inviati a codesto On. Ministero dalla R. Questura di Roma
Il Prefetto»

Nel modulo segnaletico, redatto dalla Prefettura di Torino e datato 4 settembre 1935, Cesare Pavese è così descritto:
«Laureatosi in belle lettere presso la R. Università di Torino, nell’anno 1930 si fece subito notare ed apprezzare dagli studiosi di lingua e letteratura anglo-americana per una serie di articoli pubblicati su importanti riviste letterarie. E’ giovane colto e di vivida intelligenza.
Fino al febbraio 1935 fu direttore responsabile della rivista antifascista “La Cultura” edita dall’antifascista Einaudi Giulio e Treves Paolo, restandovi successivamente come collaboratore letterario. E’ stato pertanto in rapporti con il Prof. Leone Ginzburg, elemento importante della rivista predetta attualmente detenuto in espiazione di pena con il Prof. Antonicelli Franco succedutogli nella direzione della ripetuta rivista.
E’ in rapporti, inoltre, con la comunista Pizzardo Battistina di Francesco, fidanzata del comunista Spinelli Altiero di Carlo, detenuto per espiazione di pena.
Fu iscritto al P. N. F. nel Luglio 1933, ma gli venne ritirata la tessera in seguito all’arresto.
Dal complesso delle sue manifestazioni deve ritenersi che egli abbia richiesta l’iscrizione per mascherare la sua subdola azione favoreggiatrice del movimento antifascista, che fa capo alla setta “Giustizia e Libertà” tanto da far presumere che egli stesso vi sia affiliato, essendo stato uno dei più assidui frequentatori dei convegni che si tenevano a Torino fra i componenti il gruppo di antifascisti: Antonicelli Franco, Garosci Remo, Levi Alberto, Levi Carlo, Foà Vittorio ecc.
Il 15 Maggio 1935 venne, con gli altri suoi compagni, arrestato per la sospetta appartenenza alla setta G. e L., ma poiché non fu possibile raccogliere prove materiali per avvalorare una denuncia al Tribunale Speciale nella seduta del 15 Luglio 1935, fu assegnato al confino di Polizia per anni tre dalla Commissione Prov/le di Roma. Attualmente trovasi a Brancaleone (Reggio Calabria).
Nell’opinione pubblica gode buona fama oltre che per la sua cultura anche per la sua educazione e per il suo carattere mite. Vive a carico della sorella Maria, coniugata. Non è stato all’estero. Verso le Autorità tiene contegno deferente.»


Cesare Pavese fu liberato dal confino il 14 marzo 1936.
Con nota della Prefettura di Torino, del 10 ottobre 1936, fu impedito a Pavese di tenere una corrispondenza con Massimo Mila, in quel momento condannato politico.
Il 7 maggio 1943 la Questura di Roma rese noto alla Direzione Generale di P. S. che Pavese, occupato presso la Casa Editrice Einaudi, «per sfollamento della città di Torino» aveva preso domicilio a Roma.


Per un breve commento a questi aridi documenti burocratici, chiedo aiuto a Curzio Malaparte, che fu contemporaneo di Cesare Pavese, ma che visse esperienze politiche e letterarie totalmente diverse. Una sola cosa, forse, i due scrittori ebbero in comune: l’aver sperimentato il carcere e il confino, per ragioni politiche. Malaparte fu arrestato a Roma nel 1933 e condotto a Regina Coeli. Il fatto, diffuso dalla stampa in pochissime righe di cronaca, suscitò grande impressione in Italia (aveva diretto “La Stampa”ed era una prestigiosa firma del “Corriere della Sera”) e anche in Francia, dove Malaparte si recava spesso. Il carcere fu poi mutato in confino a Lipari.


«[…] Ho conosciuto un solo scrittore, in Italia, che della prigione e del confino non abbia fatto materia di speculazione politica: Cesare Pavese. E lo stimo, lo rispetto, lo amo anche per questo. Un mese prima della sua morte, ai primi di Luglio del 1950, lo incontrai a Roma, in Via Sistina. […] Cesare Pavese mi disse: “Peccato che lei, oggi, non sia con noi”. Gli risposi che ero con loro quando si trattava di andare in prigione e al confino, non ora che si trattava soltanto di vincere i premi letterari. E proprio in quel momento mi ricordai, ma era troppo tardi, che egli aveva vinto, in quei giorni, un premio letterario, e, com’egli diceva, un “premio mondano”. Sorrise timidamente, come per scusarsi, poi mi disse: “Io non sono di quelli, i quali pensano che valga soltanto la loro prigione, quella degli altri no. La mia vale quanto la sua”.
Ora Pavese è morto. Si è ammazzato. L’ossessione propria del carcere, è il suicidio: il solo modo di evadere. Basta leggere tutte, o alcune, o anche poche, delle sue pagine, per capire che Pavese non era riuscito a liberarsi dall’ossessione della prigione. Nel suo diario postumo, (Il mestiere di vivere, pag. 78), ha lasciato scritto: “Andare al confino è niente, tornare di là è atroce”. Non era mai riuscito, in fondo, a “tornare di là”. Dopo tanti, dolorosi tentativi di fuga attraverso l’intelligenza, la cultura, la poesia, è finalmente riuscito a fuggire di prigione attraverso la morte. […] Attraverso la morte, questa vera libertà, la sola per cui valga morire. […] Vorrei dedicare alla sua memoria il racconto di questi miei tentativi di fuga, di queste mie “fughe in prigione”.
Curzio Malapate

Villa Hildebran. Forte dei Marmi. Settembre 1954»

Curzio Malaparte, da: Prefazione all’ultima edizione di Fughe in prigione, Firenze, Vallecchi, 1954.


Dove'è Malaparte?
Convegno Cesare Pavese
31 dicembre 2002
Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria 2002, N. 3 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, 2003

Messo in rete il 9 ottobre 2015