di Lydia Pavan
La canaglia felice è un romanzo influenzato
dal Naturalismo e scritto nel 1884 da Cletto Arrighi (anagramma di Carlo Righetti),
esponente di punta della Scapigliatura milanese, vissuto tra il 1828 ed il
1906, autore della Scapigliatura ed
il 6 febbraio (1862), il romanzo-manifesto del movimento. Arrighi era
anche giornalista e impegnato a scoprire nuovi talenti come, per esempio,
Carlo Alberto Pisani Dossi.
Il titolo ci fa riflettere su un termine, canaglia che, derivante da cane, ha assunto nel corso del tempo oscillanti significati: se oggi, nel linguaggio comune, indica una persona spregevole, nel romanzo di Cletto Arrighi ha dei connotati diversi, più elastici e sfumati, come nell'Introduzione lo stesso Arrighi precisa: è un peggiorativo di popolino, di volgo, di feccia, con cui chi è ricco e si lava le mani spesso chiama quella turba che non ha denari e non si lava le mani che il giorno del riposo festivo. La parola però, continua Arrighi, non si dovrebbe prendere sempre nel modo più vile, in quanto esiste tra i poveri una canaglia felice, in grado di vivere in modo più libero, spregiudicato ed autentico rispetto ai cosiddetti signori, definiti canaglia infelice.
La
trama è radicata nel clima e nel gusto di un periodo che, tra l'altro, ha
visto il trionfo del romanzo d'appendice
o feuilleton. La protagonista femminile,
Bigietta, è una popolana che, a Milano, si prostituisce per bisogno senza però rinunciare al sogno della resurrezione,
di una vita intessuta di valori, sogno che realizzerà dopo essere stata al
centro di una passionale contesa tra due uomini: un locco o locch che in milanese vorrebbe dire balordo, insomma una canaglia
lesta di mano e di coltello, Tito Marogna detto lo Sganzerla (corrispondente
allo spilungone fiorentino) il quale, pur desiderandola ed amandola a suo
modo, aiutato dalla madre mezzana la sfrutta. L'altro uomo appartiene all'ambiente
di un'appassita, ma ancor prepotente aristocrazia: è un nobile perennemente
in crisi e travagliato nell'animo, il conte Massimiano Sparvieri, il quale,
disilluso dalla moglie sposata non per amore ma per interesse, subisce l'attrazione
fatale della Stupenda, come è definita nel corso del romanzo la bella Bigietta,
superba creatura, che gli faceva rivibrar
nella fantasia i desideri insani e le rare ebbrezze del senso animalesco.
Dopo
varie traversìe, inclusive di tranelli organizzati dai locchi, di persecuzioni culminanti in ingiustizie giudiziarie e in
un tentato omicidio, la fanciulla riesce a sistemarsi con un terzo uomo, un
giovane onesto, Carlo Rey, incontrato per strada, che si è finto operaio per
essere amato disinteressatamente, mentre in realtà è il ricco rampollo di
una famiglia torinese: si coglie in questa circostanza un motivo ricorrente
della letteratura popolare, quello del travestimento che sfocia poi nella
sorpresa e nel capovolgimento della situazione.
Nonostante
la convenzionalità di certe tematiche, il romanzo è caratterizzato da una
genuina attenzione, mista di empatìa ed ironia, per il tessuto sociale dei
ceti su cui l'occhio di Cletto Arrighi indaga. La curiosità dello scrittore
è rivolta anche al ricco, colorito e provocatorio contesto lessicale-linguistico
tipico dell'ambiente in cui vivono i suoi personaggi: esemplare il seguente
estratto da un dialogo che ha come tema i rapporti tra ricchi e poveri:
Aspetta bue che l'erba cresca! Prima
che i vaschi [o vappi ovvero
padroni] mollino i lugagni [antico milanese per danée] abbiam tempo di andare
al Babbo[morire] noi e i nostri
figlioli.
Molte
dunque le voci dialettali delle diverse regioni italiane, soprattutto del
Nord ma non solo, molte le espressioni gergali, frequente la frantumazione
sintattica, numerose le dizioni straniere come i francesismi, tanto da crearsi
un vivace mosaico corale che rispecchia i continui incroci di vite, destini,
gioie e sofferenze, continui perché i locchi
non vivono isolati, ma in gruppo, parlano e bevono insieme, per esempio
nelle botteghe degli acquavitai di Milano:
c'è in via dei Fabbri un acquavitaio
nominato il débardeur [facchino],
dove talvolta i locchi mettono in parodia la Camera dei Deputati, che essi
chiamano il Bagolamento [da bagol,
sterco di pecore o capre]. Gli spropositi
che vi si dicono sono tali da oscurare l'aria; ma vanno misti talora a delle
uscite argutissime.
Dice
Fedor Dostoevskij che uno scrittore-artista deve saper rappresentare la realtà
fin nelle minime pieghe:
ecco perché, preparandomi a scrivere
un romanzo molto vasto, ho avuto l'idea di immergermi nello studio specifico
non della realtà in generale [
] bensì dei particolari
della vita quotidiana (dall'Epistolario).
È
in effetti affascinante il modo scrupoloso in cui Cletto Arrighi descrive
gli spazi milanesi frequentati dai locchi, dalle persone in difficoltà,
dagli emarginati, come le osterie o trattorie, dimostrandosi capace di far
recepire al lettore l'anima degli ambienti, la filosofia di
vita dei personaggi tra cui emergono le canaglie,
convinti che, vivendo una volta sola, ogni
giorno che passa nello stento è un giorno sprecato, dice lo Sganzerla,
cui piace vivere da randagio, come un
vero zingaro, abituato a dormire or qua or là dove si trovava sbalestrato dal
suo ladro mestiere di locco.
Il
capitolo diciannovesimo offre un dettagliato ed animatissimo esempio di béttola
milanese:
La cànova [arcaismo per béttola, cantina] del Gaudenzio era a un metro sotto terra [
] una ampia stanza
rischiarata da sei becchi di gas, e piena di canaglia, che desinava, discorreva,
rideva e giuocava alle carte o alla morra su delle lunghe tavole massicce,
intorno, intorno. [
] C'era nella cantina una gran animazione. L'ambiente
era allegro. Tutta quella gente, tranne in un piccolo gruppo, pareva felice
d'esser nata, contenta dei fatti propri.
Non
manca però chi discute cogli occhi biechi
e con parole piene di sarcasmo e gravide di busse, ma all'apparire della
Bigietta le ire si smorzano: gli occhi
dei contendenti si volsero a lei e si fece a un tratto un poco di silenzio
da ogni parte. La rissa poi riprende coinvolgendo più persone, i coltelli cominciarono a luccicare fuori dalle tasche, fino all'arrivo
delle guardie mandate a chiamare dall'oste. Il brano mette in rilievo
una coralità di personaggi che, nel vivere gomito a gomito, sperimentano tutte
le gamme dei rapporti interpersonali, dalla relazione ludica allo slancio
solidale e alla reazione aggressiva.
Lydia Pavan
Cletto
Arrighi La canaglia felice Novara, Edizioni per il Club del Libro,
1971
24 marzo 2002
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it