Chi è il vero nemico, il nemico naturale del cantante?… la risposta è facile: l’impresario

"Le mie impressioni" di Collodi (parte seconda)

Le mie impressioni

(Caffè Martini)

articolo di C. Lorenzini (Collodi)

 

PARTE SECONDA

 

Ancora del Caffè Martini. Sospetti sugli impresarii. Cos’è l’impresario. Il Carnovale è arrivato. Una bestia rara. La Strenna de L’Uomo di Pietra. L’Omnibus.

 

Le mie impressioni (Caffé Martini) (Parte I)

_ Chi sa _ continuai a dire fra me, persistendo a credere che la rovina del Caffè Martini fosse una vendetta del cielo. _ Chi sa!… Forse i molti peccati dei virtuosi avranno colmata la misura; forse sulla bilancia delle intonazioni e delle stuonazioni sarà stato messo il Concerto dato al teatro Pagliano, l’ultima domenica di novembre, e la bilancia avrà traboccato! forse…

Ebbene… cosa monta?… Giove, per questo, doveva egli mettersi sulle furie e mandare un terremoto a domicilio, al Caffè Martini? Oh! no: è impossibile: io conosco Giove: egli è una autorità di troppo buon-senso, per prendersi una vendetta così meschina. Eppoi, le stuonazioni e le fiocaggini permanenti son’elleno forse un misfatto tanto grave da meritarsi per castigo un eccidio, un subissamento, una demolizione luttuosa?…

Le stuonazioni nacquero con la musica, colla musica crebbero, e vissero inseparabili, come il fuoco e il fumo. Perché risentirsene oggi?……………….

Questi ed altri consimili ragionamenti non valevano però a spiegarmi la caduta del Caffè Martini.

Giulio Studio di teatri, ne "Il Pungolo", 25 Ottobre 1857. Da sinistra: Cesare Betteloni, Cletto Arrighi, Antonio Ghislanzoni , Giuseppe Rovani , L e one Fortis, Carlo Baravalle. Il Caffé Martini alla Scala era di proprietà del sig. Dujardin.

Mi venne in capo un’altra idea. Cominciai col dimandare a me stesso: chi è il vero nemico, il nemico naturale del cantante?… la risposta è facile: l’impresario.

Se c’è sulla terra un essere disgraziato che abbia diritto di lagnarsi di tutto il genere umano, e in particolare del genus musicorum, egli è senza dubbio il moderno accottimatario dei teatri.

Osservatelo bene!

Se l’impresario non è uno schiavo nero, può invece considerarsi il più delle volte come uno schiavo bianco… dalla bile e dalla disperazione.

L’impresario teatrale, se non lo sapete, è il paria del mondo musicale, è la panca delle tenebre d’un pubblico raramente soddisfatto, è la vittima responsabile di tutt’i malanni d’uno spettacolo, dal si bemolle sfiatato del tenore fino al lucignolo d’un lume all’inglese, o di un becco di gaz, che appesti il teatro e le corsie dei palchi.

Non si nasce impresario, ma si diventa.

Il tirocinio è lungo e doloroso, quanto quello dei forzatori [i] , che si addestrano a fare la tartaruga.

L’impresario è un animale senza vertebre, (non citato nell’opera di Lamarck [ii] ) il quale per il solito si ciba di scritture, di senserie, di biglietti d’ingresso e d’ultimi quartali [iii] .

Raramente soffre d’indigestione!

 I suoi orecchi (supposto che possegga un pajo d’orecchi) hanno sanguinato, come quelli dei soldati della vecchia guardia, sotto tutte le scale delle più orribili stuonazioni. Il suo nervo acustico è diventato così ottuso, che egli può assistere impunemente alle sinfonie del teatro Girolamo e a quelle non meno barbare del teatro Carcano, in tempo di salti acrobatici e di altre cose più o meno saltate [iv] .

Clicca su Cletto Arrighi seduto al tavolo del Caffé Martini

I lumaj, gl’inservienti, i custodi del teatro, i bidelli d’orchestra e le maschere della porta d’ingresso sono altrettanti coleopteri che vivono addosso all’impresario e lo mangiano vivo.

Il suo mese è composto sempre di giorni nefasti, rattristati quasi di continuo dalla scadenza di qualche quartale.

Gli avvisi straordinari per le indisposizioni, e per le impreviste avvenienze, rappresentano l’ipotenusa, o, se meglio vi piace, il ponte dell’asino di quest’infelice. La storia (pare incredibile) non offre un solo esempio d’un impresario che abbia salvata la sua reputazione letteraria in un avviso straordinario. Deplorabile fatalità.

Il Censore, il giornalista, l’abbonato, la Direzione, e il Cantante scritturato, sono i cinque padroni immediati e dispotici di questo schiavo bianco, che _ a differenza degli schiavi negri _ non coltiva nulla _ neppure il gusto del pubblico.

Ma il suo nemico più terribile _ il suo Arimane _ il suo Mefistofele, bisogna pur dirlo, è il Cantante _ massime il Cantante di cartello [v] .

Questo mostro bipede, impastato il più delle volte d’ignoranza e di presunzione, ha giurato la distruzione, l’annichilazione, la polverizzazione della razza degl’impresarii.

Fra dieci anni, o poco più, l’impresario sarà un mito, e una bestia antidiluviana, come il Petrodattilo e il Mastodonte.

I teatri, seppure continueranno a restare aperti, anderanno per conto di Società anonime, come le Strade ferrate, col frutto garantito del 5% per parte dei rispettivi Governi.

La cosa è lampante! Oramai le imprese teatrali sono diventate tante voragini, le quali, prima o poi, devono inghiottire immancabilmente gli ultimi avanzi superstiti della stirpe impresaria.

Non vale ingegno, non vale audacia _ perocché se audacia e ingegno, nelle cose di teatro, facessero fortuna, a quest’ora i Fratelli Marzi dovrebbero rivaleggiare coi Baroni di Rostchild [vi] ……………….

In seguito di ciò, io fui per un istante tentato a credere che gli impresarii, tuttora in piedi, avessero cospirato insieme, per vendicarsi e morire.

Forse _ dissi fra me _ questi poveri diavoli, ridotti all’ultima disperazione, si sono radunati a Milano, e qua, tutti d’accordo, hanno dato l’assalto al Caffè Martini…

In questo mentre, mi passò davanti un buffo comico (d’antica conoscenza) il quale, dandomi leggermente nel gomito, mi disse, accennandomi le case demolite:

_ Sarà una bella piazza, a suo tempo.

_ Cioè?

_ Il teatro della Scala avrà finalmente una piazza degna di lui. Il Municipio ha ben meritato del paese con questa risoluzione.

L’enigma finalmente era spiegato…

Io non dissi sillaba: come colui che ha preso un fiasco per un fischio, me ne tornai passo passo, all’albergo del gran Parigi _ e là, nel cortile, trovai una folla immensa, la quale faceva a pigia-pigia per vedere daccosto un personaggio di sembianze strane, che smontava in quel momento dall’Omnibus della strada ferrata.

Chi era questo personaggio? _ Era il Carnevale.

Esso entrò in città da porta Ticinese: le guardie di polizia non lo riconobbero, perché era vestito da Quaresima.

Sono ormai diversi anni che il Carnevale, in Italia, si permette quest’innocente travestimento.

Appena giunto nel cortile della Locanda, mille voci, fra alte e fioche, gli dettero il ben arrivato. Messer Carnevale rispose cortesemente con un sorriso a destra e a mancina e si tolse dalle spalle un grosso paletot, tutto foderato di scritture protestate e di quartali rimasti in bianco.

Sorretto da cento braccia che facevano a gara per toccarlo, messe i piedi in terra e andò a gettarsi sur una poltrona, come un sessuagenario carico di età e di malanni.

Poverino! come è andato a male! non si riconosce più.

Dopo lui, smontò dall’omnibus una vecchia Sinforosa, la quale non faceva altro che sbadigliare e allungarsi [vii] .

_ Signori _ disse il Carnevale accennando la brutta Strega _ ho l’onore di presentarvi mia moglie _ madama Noia.

Tutte le persone che erano affollate nel cortile, si cavarono il cappello e s’inchinarono in segno di profondo rispetto.

La signora rispose a tanta cortesia con uno sbadiglio di tre battute, tempo ordinario.

Intanto i facchini erano montati sull’imperiale dell’omnibus, onde calare i bagagli.

Fra le prime cose che messero a terra, fu portata una cesta con entro alcuni fiaschi in proporzioni più grandi del vero.

_ Corpo di mille bombe! _ gridò un individuo, che dalle crispazioni convulse del viso, si dava a conoscere per un impresario _ o gli occhi non mi dicono il vero, o quelli là nella cesta sono fiaschi!

_ No _ soggiunse il Carnevale _ sono damigiane.

_ Magnifiche! _ riprese un terzo.

_ Superbe! _ esclamò un quarto.

In questo frattempo, i facchini avevano calata una gran paniera sigillata e vidimata.

_ Che cosa abbiamo là dentro? _ domandò con bel garbo un giovinotto sui vent’anni.

_ Sono né più né meno che cento dozzine di fischi tutti nuovi.

_ Fischi!

_ Per dire la verità _ osservò un tale, con voce di basso fra le due stelle [viii] _ il fischio è uno strumento poco omogeneo.

_ Avete torto _ riprese il Carnevale _ i miei fischi quest’anno gli ho fatti perfezionare da Adolfo Sax [ix] .

Il basso cantante fece un inchino; volle masticare un complimento o un frizzo, ma la parola gli rimase adesa al palato.

Durante questo colloquio, venne calata una gran sacca di guttapercha, nella quale era scritto in caratteri rossi:

Deposito centrale

di tutte le stonature, stecche false e quarti saltati

che avranno luogo nell’entrante stagione

1858-59

Quindi fu messa giù una grossa valigia, sopra la quale leggevasi:

Bugie, verbosità, ampollosità

ed altre vanità giornalistico-teatrali

si vendono al 60% di ribasso

(Resti di magazzino)

Intanto, che è, che non è, si fecero udire delle strida acutissime, come quelle di un gatto, cui venga macolata la coda da un piede non troppo chinese.

Tutti, uomini e donne, si voltarono al rumore inatteso, e videro due facchini che portavano una grossa gabbia di ferro, dove stava rinchiuso un animaletto di forme piuttosto brutte, il quale si dibatteva ed urlava, siccome fosse arrabbiato.

_ Cos’è quella bestiola? _ chiesero ad un tempo cinque o sei curiosi.

_ Quella bestia lì _ riprese il Carnevale con un po’ di fiaccona [x] dottorale_ quella, o signori, è una bestia rara.

_ E si chiama?

_ La Verità.

_ Come è brutta! _ gridarono tutti in coro.

_ In quali paesi fa il nido? _ domandò un giornalista.

_ In quali paesi? _ riprese sogghignando il Carnevale _ non ve lo saprei dire davvero: secondo me, non ha patria, né parenti!…

_ E di che cosa si ciba?

_ Per il solito, di bastonate.

_ E’ una sostanza poco nutritiva! _ osservò un tale che aveva un grosso livido sotto l’occhio sinistro.

Intanto la povera bestiola si arrabattava, digrignava i denti e si attaccava colle unghie ai ferri della gabbia.

_ La trista! vorrebbe uscire ad ogni costo! _ disse il Carnevale.

_ Per carità _ gridarono spaventati quattro o cinque virtuosi di canto che erano lì presenti alla scena _tenetela forte, e guadate che lo sportello sia ben chiuso e ribadito.

_ Non temete, brava gente _ soggiunse il Carnevale _ la terrò in gabbia per tutta la stagione.

Allora gli astanti, matti dalla gioia, si presero per la mano e cantarono in coro [xi] :

Mille grazie, mio signore,

Dell’onore e del favore

E di tanta cortesia (bis)

E di tanta cortesia (bis)

Grazie, grazie in verità.

Il motivo rossiniano fu interrotto nel bel mezzo da madama Noja, la quale, alzatasi in piedi, disse fra uno sbadiglio e l’altro:

_ Ho sonno!

_ Un momento di sofferenza _ ribatté il Carnevale. _ Non dubitate, mia dolce metà, che avremo tutto il tempo di dormire a nostro comodo.

Quindi, rivoltosi a quattro o cinque impresarii che stavano in prima fila, chiese loro con grazia:

_ Ci saranno buoni spettacoli quest’anno?

_ Magnifici.

La Verità dette un ruggito acutissimo: ruppe coi denti lo sportello della gabbia e s’impostò per uscire.

Brivido generale!

Due cantanti rimasero di sale. Una prima donna si svenne: a un impresario gli si prese il singhiozzo.

Per buona sorte il Carnevale fece in tempo ad afferrare per gli orecchi la bestiaccia inviperita, e dandole un colpo sul naso, la ricacciò dentro, serrando la gabbia a doppia mandata.

Cessato lo spavento, gli astanti circuirono più davvicino l’illustre ospite e gli augurarono la buona notte.

_ Buona notte! _ ribatté cortesemente il Carnevale _ la sera del Santo Stefano, a Dio piacendo, ci rivedremo! Staremo allegri.

_ Sì, sì, staremo allegri _ disse madama Noja sbadigliando.

E siccome lo sbadiglio è prepotentemente epidemico, così tutti quanti eravamo lì, spalancammo tanto di bocca, e con un grosso sbadiglio, ripetemmo in coro: staremo allegri.

La seduta si sciolse.

Salito nella mia camera, io già mi disponeva a godere all’influsso del papavero Morfeo (gran galantuomo) [che] avevami baciato in fronte, sventolandomi lentamente sulle guancie le sue larghissime ali di candida piuma.

Le palpebre a poco a poco si erano fatte di piombo. Io pregustava con una ineffabile voluttà le sublimi gioie del sonno, massime del sonno dell’innocenza: allorquando mi si fecero dinanzi agli occhi due Strenne:

La Strenna dell’Uomo di Pietra, e L’Omnibus.

Ahi sconsigliato! Tanto valeva che io avessi sorbito due tazze di caffè, puro-Moka.

Il sonno disparve a mano a mano: le palpebre si alleggerirono; il sorriso successe al simpatico sbadiglio… Ahi Strenne, Strenne! nel prossimo numero me la pagherete!…

C. Lorenzini

  Le mie impressioni (Caffé Martini) (Parte III)

(note di Fausta Samaritani)

31 dicembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 22 ottobre 2015

 



[i] Artisti che negli spettacoli davano prova della propria forza fisica.

[ii] Jean-Baptiste de Monet de Lamarck (1744-1829). Naturalista francese, autore del trattato Sistema degli animali senza vertebre.

[iii] Lo stipendio di un attore o di un cantante era diviso in quattro parti.

[iv] Il teatro Girolamo, delle marionette, era a Milano in piazza Beccaria. Al teatro Carcano, che era in corso di Porta Nuova, si davano anche spettacoli equestri.

[v] Arimane, divinità avversa. Il nome è stato utilizzato come pseudonimo, nelle riviste milanesi del tempo, da un famoso disegnatore satirico.

[vi] Letteralmente, bambino arrostito: un bisticcio fonico, al posto del cognome esatto Rothschild.

[vii] Personaggio buffo di una commedia di Giovanni Giraud: è una vecchia smorfiosa, abbigliata come una giovinetta.

[viii] Parafrasi = uomo fra due età.

[ix] Il belga che nel 1840 inventò il sassofono.

[x] Fiaccona = fiacchezza.

[xi] Dal Barbiere di Siviglia, musica di Rossini, Atto I, scena I.