Il nostro Lorenzini va tutto in sollucchero dal gusto di non udire più Verdi

"Le mie impressioni" di Collodi (parte terza)

Le mie impressioni

(Caffè Martini)

articolo di C. Lorenzini

 

PARTE TERZA

 

L’alterco fra l’Omnibus e la Strenna de LUomo di Pietra. Diritti e non diritti. La lite è troncata. Una copertina del Panorama del 9 maggio 1858. Una impertinenza in forma di complimento. Ancora il Verdi. Intendiamoci una volta.

 

Le mie impressioni (Caffé Martini) (Parte Seconda)

Io mi trovo in un grand’imbroglio: ho fra le mani due Strenne: e non so davvero da quale delle due debba cominciare la mia rassegna.

_ Tocca a me _ grida l’Omnibus – come quello che sono venuto al mondo due giorni prima della Strenna dell’Uomo di Pietra.

_ I majorascati sono aboliti per sempre _ ripiglia la Strenna _ cosa venite a rimetter fuori questi vecchiumi? eppoi, ella è forse colpa mia se ho veduto la luce qualche ora più tardi? non sapete, o fate finta di non sapere, che per uscire dall’alvo materno, ho avuto bisogno dell’operazione cesarea?

 

Testata della rivista "L'Uomo di Pietra", disegno di Sebastiano De Albertis

 

_ Tutto sta bene _ insiste l’Omnibus, con accento risoluto: _ ma io non recedo per nulla da miei diritti d’anzianità.

_ Vedi un po’ _ ripiglia l’altra _ bella faccia che è la tua! Vorresti forse metterti a competenza con me? e chi sei tu? qual è il tuo nome di famiglia? chi furono i tuoi parenti? Sei venuto al mondo, come un povero gettatelo, a cui si attacca al collo una medaglia o un segno qualunque, per riconoscerlo, a tempo e a luogo, fra la gran turba delle creature anonime e diseredate. E con siffatti antecedenti, vorresti metterti in lizza con una mia pari? Animo, animo, povero figliuolo: datti pace. Se tu vanti qualche miserabile diritto d’anzianità, io ne vanto mille di prosapia e di discendenza. Non conosci il mio albero genealogico? vieni qua, che te ne faccio la litania. Sappi dunque, povero bastardello, che io discendo in linea retta da Bernardino Bianchi, da C. Baravalle, da G. Bizzozzero, G. Cattaneo, C. C., P. A. Curti, G. Fogliani, A. Fusinato, A. Ghislanzoni, I. Nievo, V. Ottolini, A. Picozzi, G. Rajberti, F. Restellini, C. Righetti, D. Rothe, E. Salvagini, T. Solera, V. Tasca, ecc., eh! che te ne pare?

_ Adagio, signora mia: prima di tutto, vi domando una rettificazione di quell’epiteto di bastardello… Se voi ignorate il nome dei miei genitori, ciò non vuol dire che io sia nato alla macchia. Sappiate adunque che mio padre si chiama Emilio Taddei, e che mia madre ha nome Parera.

_ Vediamo le fedi di nascita…

_ Questo è troppo!…

_ Girano al giorno d’oggi, tanti blasoni falsi, che non è male…

_ Signora Strenna, misurate i termini, o guai a voi!…

_ Silenzio! _ allora gridai io, con l’urlo ferino di un maestro di scuola, nel pieno esercizio delle sue funzioni _ cos’è mai quest’alterco? cos’è mai questo cicaleggio di diritti e di non diritti?… La finirò io la lite: lasciate fare a me!… non parlerò né dell’una né dell’altra, e così non ci saranno puntigli, né questioni di precedenza. Ecco fatto!…

L’Omnibus ammutolì. La Strenna dell’Uomo di Pietra fece un certo verso colla bocca, comecché avesse voluto dire: non me ne importa un fico.

Buon prò a tutti e due!

E muto registro. Poiché non posso tenervi parola delle due Strenne, come vi aveva promesso (la ragione è chiara e lampante) mi limiterò a spendere poche righe sul foglio di carta, nel quale il cortese donatore me le aveva involtate.

Era un foglio di colore cenerognolo-scuro. Vi si leggeva sulla testata: Panorama, supplemento al N. 4 e 5 (Milano, 9 maggio, 1858). La data era un po’ vecchia. ma ciò non impedì che io squadernassi il foglio da una parte e dall’altra, per vederne a colpo d’occhio il contenuto.

Fra le altre rubriche di paesi e città, mi venne fatto di leggervi quella di Firenze. Oh! _ sclamai col sorriso del pellegrino, che vede spuntare in lontananza la cuspide del campanile della sua terra natale _ eccomi a casa. E senza mettere tempo in mezzo cominciai a leggere. Era una corrispondenza pseu-teatrale. Vi si parlava del teatro alla Pergola, e in particolar modo del Guglielmo Tell, del gran Rossini.

Lette poche righe più innanzi, urtai colla testa in un paragrafo, dove si diceva male di me… ma in un modo così zuccherino, così mellifluo da far proprio venire l’acquolina in bocca: giudicatene da per voi.

Dopo aver parlato del buon esito del Guglielmo, l’anonimo Corrispondente attacca con queste parole:

Il nostro Lorenzini invece va tutto in sollucchero dal gusto di non udire più Verdi (chi ve l’ha detto signor Corrispondente? come fate a giurarlo?) almeno quando ode il Guglielmo Tell. Lorenzini è un giovine di molto spirito, di troppo spirito forse (sic) e sa avere l’opinione che gli si domanda col miglior gusto, e colla miglior grazia di questo mondo…”

Cosa vi pare di questa chiusa di periodo?…

Io non starò a confutare siffatte parole, che pesate sulla bilancia delle impertinenze, equivalgono a un pugno dato sul naso.

Io non ho bisogno di dire all’anonimo Corrispondente del Panorama, chiunque e’ si sia, che in fatto di musica mi piace quello che mi piace, e che non è mio stile di divertirmi o d’annoiarmi per conto e per commissione d’altri. Se qualche volta mi sono imbizzito un tantino colla musica Verdiana, ne fu cagione in gran parte l’abuso. Vorrei un po’ sapere chi di voi non se la piglierebbe coi tartufi e col cappone in galantina, quando queste squisite pietanze vi fossero propinate per un corso di anni, a colazione, a pranzo, a merenda e a cena?

_ Il troppo stroppia _ dice un proverbio, e voi sapete, al pari di me, che i proverbj sono la sapienza delle nazioni.

Che se poi l’anonimo Corrispondente volesse fare allusione a qualche parola un po’ viva, uscitami dalla penna, sul conto del Boccanegra e dell’Aroldo, rappresentati a Firenze, gli dirò francamente:

Prima: non so capire, come in generale, la critica si debba mostrare acerbissima e severa verso i tentativi melodrammatici di tanti compositori, cui ancora manca un nome, e ai quali una sentenza dura e brutale può precludere la via dell’avvenire: mentre, dall’altra parte, non dev’esser lecita la più piccola osservazione sul conto della musica di Verdi _ di Verdi, aquila dalle ali fortissime, cui le forbici del giornalismo, per quanto si adoprino, non potranno giammai tarpare le penne al volo poderoso.

Clicca su Cletto Arrighi, seduto al tavolo del Caffé Martini

In secondo luogo dirò e conchiuderò: che, stando le cose come stanno, sembrami meno ridicolo colui che emette francamente la sua opinione sopra un’opera d’arte _ fosse pur questa opera uscita dalla splendida fantasia del maestro di Busseto _ di quello che per avventura non lo sieno i tanti lilliputti che ansano e sudano per dimostrarvi che la musica di Verdi è bella (tanto varrebbe dimostrare che il sole risplende) quasiché l’autore del Nabucco, dei Lombardi, del Rigoletto e di tanti altri capilavori, per apparire il più gran compositore dell’epoca d’oggi, avesse bisogno di montare sulle debolissime spalle dei suoi difensori.

Et satis de hoc!…

C. Lorenzini

(fine)

(a cura di Fausta Samaritani)

 Strenne milanesi per l'anno 1859 Da Carlino Altoviti a Pinocchio

31 dicembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 22 ottobre 2015

 

Aggiunta 22 ottobre 2015:

 

Collodi scapigliato

Quando lessi, quasi venti anni or sono, questa rara corrispondenza da Milano di Collodi, mi venne la curiosità di prendere in mano le due Strenne milanesi per l'anno 1859. Almanacchi e strenne, nell'Ottocento e nel primo Novecento erano sovente piccoli gioielli letterari, in cui si potevano gustare le forme più avanzate del giornalismo e della scrittura d'arte. Collodi arrivò a Milano a dicembre 1858. L'antica capitale degli Sforza, da pochi mesi era libera dal gioco austriaco e aggregata al Regno dei Savoia. Gli scrittori che si erano nascosti dietro uno pseudonimo - per non farsi sorprendere dalla polizia austriaca - continuavano a utilizzarlo per abitudine, o per vezzo, o per poter impunemente collaborare contemporaneamente a testate concorrenti. Non c'è un indice degli pseudonimi, usati in Italia a metà Ottocento. Per me è stato complicato identificare alcuni autori che erano dietro a pseudonimi che comparivano nelle due strenne. Scrissi un piccolo vademecum delle strenne milanesi per il 1859. Nota: non sono riuscita - né allora, né oggi - a sapere qualcosa su tre autori: G. Fogliani, F. Restellini, D. Rothe che, curiosamente, non utilizzavano uno pseudonimo.

Uno spirito attento alle novità giornalistiche-letterarie, come Collodi, non poteva non lasciarsi sedurre dai germi della Scapigliatura milanese. Nella sua stanza d'albergo milanese egli si abbandonò a un sogno. Come, pochi anni dopo, si abbandonò a una visione onirica Carlo Pisani Dossi.

La mia sorpresa è stata grande, quando in una delle strenne trovai - quasi identico - l'incipit di Pinocchio (che conosciamo a memoria).

Collodi, al nuovo Caffé Martini, incontrò l'autore di quel contributo a una strenna per il 1859? Collodi seppe chi si nascondeva dietro a quel raro pseudonimo? Forse sì: in filigrana, dentro Pinocchio si intravedono i primi capitoli di un grande romanzo ottocentesco.

Sono certa che Collodi abbia conservato le due strenne milanesi; credo anche che seppe chi aveva scritto - all'alba della Scapigliatura - quel testo, oggi trascurato, che non aveva nulla a che vedere con le a noi note Confessioni, anche se ne aveva, in parte, il titolo. Collodi forse conobbe questo giovane scrittore, già noto negli ambienti milanesi. Collodi non rivelò mai il contributo involontario che Ippolito Nievo diede a Pinocchio, questo figlio tardo della Scapigliatura.

Nel CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, 2004, da me curato, insieme a Le mie impressioni (Caffè Martini) di Collodi, ho riprodotto anche il testo de Le mie confessioni, firmato Sabeo.

Fausta Samaritani