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e Convegni letterari ![]()
Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana
Confini
Linguaggi e culture in contatto
Un
luogo di incontro e di riflessione sull’identità Europea e sul rapporto
tra le lingue e le culture europee ed extraeuropee, a Trieste, crocevia
tra civiltà, religioni e tradizioni letterarie diverse: una città
che non si limita ad affacciarsi al “confine”, ma che ha sperimentato
e sperimenta confini in se stessa, nella sua storia e nella sua
anima.
Confine, come passaggio dal supporto cartaceo al file. La scrittura che migra on line è utilizzata soprattutto un mezzo di comunicazione. In questo snodo, tra innovazione e tradizione, la pagina elettronica tocca le aree di una nuova letteratura. Internet è affollatissimo di proposte, economiche e culturali; ma il suo spazio dilatato rischia di confonderci, per la ragnatela degli snodi e il crescente numero di informazioni. S’impongono nei testi la stringatezza, che forse è un limite per la varietà e molteplicità della nostra cultura, e per una estrema e non grossolana chiarezza. Alla presenza fisica si contrappone la comunità virtuale, con il rischio di mortificare la varietà delle lingue e la complessità degli interventi critici.
Confine,
finis, limes, come limite fisico permeabile oppure
invalicabile, come distanza di sicurezza dagli altri, come istinto
di difesa dalle intrusioni. La frontiera segna lo spartiacque
tra un al di qua sicuro, riconoscibile e un al di là ignoto, forse
ostile. Si pone la questione delle minoranze, rimaste incluse
nel tessuto sociale: espellerle, oppure integrarle? Trieste ha
visto, in epoche diverse, segni di apertura oltre il suo confine
fisico; ma ha vissuto anche momenti in cui la cultura dominante
schiacciava l’intrusione delle lingue, delle religioni e delle
culture minoritarie. Oggi la città si è adattata alla sua sovrapposizione
di popoli e di culture, a questa sua compagine multietnica e multilinguistica;
ma il disagio è stato troppo lungo e doloroso, per non lasciare
segmenti visibili.
Confini,
come linee che contengono la patria, come unione effimera contro
il nemico esterno, come irredentismo, come tendenza a nuovi assetti
territoriali e politici più “giusti”; ma anche come rinuncia ad
una identità monolitica e come curiosità e sconfinamento verso
la realtà degli altri.
Di questo particolare humus si sono nutriti Fulvio Tomizza e Giani Stuparich che hanno dato voce al destino di frontiera e alla instabilità dei confini, interni ed esterni, di Trieste. Nuove strade di ricerca e di interpretazione percorrono scrittori contemporanei, di area triestina, partiti dalla linea tracciata da Svevo e da Pasolini. C’è anche un gruppo di giovani emergenti, come Christian Sinicco, Luigi Nacci, Massimo Palme, che si aprono alla contaminazione con linguaggi diversi dalla parola, detta o scritta.
Lingue e letterature in contatto
XV
Congresso A.I.P.I.
Brunico,
24-27 agosto 2002
Il
programma del Congresso dell’Associazione Internazionale di Professori
d’Italiano era articolato in queste sezioni: Letteratura, Didattica,
Linguistica, Lingue dell’emigrazione, Sguardi incrociati, Traduzione,
Le lingue della poesia, Scrittori traducono scrittori, Le sorti dell’Italiano,
Letteratura del 2000, Miscellanea.
Incontri
letterari con: Vittorio Sgarbi, Maria Luisa Spaziani, Josef
Zoderer, Norbert C. Kaser, Giorgio Delle Donne, Stefano Zecchi,
Ernesto Ferrero, Erri De Luca.
Concerto
della “Camerata musicale città di Arco”. Rappresentazione teatrale
“La Storia dell’Arte raccontata da Flavio Caroli” con Flavio Caroli
e Patrizia Zappa Mulas. Concerto del Coro Castel Flavon.
Per
dare una idea della varietà dei temi, trattati nelle 145 comunicazioni
previste, trascriviamo passi di alcuni sunti.
E’
noto che i diversi personaggi della Commedia dell’Arte parlano lingue
diverse. Gli Innamorati si esprimono in toscano, gli Zanni
o i servitori in dialetto bergamasco, i Vecchi spesso rendono riconoscibili
le loro maschere utilizzando il dialetto della città di provenienza.
E’ assai meno noto, invece cosa avviene a livello linguistico nell’ambito
della commedia erudita in volgare dei primi del ’500. Dopo aver
faticosamente abbandonato il latino delle rappresentazioni di Plauto
e Terenzio la commedia parla in volgare. Tutti ricordano il prologo
del Castiglione alla Calandria del Bibbiena: «Voi sarete
oggi spettatori d’una nova commedia […] in prosa non in versi, moderna,
non antica, vulgare, non latina» in cui pare che la modernità, la
prosa e il vulgare siano da considerarsi come il manifesto della
nuova commedia cortigiana. (Manuela Caniato Lingua e dialetto
come espressione dell’altro nella Commedia italiana del ’500)
La
molteplicità di termini indicanti a volte lo stesso ortaggio, lo
stesso animale, lo stesso attrezzo, irradia sulle varietà dialettali
una vitalità poetica primordiale. […] Il pastore Gavino Ledda, diventato
glottologo, dopo una lotta diuturna con il padre padrone, riesce
ad esprimere quanta violenza contro la natura e fra paesani possa
celarsi in quei preziosi cimeli linguistici. (Carmine Casarin Lingua
di falce. Canto e disincanto nei dialetti rurali)
Leopardi
mette a fuoco, nel dialogo impossibile tra Terra (sorda alle rivelazioni
della sua interlocutrice) e Luna (abitualmente muta, e convinta
a parlare ma solo per rilevare l’illusione comunicativa dell’altra),
l’inadeguatezza della lingua a «nominare» una realtà ormai ostile
al soggetto che con esso si relaziona, ad esprimere il fallimento
della ragione umana, la delusione storica conseguente alla sconfitta
del tempo lineare della memoria. Su questa inadeguatezza di fondo
si basa l’esperimento linguistico dell’operetta leopardiana, che
tenta un recupero tanto della dimensione comunicativa della lingua
tramite il dialogo fittizio tra i due pianeti personificati, quanto
della sua dimensione storica tramite il dialogo con le fonti letterarie,
sottoposte a riscrittura per lo più parodica. (Antonella Del Gatto
Il problema linguistico nel “Dialogo della Terra e della Luna”
di Giacomo Leopardi)
L’adesione,
la consonanza di spirito, la tendenza a «riconoscersi» da parte
di Ungaretti
nell’opera blakiana ha motivazioni profonde, e non esclusivamente
relative alla ricerca di nuove soluzioni metrico-stilistiche […],
come afferma il poeta nel Discorsetto del traduttore posto
in apertura del volume del 1965 [di Visioni di William Blake].
Si tratta, infatti, di un’adesione che investe la concezione della
poesia come «vita d’un uomo», come slancio ideale ed utopico verso
«l’assoluto» gnoseologico, verso l’ineffabile e misterioso universo
ontologico. Per questo Ungaretti si «riconosce» in Blake. Perché
vi rintraccia, stratificati al fondo del suo mondo poetico, tutta
una serie di motivi, di elementi che già informano, in parte, la
propria ricerca personale. E il contatto con l’opera di Blake è
folgorante. Ungaretti vi ritrova quel miracolo della parola che
aveva già sondato in Mallarmé, ma vi ritrova inoltre il mistero,
il fluire d’echi d’ante vitam, la ricerca dell’Idea pura
platonica che si dispiega nella Visione del poeta-vate, del poeta
profeta e rabdomante. (Massimo Fabrizi «Mi tornano […] /
le parole / delle anime perse». Interferenze blakiane nella poesia
di Ungaretti)
E
proprio come affabulazione memoriale, come recupero dei luoghi e
dei tempi dell’Eden originario, nasce la raccolta Cronache del
Nilo: diciassette racconti che narrano, oscillando sul confine
impervio tra fiction e autobiografia, tra verità dell’io
e immaginazione dell’altro, la crescita e la maturazione della protagonista,
avvenuta ad Alessandria d’Egitto, sul finire degli anni Venti. Il
percorso di formazione è segnato da una doppia cesura spaziale e
temporale: l’ingresso nella dimensione adulta corrisponde infatti
all’abbandono delle sponde africane e al ritorno in madrepatria
(«Ho in cuore oggi la tristezza di quel distacco, ch’era non solo
l’addio ad un paese ma a tutta la mia adolescenza felice»), cosicché
le regioni assolate e abbacinanti dell’alterità razziale e culturale
divengono, nel momento della rielaborazione creativa, dimora della
memoria e dell’io_ luogo mitico e mitizzato di un Eden perduto.
E proprio come cursorio superamento di confini e di demarcazioni
territoriali, si vogliono qui leggere i racconti della Messina,
individuando in quelle regioni ibride e mesciate, nate dalla contaminazione
tra sameness e alterità, il terreno fertile per la formazione
della giovane donna: dimensioni che sono reali e metaforiche al
tempo stesso, luoghi geografici_ Oriente e Occidente, Alessandria
e Roma_ ma anche mappe mentali, geografie dell’animo. (Flora Maria
Ghezzo Incursioni nelle terre dell’altro: appunti per una lettura
di “Cronache del Nilo” di Anna Messina)
La
comunicazione si propone di analizzare l’interrelazione tra due
raccolte di novelle, il Decameron di Giovanni
Boccaccio e l’Heptameron, scritto in francese nella prima
metà del ’500 da Margherita di Navarra, sorella di Francesco I,
ammiratrice del capolavoro boccaccesco, definita «perla delle perle»
per il raffinato umanesimo e per la vivace intelligenza, lodata,
tra gli altri, da Vittoria Colonna, figura femminile altrettanto
importante di Margherita per la cultura del suo tempo. (Lydia Pavan
“Decameron”, “Heptameron”)
Nievo
è attratto dalle particolarità linguistiche locali. Nel 1856, dopo
una vacanza a Grado, scrive in un appunto, ancor oggi inedito e
che è la traccia per la novella Le maghe di Grado: «Il dialetto
quasi toscano, formato dalla parte più pura del Veneziano e del
Friulano». Nella novella distende il suo pensiero in una frase di
più ampio respiro: «Grado […] povero nido d’un idioma tra il veneto
e il friulano, che da quello la dolcezza e la sonorità, da questo
ritrae alcuna somiglianza col latino, e così com’è, meglio d’ogni
altro dialetto d’Italia settentrionale si raccosta al toscano».
Inedita è anche la poesia A un amico degli Antipodi, scritta
da Nievo per elogiare la nascita di una filanda in Trentino. (Fausta
Samaritani Ippolito Nievo: utilità sociale del letterato, impegno
civile e politico del garibaldino)
La
posizione di Cesarotti nei confronti della tradizione italiana è
assai diversa da quella di un Monti o di un Pindemonte.
Mentre questi autori spesso si limitavano ad assoggettare alla «dizione
poetica» collaudata da secoli le espressioni culturali estranee
al mondo italiano (ma è indubbio che essi agirono con una perizia
fino allora ineguagliata), Cesarotti invece riuscì ad allargare
la lingua poetica italiana, arricchendola di forme e di modi suggeriti
dall’originale straniero. Di questa sua azione egli ebbe pienamente
coscienza, se è vero che in alcuni scritti critici e teorici adoperò
la metafora del traduttore «alchimista» (capace di «rigenerare»
l’originale) e «atleta» («addestrato a tutti gli esercizi della
ginnastica», laddove la lingua di uno scrittore mostra la semplice
«andatura d’un uomo che cammina equabilmente»). Per Cesarotti, il
traduttore doveva emulare l’originale e, se necessario, «dar la
tortura alla [propria] lingua». (Dirk Vanden Berghe Le traduzioni
ossianiche in Italia tra Sette e Ottocento: la lezione di Cesarotti)
Se
il linguaggio resta il mezzo di comunicazione più utilizzato dagli
individui per lo scambio dei messaggi, non solo sappiamo che non
è l’unico mezzo a loro disposizione, ma che oggi viene sottoposto
a radicali processi di trasformazione dalle nuove tecnologie dell’immagine
e dagli ipertesti elettronici. Gli uomini comunicano attraverso
segni: quelli che subiscono la maggiore pressione prodotta dalle
innovazioni tecnologiche della comunicazione sono i segni simbolici.
Nelle società industrializzate la comunicazione attraverso l’immagine
sta progressivamente sottraendo potere alla scrittura, rivoluzionando
il millenario processo della razionalità occidentale che si è sviluppato
dall’immagine della scrittura. (Stefano Zecchi La letteratura
nell’epoca della globalizzazione)
Informazioni: Associazione Turistica Brunico, 26 viale Europa, 39031 Brunico (BZ). Tel. 0474-555544.
Atti Congresso
A.I.P.I. di Brunico
Didattica delle discipline umanistiche e trasformazione digitale: mutamenti e resistenze
Il
secondo Workshop di studi medievali e di cultura digitale si è svolto
alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Trento. Gino
Roncaglia ha parlato di biblioteche virtuali, di strategie della ricerca
in rete, di problemi metodologici dell’insegnamento via Internet,
di come costruire modelli standardizzati eppure aperti come lo impone
la disciplina umanistica, di certificazione e riconoscimento accademico
delle pubblicazioni in rete, di diritti d’autore, di implicazioni
culturali e filosofiche connesse alla diffusione di conoscenze accademiche
su larga scala, del progetto di una Facoltà universitaria di informatica
applicata alle discipline umanistiche.
Informazioni:
Università di Trento, Facoltà di Lettere e Filosofia, 65 via S. Croce.
38100 Trento
Ci
sono molti motivi per non scrivere questo risvolto: abito una casa afflitta
da telefonate e valige, un futuro pesantemente ironico mi provoca, e
ciò di cui debbo parlare è chiuso nel paziente contenitore del passato.
Queste parole Giorgio Manganelli le scrisse sul risvolto di copertina
di Angosce di stile, Rizzoli, 1981. Aveva una straordinaria ed
incandescente inventiva lessicale: non tanto per la scelta di parole
inusuali o arcaiche, scovate in chissà quale vocabolario, quanto per
certi accostamenti, per lo squisito gusto barocco, per il divertimento
di pescare termini in ambienti semantici lontani tra loro. Sceglieva
con cura e avvicinava aggettivi e verbi che usualmente non convivono
sulla pagina scritta. Nel risvolto di copertina di Laboriose inezie,
Garzanti 1986, leggiamo: Non vi è nulla di più futile della recensione;
gesto miserabile, irresponsabile, ritaglio di chiacchiera, gomitolo
di inutili aggettivi, di frivoli avverbi, di risibili sentenze.
Anche il sottotitolo di questo saggio merita di essere citato: Da
Omero a Gian Burrasca passando per Marco Polo un drammatico paesaggio
di classici descritto da un lettore vagabondo. Manganelli praticò
la strada accidentata del critico
letterario, interrogandosi sul significato di letteratura e di critica.
Per lui i poeti sono incorporei felini che si accoccolano
accanto al focolare della nostra anima. Considera anzi immorale
la letteratura, perché con insolenza, con industriosa pazienza,
essa fruga e cerca e cava fuori affanni, e malattie, e morti (in
La letteratura come menzogna). Dal 1954 fino agli anni Sessanta
collaborò al Terzo programma radiofonico con recensioni di letteratura
contemporanea inglese e americana; nel 1960-61, con Cesare Garboli,
ebbe su “Il Giorno” la rubrica “Cento libri”, dove si presentavano opere classiche. Su “L’Espresso” e su “Il Giorno” pubblicò
reportage di suoi viaggi in Cina e in India. Il viaggio, per Manganelli,
era sempre un percorso tra gli uomini, suoi enigmatici fratelli,
mai tra le cose come le piazze, le strade, le case, i monumenti, i paesaggi
naturali. Per la serie radiofonica Interviste impossibili, nel
1974 scrisse una ironica intervista a Dio Onnipotente che non andò
in onda. Nuovi contributi allo studio di Manganelli verranno dalla riscoperta
del suo teatro, oggi ingiustamente negletto, dove la parola dinamica,
più che l’intreccio, abita la scena. Materiale inedito si trova all’Università
di Pavia, nel Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei, dove
si conservano taccuini di appunti e stesure ricche di ripensamenti che
i filologi stanno studiando. Testi sparsi e dispersi di Manganelli e
studi critici sono stati appena pubblicati o sono in corso di stampa.
Interventi
di: Mariarosa Bricchi, Roberto Deidier, Grazia Menechella, Silvano S.
Nigro, Viola Papetti, Graziella Pulce, Luca Scarlini, Paolo Terni, Emanuele
Trevi.
Dal
15 al 28 maggio, alla Casa delle Letterature, mostra di fotografie sulla
vita di Manganelli, già pubblicata sul bimestrale “Il Caffè illustrato”,
a. I, n. 1 (giugno/luglio 2001) e ingrandimenti a colori delle copertine
di tutte le prime edizioni delle sue opere, con il testo del risvolto
di copertina.
Nel
giardino della Casa delle Letterature, il 28 maggio (12° anniversario
della morte di Manganelli) alle 21 e 30, in prima nazionale lettura
scenica di Melopea d’addio, una drammatizzazione tratta da Amore
di Giorgio Manganelli, con Alfonso Benadduce e Francesca Cutolo.
Informazioni:
Casa delle Letterature 3, piazza dell’Orologio, Roma. Tel 06-68134697.
E’ auspicabile ripensare la formazione letteraria in termini di sistema (interconnessioni tra letterature europee ed extraeuropee, presenza delle letterature classiche) e non di confini nazionali e linguistici? Se la letteratura nazionale è un bene culturale, quali scelte si impongono per salvaguardarne l’esistenza? Questi interrogativi si sono posti i relatori del Convegno, organizzato dal CIDI di Roma (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) e dal CRS (Centro Romano di Semiotica) e dedicato alla memoria di Franca Mariani, che si è svolto nella Sala Convegni del CNR, in via dei Marrucini.
Fiorenza Luotto, nel presentare un video su Italo Calvino, che ha realizzato alcuni anni or sono con Biancamaria Bruno, ha detto:
La voce di un attore legge alcuni brevi testi di Italo Calvino:"Viaggio nelle città di de Chirico", "Il silenzio e la città", "Quattro studi dal vero alla maniera di Domenico Gnoli", "Per Arakawa". Come appare dai titoli, questi testi si riferiscono ad opere figurative, sono nati infatti da una "occasione", ossia sono stati scritti per cataloghi in occasione di esposizioni o per articoli su quotidiani nell'imminenza di un "vernissage". [...] Lo sguardo di Calvino entra nel quadro come soggetto attivo, lo percorre, lo visita dall'interno; l'opera d'arte perde allora la sua concretezza di oggetto reale e diventa un luogo del pensiero nel quale l'io osservante di Calvino può scegliere il percorso che preferisce. Nel quadro, ormai divenuto luogo del pensiero, tutto è concesso, lo spazio può dilatarsi a dismisura, il tempo fernarsi, non esiste più la bidimensionalità e all'io osservante è lasciata tutta la libertà immaginabile. Passeggiando nelle piazze silenziose di Borbottoni e destreggiandosi tra le freccie inquietanti di Arakawa, il viaggiatore sceglie di volta in volta l'itinerario che il luogo gli suggerisce, e quando l'itinerario è terminato il viaggiatore non è più lo stesso.
Informazioni:
Cidi di Roma. 13, piazza S. Sonnino. 00153 Roma. Tel. 06/5881325. Fax
5894077.
Venezia,
31 gennaio e 1 febbraio 2002
Scritture femminili legate al tema dello spazio, reale e della mente, ed esplorazione di letterature al femminile di altri paesi erano le proposte delle due giornate del IV Convegno Biennale della Società Italiana delle Letterate che si è tenuto alla Fondazione Cini.
Cinque i workshops: Lo spazio ritrovato, Topografia della mente/Spazi della scrittura, Lo spazio del simbolico, La perturbante, Lo spazio del conflitto.
Tavola rotonda: Lo spazio del discorso. Fotografie e video di Fuori campo.
Queste note danno una idea di alcuni temi presentati, ma il ventaglio dei contributi era ben più ricco.
Perché
scrivere? Per annotare quanto non va dimenticato, per rivelarsi a se
stessi, per inserire la propria testimonianza nella scia di una tradizione
amata, per comunicare con gli altri. Sono parole di Giacoma Limentani,
(Scrivere dopo per scrivere prima, Giuntina, 1997) autrice di romanzi
nei quali l’arte confina con la memoria, con una “zona d’ombra”, una “soglia”,
una dimensione “altra”, creata per dire quello che è quasi impossibile
dire, intorno a vite intrecciate nel dolore. Su Giacoma Limentani ha parlato
Paola Carù.
Le donne
hanno talvolta affidato a taccuini e a diari i pensieri e gli affetti
che dovevano restare intimi e privati. La diaristica femminile_ ha detto
Chiara Agostinelli _ riunisce in un nucleo la donna, la casa e la fruizione
della scrittura. Il quaderno diventa il luogo in cui si depositano
le tracce del rapporto fra donna e scrittura, nella duplice direzione
di acquisizione della scrittura attraverso la lettura, e di sperimentazione
in proprio della pratica scrittoria. Un esempio tratto dall’Ottocento:
due figlie “d’arte”, come Matilde Manzoni (ultima dei nove figli di Alessandro)
e come Costanza Monti Perticari (figlia unica di Vincenzo) si confidano
su taccuini, ancora oggi inediti.
Paola Azzolini
ha visto nel romanzo Cortile a Cleopatra di Fausta Cialente un
testo che, segnato da un autobiografismo indiretto e potente,
tratteggia un personaggio adolescente alle prese con la scelta fondamentale
della vita che lo trasformerà in un essere adulto, segnato definitivamente
rispetto al sesso, non più creatura aurorale, né maschio, né femmina.
Marco rifiuta di crescere, di assumere una identità, come altri personaggi
infantili che appartengono all’immaginario femminile, ad esempio Arturo
dell’Isola di Elsa Morante. Marco è spaesato, nel
luogo in cui vive e all’interno della società patriarcale. Inizia un viaggio
mentale, verso un futuro di cui intravede i contorni.
Narratrice
discontinua _ ha detto Patrizia Zambon della scrittrice trevigiana
Paola Drigo. Dopo due libri di novelle, La fortuna (1913) e Codino
(1918) e testi apparsi su riviste, resta in silenzio fino al 1932, quando
esce la raccolta di novelle La signorina Anna, seguita dai romanzi
Fine d’un anno e Maria Zef che si svolge intorno ad una
povera malga friulana segnata dalla miseria. Al centro di Fine d'un anno è la casa padronale nella campagna veneta, luogo
di memorie familiari, che una donna arrivata all’età del declino tenta di salvare dal disastro
economico. Nelle stanze vuote e silenziose della casa, che è immersa
in un malinconico paesaggio invernale, la protagonista attende il ritorno
del figlio.
Dell’immaginario
poetico di Luisa Giaconi, autrice di Tebaide, una raccolta di quarantaquattro
componimenti uscita postuma nel 1912, ha parlato Manuela Brotto che ha
definito Luisa Giaconi disincarnata sacerdotessa del Sogno, inteso
come promessa di pace e di silenzio, come dissolvimento e come morte.
L’esperienza
di Anna Banti appartiene in qualche modo alla sfera autobiografica. A
sei anni già affidava i suoi pensieri alla scrittura. E’ stata una grande
appassionata di storia dell’arte. Le protagoniste dei suoi romanzi sono
segnate da comune sofferenza, procurata dall’essere donne in una società
violenta. Nel romanzo Artemisia ha ricreato la vita della pittrice
barocca Artemisia Gentileschi, che nell’arte riscattò il trauma di uno
stupro subito in giovanissima età. Federica Cardin ha detto di Artemisia:
E’ il momento della grazia per lei, della fiducia ritrovata in se stessa
e nella sua missione d’artista.
Caterina Petrara ha parlato delle biografie romanzate della poetessa e giornalista pugliese Antonietta Drago (1901-1992) che recuperò figure di donne, rimaste nell’ombra e note unicamente come madri, mogli, figlie o amanti di uomini illustri.
L’opera
della scrittrice e giornalista livornese Anna Franchi (1867-1954) era
il tema scelto da Elda Di Sacco. Di straordinario vigore fu il discorso
Avanti il divorzio! che Anna Franchi pronunciò al Politeama di
Livorno, nel 1902.
Alla settecentesca
Accademia degli Innominati di Bra appartennero donne erudite e letterate.
Dalla relazione di Allegra Alacevich escono queste figure: Aurora Sanseverino
Gaetani autrice di lamenti d’amore di petrarchesco sapore, Aurelia d’Este
Gambacorta che scrisse saggi sulla poesia latina, Selvaggia Borghini esperta
in matematica, logica, filosofia e autrice di sonetti ispirati al platonismo,
Benedetta Clotilde Lunelli Spinola che a quattordici anni compose in latino
tesi filosofiche di matematica, fisica e logica
Segreteria: Università degli Studi Ca Foscari Venezia. Dipartimento di Italianistica e Filologia Romanza. Palazzo Nani Mocenigo, Dorsoduro 960. 30100 Venezia. Tel. 041-2347274
Laudomia Bonanni,
Gianna Manzini
Ada Negri