Congressi e Convegni letterari

Anno 2002

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana

www.repubblicaletteraria.it

Confini

Linguaggi e culture in contatto

Trieste, 29-30 novembre 2002

Un luogo di incontro e di riflessione sull’identità Europea e sul rapporto tra le lingue e le culture europee ed extraeuropee, a Trieste, crocevia tra civiltà, religioni e tradizioni letterarie diverse: una città che non si limita ad affacciarsi al “confine”, ma che ha sperimentato e sperimenta confini in se stessa, nella sua storia e nella sua anima. Il Convegno internazionale, organizzato dalla Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Trieste e dall’AISLLI (Associazione Internazionale per gli Studi di Lingua e Letteratura Italiana), si è svolto nell’Aula Magna dellEdificio H3_ piazzale Europa 1. Introduzione: Marziano Guglielminetti, Fabio Finotti, G. Battisti, Gilberto Pizzamiglio, Silvana Vassilli. Lingue e culture europee nell'età della globalizzazione: Graziella Parati, Julijana Vuco, Sergio Sconocchia. Mezzo e messaggio: dalla pagina scritta a Internet: Maria Ferrante, Fausta Samaritani, Lorenzo Glavici. Il testo oltre i confini: culture, lingue, idiomi in contatto: Sophia Simon, Antonio Sciacovelli, Flavio Andreis, Corinne Lonergan, Vesna Kilibarda, Luca Somigli. I confini di Trieste: Anna Storti Abate, Elvio Guagnini, Andrea Ciccarelli, Mirjana Morosini Dominick, Fabio Cossutta. Linguaggi in contatto: letteratura, cinema, teatro, arti figurative: Aurelia Bartholini, Monica Baggio, Laura Rascaroli, Salvatore Consolo, John David Rhodes, Manuela Gieri, Gerhild Fuchs. Le frontiere dell'anima: Pietro Zovatto, Fulvio Senardi, Joanna Szymanowska, Hanna Serkowska, Marinella Cantelmo. Temi delle tre tavole rotonde: Scrittori di frontiera. Linguaggi e contaminazioni nella nuova poesia italiana. Esiste una "letteratura europea"? Ricostruzioni storiche, prospettive future.

Confine, come passaggio dal supporto cartaceo al file. La scrittura che migra on line è utilizzata soprattutto un mezzo di comunicazione. In questo snodo, tra innovazione e tradizione, la pagina elettronica tocca le aree di una nuova letteratura. Internet è affollatissimo di proposte, economiche e culturali; ma il suo spazio dilatato rischia di confonderci, per la ragnatela degli snodi e il crescente numero di informazioni. S’impongono nei testi la stringatezza, che forse è un limite per la varietà e molteplicità della nostra cultura, e per una estrema e non grossolana chiarezza. Alla presenza fisica si contrappone la comunità virtuale, con il rischio di mortificare la varietà delle lingue e la complessità degli interventi critici.

Confine, finis, limes, come limite fisico permeabile oppure invalicabile, come distanza di sicurezza dagli altri, come istinto di difesa dalle intrusioni. La frontiera segna lo spartiacque tra un al di qua sicuro, riconoscibile e un al di là ignoto, forse ostile. Si pone la questione delle minoranze, rimaste incluse nel tessuto sociale: espellerle, oppure integrarle? Trieste ha visto, in epoche diverse, segni di apertura oltre il suo confine fisico; ma ha vissuto anche momenti in cui la cultura dominante schiacciava l’intrusione delle lingue, delle religioni e delle culture minoritarie. Oggi la città si è adattata alla sua sovrapposizione di popoli e di culture, a questa sua compagine multietnica e multilinguistica; ma il disagio è stato troppo lungo e doloroso, per non lasciare segmenti visibili.

Confini, come linee che contengono la patria, come unione effimera contro il nemico esterno, come irredentismo, come tendenza a nuovi assetti territoriali e politici più “giusti”; ma anche come rinuncia ad una identità monolitica e come curiosità e sconfinamento verso la realtà degli altri.

Di questo particolare humus si sono nutriti Fulvio Tomizza e Giani Stuparich che hanno dato voce al destino di frontiera e alla instabilità dei confini, interni ed esterni, di Trieste. Nuove strade di ricerca e di interpretazione percorrono scrittori contemporanei, di area triestina, partiti dalla linea tracciata da Svevo e da Pasolini. C’è anche un gruppo di giovani emergenti, come Christian Sinicco, Luigi Nacci, Massimo Palme, che si aprono alla contaminazione con linguaggi diversi dalla parola, detta o scritta.

Responsabile scientifico e organizzativo: Fabio Finotti. Università di Trieste Segreteria: Facoltà di Scienze della Formazione 34144 Trieste, via DAlviano 15/1.

Lingue e letterature in contatto

XV Congresso A.I.P.I.

Brunico, 24-27 agosto 2002

Il programma del Congresso dell’Associazione Internazionale di Professori d’Italiano era articolato in queste sezioni: Letteratura, Didattica, Linguistica, Lingue dell’emigrazione, Sguardi incrociati, Traduzione, Le lingue della poesia, Scrittori traducono scrittori, Le sorti dell’Italiano, Letteratura del 2000, Miscellanea.

Incontri letterari con: Vittorio Sgarbi, Maria Luisa Spaziani, Josef  Zoderer, Norbert C. Kaser, Giorgio Delle Donne, Stefano Zecchi, Ernesto Ferrero, Erri De Luca.

Concerto della “Camerata musicale città di Arco”. Rappresentazione teatrale “La Storia dell’Arte raccontata da Flavio Caroli” con Flavio Caroli e Patrizia Zappa Mulas. Concerto del Coro Castel Flavon. Dal 10 luglio al 30 agosto si è svolta a Brunico la Fiera del Libro

Per dare una idea della varietà dei temi, trattati nelle 145 comunicazioni previste, trascriviamo passi di alcuni sunti.

E’ noto che i diversi personaggi della Commedia dell’Arte parlano lingue diverse. Gli Innamorati si esprimono in toscano, gli Zanni o i servitori in dialetto bergamasco, i Vecchi spesso rendono riconoscibili le loro maschere utilizzando il dialetto della città di provenienza. E’ assai meno noto, invece cosa avviene a livello linguistico nell’ambito della commedia erudita in volgare dei primi del ’500. Dopo aver faticosamente abbandonato il latino delle rappresentazioni di Plauto e Terenzio la commedia parla in volgare. Tutti ricordano il prologo del Castiglione alla Calandria del Bibbiena: «Voi sarete oggi spettatori d’una nova commedia […] in prosa non in versi, moderna, non antica, vulgare, non latina» in cui pare che la modernità, la prosa e il vulgare siano da considerarsi come il manifesto della nuova commedia cortigiana. (Manuela Caniato Lingua e dialetto come espressione dell’altro nella Commedia italiana del ’500)

La molteplicità di termini indicanti a volte lo stesso ortaggio, lo stesso animale, lo stesso attrezzo, irradia sulle varietà dialettali una vitalità poetica primordiale. […] Il pastore Gavino Ledda, diventato glottologo, dopo una lotta diuturna con il padre padrone, riesce ad esprimere quanta violenza contro la natura e fra paesani possa celarsi in quei preziosi cimeli linguistici. (Carmine Casarin Lingua di falce. Canto e disincanto nei dialetti rurali)

Leopardi mette a fuoco, nel dialogo impossibile tra Terra (sorda alle rivelazioni della sua interlocutrice) e Luna (abitualmente muta, e convinta a parlare ma solo per rilevare l’illusione comunicativa dell’altra), l’inadeguatezza della lingua a «nominare» una realtà ormai ostile al soggetto che con esso si relaziona, ad esprimere il fallimento della ragione umana, la delusione storica conseguente alla sconfitta del tempo lineare della memoria. Su questa inadeguatezza di fondo si basa l’esperimento linguistico dell’operetta leopardiana, che tenta un recupero tanto della dimensione comunicativa della lingua tramite il dialogo fittizio tra i due pianeti personificati, quanto della sua dimensione storica tramite il dialogo con le fonti letterarie, sottoposte a riscrittura per lo più parodica. (Antonella Del Gatto Il problema linguistico nel “Dialogo della Terra e della Luna” di Giacomo Leopardi)

L’adesione, la consonanza di spirito, la tendenza a «riconoscersi» da parte di Ungaretti nell’opera blakiana ha motivazioni profonde, e non esclusivamente relative alla ricerca di nuove soluzioni metrico-stilistiche […], come afferma il poeta nel Discorsetto del traduttore posto in apertura del volume del 1965 [di Visioni di William Blake]. Si tratta, infatti, di un’adesione che investe la concezione della poesia come «vita d’un uomo», come slancio ideale ed utopico verso «l’assoluto» gnoseologico, verso l’ineffabile e misterioso universo ontologico. Per questo Ungaretti si «riconosce» in Blake. Perché vi rintraccia, stratificati al fondo del suo mondo poetico, tutta una serie di motivi, di elementi che già informano, in parte, la propria ricerca personale. E il contatto con l’opera di Blake è folgorante. Ungaretti vi ritrova quel miracolo della parola che aveva già sondato in Mallarmé, ma vi ritrova inoltre il mistero, il fluire d’echi d’ante vitam, la ricerca dell’Idea pura platonica che si dispiega nella Visione del poeta-vate, del poeta profeta e rabdomante. (Massimo Fabrizi «Mi tornano […] / le parole / delle anime perse». Interferenze blakiane nella poesia di Ungaretti)

E proprio come affabulazione memoriale, come recupero dei luoghi e dei tempi dell’Eden originario, nasce la raccolta Cronache del Nilo: diciassette racconti che narrano, oscillando sul confine impervio tra fiction e autobiografia, tra verità dell’io e immaginazione dell’altro, la crescita e la maturazione della protagonista, avvenuta ad Alessandria d’Egitto, sul finire degli anni Venti. Il percorso di formazione è segnato da una doppia cesura spaziale e temporale: l’ingresso nella dimensione adulta corrisponde infatti all’abbandono delle sponde africane e al ritorno in madrepatria («Ho in cuore oggi la tristezza di quel distacco, ch’era non solo l’addio ad un paese ma a tutta la mia adolescenza felice»), cosicché le regioni assolate e abbacinanti dell’alterità razziale e culturale divengono, nel momento della rielaborazione creativa, dimora della memoria e dell’io_ luogo mitico e mitizzato di un Eden perduto. E proprio come cursorio superamento di confini e di demarcazioni territoriali, si vogliono qui leggere i racconti della Messina, individuando in quelle regioni ibride e mesciate, nate dalla contaminazione tra sameness e alterità, il terreno fertile per la formazione della giovane donna: dimensioni che sono reali e metaforiche al tempo stesso, luoghi geografici_ Oriente e Occidente, Alessandria e Roma_ ma anche mappe mentali, geografie dell’animo. (Flora Maria Ghezzo Incursioni nelle terre dell’altro: appunti per una lettura di “Cronache del Nilo” di Anna Messina)

La comunicazione si propone di analizzare l’interrelazione tra due raccolte di novelle, il Decameron di Giovanni Boccaccio e l’Heptameron, scritto in francese nella prima metà del ’500 da Margherita di Navarra, sorella di Francesco I, ammiratrice del capolavoro boccaccesco, definita «perla delle perle» per il raffinato umanesimo e per la vivace intelligenza, lodata, tra gli altri, da Vittoria Colonna, figura femminile altrettanto importante di Margherita per la cultura del suo tempo. (Lydia Pavan “Decameron”, “Heptameron”)

Nievo è attratto dalle particolarità linguistiche locali. Nel 1856, dopo una vacanza a Grado, scrive in un appunto, ancor oggi inedito e che è la traccia per la novella Le maghe di Grado: «Il dialetto quasi toscano, formato dalla parte più pura del Veneziano e del Friulano». Nella novella distende il suo pensiero in una frase di più ampio respiro: «Grado […] povero nido d’un idioma tra il veneto e il friulano, che da quello la dolcezza e la sonorità, da questo ritrae alcuna somiglianza col latino, e così com’è, meglio d’ogni altro dialetto d’Italia settentrionale si raccosta al toscano». Inedita è anche la poesia A un amico degli Antipodi, scritta da Nievo per elogiare la nascita di una filanda in Trentino. (Fausta Samaritani Ippolito Nievo: utilità sociale del letterato, impegno civile e politico del garibaldino)

La posizione di Cesarotti nei confronti della tradizione italiana è assai diversa da quella di un Monti o di un Pindemonte. Mentre questi autori spesso si limitavano ad assoggettare alla «dizione poetica» collaudata da secoli le espressioni culturali estranee al mondo italiano (ma è indubbio che essi agirono con una perizia fino allora ineguagliata), Cesarotti invece riuscì ad allargare la lingua poetica italiana, arricchendola di forme e di modi suggeriti dall’originale straniero. Di questa sua azione egli ebbe pienamente coscienza, se è vero che in alcuni scritti critici e teorici adoperò la metafora del traduttore «alchimista» (capace di «rigenerare» l’originale) e «atleta» («addestrato a tutti gli esercizi della ginnastica», laddove la lingua di uno scrittore mostra la semplice «andatura d’un uomo che cammina equabilmente»). Per Cesarotti, il traduttore doveva emulare l’originale e, se necessario, «dar la tortura alla [propria] lingua». (Dirk Vanden Berghe Le traduzioni ossianiche in Italia tra Sette e Ottocento: la lezione di Cesarotti)

Se il linguaggio resta il mezzo di comunicazione più utilizzato dagli individui per lo scambio dei messaggi, non solo sappiamo che non è l’unico mezzo a loro disposizione, ma che oggi viene sottoposto a radicali processi di trasformazione dalle nuove tecnologie dell’immagine e dagli ipertesti elettronici. Gli uomini comunicano attraverso segni: quelli che subiscono la maggiore pressione prodotta dalle innovazioni tecnologiche della comunicazione sono i segni simbolici. Nelle società industrializzate la comunicazione attraverso l’immagine sta progressivamente sottraendo potere alla scrittura, rivoluzionando il millenario processo della razionalità occidentale che si è sviluppato dall’immagine della scrittura. (Stefano Zecchi La letteratura nell’epoca della globalizzazione)

Informazioni: Associazione Turistica Brunico, 26 viale Europa, 39031 Brunico (BZ).

Atti Congresso A.I.P.I. di Brunico

 

Didattica delle discipline umanistiche e trasformazione digitale: mutamenti e resistenze

Trento, 21 giugno 2002

Il secondo Workshop di studi medievali e di cultura digitale si è svolto alla Facoltà di Lettere e Filosofia della Università di Trento. Gino Roncaglia ha parlato di biblioteche virtuali, di strategie della ricerca in rete, di problemi metodologici dell’insegnamento via Internet, di come costruire modelli standardizzati eppure aperti come lo impone la disciplina umanistica, di certificazione e riconoscimento accademico delle pubblicazioni in rete, di diritti d’autore, di implicazioni culturali e filosofiche connesse alla diffusione di conoscenze accademiche su larga scala, del progetto di una Facoltà universitaria di informatica applicata alle discipline umanistiche. Patrizia Ghislandi e Andrea Comboni hanno illustrato i corsi on line della Facoltà umanistica della Università di Trento, per l’anno accademico 2001-2002. Sono lezioni brevi, in cui il linguaggio semplice e chiaro e la grafica colorata si adattano felicemente ad un contenuto scientifico rigoroso. Roberto Greci ha fatto un bilancio del primo anno, sperimentale, della didattica universitaria a distanza del “Progetto ICON”, costituito grazie ad un consorzio al quale hanno aderito molti atenei italiani. Il Master in rete è riservato a studenti che risiedono all’estero. Massimiliano Bassetti ha parlato dell’esperienza di “Nettuno” che da molti anni collabora con la Rai per la diffusione in video di programmi universitari che vanno in onda nelle ore notturne. Ivo Matozzi ha presentato un nuovo CD-ROM intitolato “Insegnare Storia”, che è un progetto ipertestuale finalizzato all’aggiornamento in didattica della storia. I moduli sono suddivisi in: epistemologia e metodologia nella didattica della storia, teoria di didattica della storia, applicazioni. Contiene un glossario e filmati anni Trenta dell’Istituto Luce. Pietro Corrao ha svolto una ricerca via Internet di materiali sulla storia medievale, messi in rete da siti universitari americani. Ha trovato sul Web, su questo specifico settore, un magazzino molto vario di testi e di strumenti, alcuni elementi di amatorialità e una scarsa aderenza alle fonti storiche. Al dibattito hanno partecipato Michele Ansani, Stefano Gasparri, Gian Maria Varanini, Andrea Zorzi, Roberto Delle Donne.

Informazioni: Università di Trento, Facoltà di Lettere e Filosofia, 65 via S. Croce. 38100 Trento

Trento, Città giardino (Foto F. Samaritani)

 

Cantiere Manganelli 2001-2002

Nell’anniversario degli ottanta anni dalla nascita

Roma, 15 maggio 2002

Ci sono molti motivi per non scrivere questo risvolto: abito una casa afflitta da telefonate e valige, un futuro pesantemente ironico mi provoca, e ciò di cui debbo parlare è chiuso nel paziente contenitore del passato. Queste parole Giorgio Manganelli le scrisse sul risvolto di copertina di Angosce di stile, Rizzoli, 1981. Aveva una straordinaria ed incandescente inventiva lessicale: non tanto per la scelta di parole inusuali o arcaiche, scovate in chissà quale vocabolario, quanto per certi accostamenti, per lo squisito gusto barocco, per il divertimento di pescare termini in ambienti semantici lontani tra loro. Sceglieva con cura e avvicinava aggettivi e verbi che usualmente non convivono sulla pagina scritta. Nel risvolto di copertina di Laboriose inezie, Garzanti 1986, leggiamo: Non vi è nulla di più futile della recensione; gesto miserabile, irresponsabile, ritaglio di chiacchiera, gomitolo di inutili aggettivi, di frivoli avverbi, di risibili sentenze. Anche il sottotitolo di questo saggio merita di essere citato: Da Omero a Gian Burrasca passando per Marco Polo un drammatico paesaggio di classici descritto da un lettore vagabondo. Manganelli praticò la strada accidentata del critico letterario, interrogandosi sul significato di letteratura e di critica. Per lui i poeti sono incorporei felini che si accoccolano accanto al focolare della nostra anima. Considera anzi immorale la letteratura, perché con insolenza, con industriosa pazienza, essa fruga e cerca e cava fuori affanni, e malattie, e morti (in La letteratura come menzogna). Dal 1954 fino agli anni Sessanta collaborò al Terzo programma radiofonico con recensioni di letteratura contemporanea inglese e americana; nel 1960-61, con Cesare Garboli, ebbe su “Il Giorno” la rubrica “Cento libri”, dove si  presentavano opere classiche. Su “L’Espresso” e su “Il Giorno” pubblicò reportage di suoi viaggi in Cina e in India. Il viaggio, per Manganelli, era sempre un percorso tra gli uomini, suoi enigmatici fratelli, mai tra le cose come le piazze, le strade, le case, i monumenti, i paesaggi naturali. Per la serie radiofonica Interviste impossibili, nel 1974 scrisse una ironica intervista a Dio Onnipotente che non andò in onda. Nuovi contributi allo studio di Manganelli verranno dalla riscoperta del suo teatro, oggi ingiustamente negletto, dove la parola dinamica, più che l’intreccio, abita la scena. Materiale inedito si trova all’Università di Pavia, nel Fondo Manoscritti di Autori Moderni e Contemporanei, dove si conservano taccuini di appunti e stesure ricche di ripensamenti che i filologi stanno studiando. Testi sparsi e dispersi di Manganelli e studi critici sono stati appena pubblicati o sono in corso di stampa.

Interventi di: Mariarosa Bricchi, Roberto Deidier, Grazia Menechella, Silvano S. Nigro, Viola Papetti, Graziella Pulce, Luca Scarlini, Paolo Terni, Emanuele Trevi.

Dal 15 al 28 maggio, alla Casa delle Letterature, mostra di fotografie sulla vita di Manganelli, già pubblicata sul bimestrale “Il Caffè illustrato”, a. I, n. 1 (giugno/luglio 2001) e ingrandimenti a colori delle copertine di tutte le prime edizioni delle sue opere, con il testo del risvolto di copertina.

Nel giardino della Casa delle Letterature, il 28 maggio (12° anniversario della morte di Manganelli) alle 21 e 30, in prima nazionale lettura scenica di Melopea d’addio, una drammatizzazione tratta da Amore di Giorgio Manganelli, con Alfonso Benadduce e Francesca Cutolo.

Informazioni: Casa delle Letterature 3, piazza dell’Orologio, Roma.

 

Letteratura Percorsi possibili

Vent’anni dopo

Roma, 25 e 26 febbraio 2002

E’ auspicabile ripensare la formazione letteraria in termini di sistema (interconnessioni tra letterature europee ed extraeuropee, presenza delle letterature classiche) e non di confini nazionali e linguistici? Se la letteratura nazionale è un bene culturale, quali scelte si impongono per salvaguardarne l’esistenza? Questi interrogativi si sono posti i relatori del Convegno, organizzato dal CIDI di Roma (Centro di Iniziativa Democratica degli Insegnanti) e dal CRS (Centro Romano di Semiotica) e dedicato alla memoria di Franca Mariani, che si è svolto nella Sala Convegni del CNR, in via dei Marrucini.

Fiorenza Luotto, nel presentare un video su Italo Calvino, che ha realizzato alcuni anni or sono con Biancamaria Bruno, ha detto:

La voce di un attore legge alcuni brevi testi di Italo Calvino:"Viaggio nelle città di de Chirico", "Il silenzio e la città", "Quattro studi dal vero alla maniera di Domenico Gnoli", "Per Arakawa". Come appare dai titoli, questi testi si riferiscono ad opere figurative, sono nati infatti da una "occasione", ossia sono stati scritti per cataloghi in occasione di esposizioni o per articoli su quotidiani nell'imminenza di un "vernissage". [...] Lo sguardo di Calvino entra nel quadro come soggetto attivo, lo percorre, lo visita dall'interno; l'opera d'arte perde allora la sua concretezza di oggetto reale e diventa un luogo del pensiero nel quale l'io osservante di Calvino può scegliere il percorso che preferisce. Nel quadro, ormai divenuto luogo del pensiero, tutto è concesso, lo spazio può dilatarsi a dismisura, il tempo fernarsi, non esiste più la bidimensionalità e all'io osservante è lasciata tutta la libertà immaginabile. Passeggiando nelle piazze silenziose di Borbottoni e destreggiandosi tra le freccie inquietanti di Arakawa, il viaggiatore sceglie di volta in volta l'itinerario che il luogo gli suggerisce, e quando l'itinerario è terminato il viaggiatore non è più lo stesso.

Informazioni: Cidi di Roma. 13, piazza S. Sonnino. 00153 Roma.

 

Lo spazio della scrittura

Letterature comparate al femminile

Venezia, 31 gennaio e 1 febbraio 2002

Scritture femminili legate al tema dello spazio, reale e della mente, ed esplorazione di letterature al femminile di altri paesi erano le proposte delle due giornate del IV Convegno Biennale della Società Italiana delle Letterate che si è tenuto alla Fondazione Cini.

Cinque i workshops: Lo spazio ritrovato, Topografia della mente/Spazi della scrittura, Lo spazio del simbolico, La perturbante, Lo spazio del conflitto.

Tavola rotonda: Lo spazio del discorso. Fotografie e video di Fuori campo.

Queste note danno una idea di alcuni temi presentati, ma il ventaglio dei contributi era ben più ricco.

Perché scrivere? Per annotare quanto non va dimenticato, per rivelarsi a se stessi, per inserire la propria testimonianza nella scia di una tradizione amata, per comunicare con gli altri. Sono parole di Giacoma Limentani, (Scrivere dopo per scrivere prima, Giuntina, 1997) autrice di romanzi nei quali l’arte confina con la memoria, con una “zona d’ombra”, una “soglia”, una dimensione “altra”, creata per dire quello che è quasi impossibile dire, intorno a vite intrecciate nel dolore. Su Giacoma Limentani ha parlato Paola Carù.

Le donne hanno talvolta affidato a taccuini e a diari i pensieri e gli affetti che dovevano restare intimi e privati. La diaristica femminile_ ha detto Chiara Agostinelli _ riunisce in un nucleo la donna, la casa e la fruizione della scrittura. Il quaderno diventa il luogo in cui si depositano le tracce del rapporto fra donna e scrittura, nella duplice direzione di acquisizione della scrittura attraverso la lettura, e di sperimentazione in proprio della pratica scrittoria. Un esempio tratto dall’Ottocento: due figlie “d’arte”, come Matilde Manzoni (ultima dei nove figli di Alessandro) e come Costanza Monti Perticari (figlia unica di Vincenzo) si confidano su taccuini, ancora oggi inediti.

Paola Azzolini ha visto nel romanzo Cortile a Cleopatra di Fausta Cialente un testo che, segnato da un autobiografismo indiretto e potente, tratteggia un personaggio adolescente alle prese con la scelta fondamentale della vita che lo trasformerà in un essere adulto, segnato definitivamente rispetto al sesso, non più creatura aurorale, né maschio, né femmina. Marco rifiuta di crescere, di assumere una identità, come altri personaggi infantili che appartengono all’immaginario femminile, ad esempio Arturo dell’Isola di Elsa Morante. Marco è spaesato, nel luogo in cui vive e all’interno della società patriarcale. Inizia un viaggio mentale, verso un futuro di cui intravede i contorni.

Narratrice discontinua _ ha detto Patrizia Zambon della scrittrice trevigiana Paola Drigo. Dopo due libri di novelle, La fortuna (1913) e Codino (1918) e testi apparsi su riviste, resta in silenzio fino al 1932, quando esce la raccolta di novelle La signorina Anna, seguita dai romanzi Fine d’un anno e Maria Zef che si svolge intorno ad una povera malga friulana segnata dalla miseria. Al centro di Fine d'un anno è la casa padronale nella campagna veneta, luogo di memorie familiari, che una donna arrivata alletà del declino tenta di salvare dal disastro economico. Nelle stanze vuote e silenziose della casa, che è immersa in un malinconico paesaggio invernale, la protagonista attende il ritorno del figlio.  

Dell’immaginario poetico di Luisa Giaconi, autrice di Tebaide, una raccolta di quarantaquattro componimenti uscita postuma nel 1912, ha parlato Manuela Brotto che ha definito Luisa Giaconi disincarnata sacerdotessa del Sogno, inteso come promessa di pace e di silenzio, come dissolvimento e come morte.

L’esperienza di Anna Banti appartiene in qualche modo alla sfera autobiografica. A sei anni già affidava i suoi pensieri alla scrittura. E’ stata una grande appassionata di storia dell’arte. Le protagoniste dei suoi romanzi sono segnate da comune sofferenza, procurata dall’essere donne in una società violenta. Nel romanzo Artemisia ha ricreato la vita della pittrice barocca Artemisia Gentileschi, che nell’arte riscattò il trauma di uno stupro subito in giovanissima età. Federica Cardin ha detto di Artemisia: E’ il momento della grazia per lei, della fiducia ritrovata in se stessa e nella sua missione d’artista.

Caterina Petrara ha parlato delle biografie romanzate della poetessa e giornalista pugliese Antonietta Drago (1901-1992) che recuperò figure di donne, rimaste nell’ombra e note unicamente come madri, mogli, figlie o amanti di uomini illustri.

L’opera della scrittrice e giornalista livornese Anna Franchi (1867-1954) era il tema scelto da Elda Di Sacco. Di straordinario vigore fu il discorso Avanti il divorzio! che Anna Franchi pronunciò al Politeama di Livorno, nel 1902. 

Alla settecentesca Accademia degli Innominati di Bra appartennero donne erudite e letterate. Dalla relazione di Allegra Alacevich escono queste figure: Aurora Sanseverino Gaetani autrice di lamenti d’amore di petrarchesco sapore, Aurelia d’Este Gambacorta che scrisse saggi sulla poesia latina, Selvaggia Borghini esperta in matematica, logica, filosofia e autrice di sonetti ispirati al platonismo, Benedetta Clotilde Lunelli Spinola che a quattordici anni compose in latino tesi filosofiche di matematica, fisica e logica .

Segreteria: Università degli Studi Ca’ Foscari Venezia. Dipartimento di Italianistica e Filologia Romanza. Palazzo Nani Mocenigo, Dorsoduro 960. 30100 Venezia.

Laudomia Bonanni, Gianna Manzini Ada Negri

Per favore non copiate queste recensioni che mi costano tempo e fatica. (f. s.)