Pene d’amore di Domenico Gnoli 2016

Lettere di Giulio Cantalamessa a Domenico Gnoli

di Fausta Samaritani

(Continua da: Gnoli-Aganoor: che specie d’amore?)

La nostra storia prosegue, grazie alle lettere scritte da Giulio Cantalemessa (1) a Domenico Gnoli. Si conoscevano da tempo e erano diventati amici: nel 1887 Domenico Gnoli aveva segnalato ufficialmente il nome di Cantalamessa per il posto di bibliotecario alla Biblioteca Sarti. Le lettere si susseguono per anni, con una cadenza quasi settimanale. Purtroppo, non abbiamo le lettere scritte da Gnoli al Cantalamessa. Tralasciamo la corrispondenza che si riferisce a argomenti di storia dell’Arte italiana; seguiamo invece gli appunti a matita di Aldo Gnoli – nipote di Domenico – che ci aiuta a discernere, tra le centinaia di lettere del Cantalamessa, quelle che parlano del “caso Orsini” e dei rapporti tra Domenico Gnoli e Vittoria Aganoor. La lettera da Recanati è la risposta a quella in cui Gnoli ha rivelato amaramente a Cantalamessa che Vittoria Aganoor ha deciso di sposarsi. Cantalamessa cerca di consolare l’amico e addossa tutta la responsabilità al carattere instabile di Vittoria:

I

Recanati, 31 ottobre 1901
Carissimo Gnoli,
Mi cala nell’anima come un peso inconfortabile la vostra rivelazione. V’è toccata una grande sventura! Ma è piaga il cui spasimo è destinato a cessare a grado a grado, e che infine risana. Se la vostra passione avesse avuto adempimento, io, ve lo confesso, avrei creduto che v’eravate avventurato ad un pericolo, perché la Sig.ra Vittoria, insieme a qualità elettissime, ha della nervosità da farla parere stravagante, e delle alterezze e ostinazioni, le quali difficilmente sarebbero state domate dal vostro amore e dalla vostra dolcezza di carattere; ed or voi potete vedere da ciò che accade, che essa ha anche della strana volubilità; e, se di questo difetto potete provar tanta pena or che siete sciolto da lei, pensate ai dolori, senza rimedio, che avreste avuto, allorché le sareste stato legato.

Avete ragione: essa conosceva il suo stato ed il vostro, sicché, amandovi, non mostrava di valutare, anzi escludeva, quelle obbligazioni, che, per essere molto palesi, qualunque persona avrebbe credute degne di esser considerate bene; ma purtroppo deve averle considerate di più! Essa non è più nell’età in cui il primo impulso di un sentimento guida a gravi deliberazioni. Dopo i quaranta anni tutti siamo naturalmente portati a riflettere, a pesare, a ricercare freddamente il bene e il male, che ci può derivare da un nostro atto; e un sentimento costretto a passar per tali vie si soffoca qualche volta, e si agghiaccia. Essa certamente era sincera quando scriveva quei versi, che io non m’immaginavo mai vi fossero diretti, e credeva alla durevolezza del sentimento che l’accendeva; poi… s’è cambiata! Sono cose normali, ma una donna di raro ingegno è pur sempre una donna, quando non si voglia pensare che il fervore stesso dell’ingegno di poeta e la mobilità delle impressioni rendono ancor più spiegabile il cambiamento in una donna cosiffatta che in una donna comune.
Quando il vostro spasimo sarà cessato, io credo che giudicherete possibile avvicinare quella donna senza risentimento e senza pericolo, perché è estremamente difficile che una tal passione nasca la seconda volta. Avviene come di certe malattie infettive, che, dopo la guarigione, assicurano l’invulnerabilità. E l’avvicinerete anche con dignità, perché infine quell’avervi chiamato unico amore esprime una condizione temporanea della sua vita, non mai qualcosa di definitivo e di perpetuo che possa imporre norma e regola ai rapporti vostri ora, ma nel tempo sopravvenuto di poi. Non vediamo ogni giorno trasformate in pacifica amicizia certe ardenti passioni? In ciascuno di questi casi c’è stato di certo un ricambio di parole tenere e di promesse d’amore perpetuo. Foglie cadute! Spesso gli stessi mariti sono informati di tali amori delle loro magli; i quali hanno preceduto il matrimonio, e non per questo sospettano dell’uomo che ne è stato oggetto e lo allontanano.

Ma innanzi tutto è necessario che vi diate pace. Guarirete, ve l’accerto! Intanto sappiate che io tengo nel valore che merita il vostro pensiero di prescegliermi a confidente in codesta ora d’angoscia. M’avete creduto un uomo buono, savio, delicato, affezionato a voi. Ve ne ringrazio, e senz’orgoglio dico che codesta stima me la merito un poco. […]
Vi abbraccio affettuosamente

Il vostro amico Giulio Cantalamessa

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38/1. 210. Nota a matita di Aldo Gnoli

Unico amore è una espressione che non troviamo nelle lettere di Vittoria Aganoor a Domenico Gnoli, in cui la donna è sempre molto circospetta e calcolata e non esprime mai slanci di vera passione. Simpatia, gratitudine e stima sì, perfino civetteria; mai erotismo, mai abbandono totale. Qualcosa di riferibile a unico amore è invece nelle sue poesie, in particolare nelle due che ha spedito a Gnoli: Finalmente e Alfine. Maestra nell’arte di infiammare molto e di concedersi poco, Vittoria Aganoor elude ogni richiesta di appagamento dei sensi da parte di Gnoli, dopo quel primo e unico romantico incontro nei giardini di Venezia, dopo quell'unico bacio. Il suo amore non si fa mai reale, non esce dalla metrica. E Domenico Gnoli, oltre che poeta, è un uomo. Anche le parole con cui ella gli ha annunciato il suo matrimonio con Giulio Pompilj denunciano calcolo, non profondo affetto per il futuro marito.

 
II

Colli del Tronto (presso Ascoli Piceno) 8 novembre 901
Carissimo Gnoli,
La vostra lettera mi raggiunge qui, ove mi prendo giorni di onesto riposo. Sarò a Venezia domenica a sera.
Il matrimonio della sig.ra Vittoria era stabilito pel 28 novembre, da farsi a Napoli, ma non è fuori di probabilità che alcune faccende necessarie a compiersi, per la sudditanza inglese della sposa, non sieno a quella scadenza disbrigate tutte, e perciò costringano gli sposi a un differimento.
A proposito di ciò che mi osservate nel poscritto, io volli dire soltanto che, nella realtà della vita, le proteste d’amore indefettibile quasi sempre manifestano una condizione transitoria dell’anima, benché chi fa quelle proteste e chi n’è l’oggetto, credano che questa condizione debba essere perpetua. La stabilità dell’amore è uno dei più rari fenomeni della psicologia; e la vivissima fede che gl’innamorati hanno di perseverare, è illusione quasi sempre. Così essendo le cose fatalmente, non è possibile che la perdita della passione, nell’uno o nell’altro innamorato, si effettui senza che nelle relazioni stesse di fatto non intervenga una notevolissima alterazione. Guai se il legame matrimoniale, dopo quella perdita, fosse imposto ugualmente per la ragione che uno dei due non consente a sciogliere l’altro della promessa data! Sarebbe il sacrificio, anzi la dannazione, di entrambi. Forse voi trovaste che questo mio modo di vedere è un po’ grossolano, e non dico che non sia tale; ma penso che le infinite debolezze e miserie di questo povero cuore umano, e le sue stesse fatali mutabilità, non permettano d’applicare in questo campo teorie di
purità ideale. Intendevo anche con quelle mie parole sottoporre alla vostra attenzione qualcosa che può rendere meritevole di compatimento, sino ad un certo punto, colei che non ha saputo salvarsi da un passione nuova, e nel cingersene l’anima ha soffocato la prima; e insieme io vedeva in ciò quel che basta a non rendere inesorabilmente necessaria, come a voi pareva, l’esclusione d’ogni proposta in avvenire.
Certo, il vostro abbattimento di spirito ha una causa doppia: la grave afflizione che v’è toccata, e codesta benedetta indifferenza, che da sé sola basta a svigorire la volontà. Ma il vostro risollevamento è cosa sicura, ed io spero anche vicina. Capisco che con la delicatezza dell’animo vostro, bisognoso di affezione e di espansione, ora avvertite troppo ruvidamente l’interruzione di una cara abitudine. Aprire ad una donna amata ogni ripiegatura, per dir così, del cuore, additarle ogni tremito del pensiero, e un giorno repentinamente smettere, apprendendo che ad un altro è serbato il diritto di siffatte confidenze! È durissima, eppure io penso che verrà giorno in cui direte: meglio così! No, non è il freddo della vecchiaia che incomincia, né le fasi dell’età obbediscono ad accidentali dolori che ci travagliano. Voi siete uomo sanissimo, che nel corpo serbate le forze, nell’animo gl’incanti dei vostri venticinque anni. Codesto tesoro non si disperde in un giorno! L’amore degli studi, che ora vi sembrano inutili, risorgerà; e chi vi vuol bene e da molto stima il vostro ingegno, godrà molto di veder nuovi frutti ch’esso produrrà.
Di lui non so che dirvi. Lo vidi una volta sola, l’anno scorso, in casa Aganoor appunto. Pochi giorni dopo, la Sig.ra Vittoria mi chiese che impressione m’aveva fatta quell’uomo. Risposi che m’era parso poseur, troppo agghindato, troppo difficile a sorridere, e che parlando avea troppa preziosità. Essa sorrise e parve concordarsi col mio giudizio. M’hanno detto che ispiratrice prima, poi aiutatrice di questo sposalizio sia stata la Signora Pezzè Pascolato; ma io penso che questa signora abbia ignorato sempre, ed ignori ancora, ciò che è passato tra il cuore della sig.ra Vittoria ed il vostro. M’è stato anche detto da un eccellente galantuomo che l’anno scorso il Pompili scrisse a Venezia, non so a chi, una lettera per domandar notizie sulla poetessa Aganoor, della sua età, della sua figura, del suo carattere, della sua fortuna. la lettera era fatta con tal arte da lasciare intendere ch’ei domandava per un altro!... Che sia ricco più o meno, non lo so; ma tutti dicono a Venezia che assai più ricca è lei.
[…]


Il vostro aff. Amico Giulio Cantalamessa


Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38. 1/212. Nota a matita di Aldo Gnoli

Da queste poche righe sembra che, in un primo tempo, anche da parte di Giulio Pompilj ci sia stato -  nei confronti della Aganoor - un certo calcolo. A Maria Pezzé Pascolato, una signora veneziana amica di Vittoria Aganoor, Gnoli fece recapitare versi di Giulio Orsini, nella speranza di avere qualche informazione su Vittoria Aganoor. La Pezzé Pascolato infatti scrisse a Orsini, da Venezia, il  31 dicembre 1902: La mia buona amica Vittoria Aganoor  mi fece leggere la Sua Lady Macbeth, e ne rimasi sincerissimamente, profondamente ammirata…(Gnoli, Autografi, Ms. 167). Questa poesia di Gnoli era stata pubblicata dalla “Rivista d’Italia” (novembre 1901, pp. 475-476) sotto lo pseudonimo Giulio Orsini. Non si attenuava il dolore per il “tradimento” di Vittoria, anzi, col tempo, la delusione cocente per essere stato ingannato produceva, nelle poesie firmate Giulio Orsini, frutti avvelenati. Né le parole dell’amico Giulio Cantalamessa riuscivano a attenuare il fuoco del risentimento.

III

Venezia, 8 dicembre 1901
Carissimo Gnoli,
meno male! L’alba è spuntata, fra poco sarà giorno chiaro, poi il sole salirà trionfale nello spazio. Ma che vuoto?...Gli è che, quando un sentimento solo ci sciupa e ci domina, pare che tutte le altre cose non abbiano alcun potere di commuoverci, e siano indegne anche della nostra attenzione, ma, se quel sentimento è domato, la mente e l’animo si riaprono spontanei ad accogliere il linguaggio delle altre cose, e ci meravigliamo, sentendone il diletto, che ci sia stato un tempo ci siano parse mute e insignificanti. Un uomo della vostra intelligenza e della vostra squisita sensibilità d’artista come mai può temere del vuoto? Tutto basta a riempire l’anima. Voi intanto ammettete che la Signora Pompilj, prima o poi, possa perdere per voi ogni attrattiva, e a me giova sperare che codesta disposizione della vostra mente, meglio che significare un’ipotesi, significhi che già a vostra insaputa si è iniziata una nuova condizione psichica, che a grado a grado diventerà indifferenza. Ebbene, quando ciò sia avvenuto, voi sarete nello stato medesimo in cui eravate prima che conosceste la contessina Vittoria Aganoor, uno stato che non era infine il vuoto, il buio, l’infelicità. Tutto il resto del mondo allora si sarà rianimato agli occhi vostri, e vivrete tranquillo, fors’anche contento. A che impensierirsi del futuro? Innanzi tutto io non vedo che nulla di grave vi minacci, e poi vi ricordo che la variabilità, sia dei fatti esteriori, sia delle nostre disposizioni di spirito, vince ogni immaginazione, tanto che l’unica cosa certamente assurda è che la nostra condizione attuale sia destinata ad essere permanente. Quando anche la nostra volontà non concorra a suscitar mutazioni, queste avvengono fatalmente da sé.
Questo pensiero potrà anche col tempo, com’io confido, far rinascere nel vostro animo un po’ d’indulgenza verso la donna, che vi è stata cagione di sì grave turbamento. Essa si è mutata due volte, voi dite. Si, è vero, ma per forza di cause, io credo, che non aveva previste, e contro cui le è mancata la lena di combattere. Un pezzo di carta buttato in una piazza rimane fermo finché l’aria è quieta, ma si lascia trasportare, se il vento soffia, né potrebbe  resistergli. Da qualche mia lettera recente avrete potuto intendere com’io in questo punto sia di manica larga, perché penso veramente che a nessun affetto umano si debba chiedere la stabilità, e hio qualche sospetto che gli stessi santi, arsi di virtù, siano andati, più o meno, soggetti a mutamenti e ad ondeggiamenti nell’amar questa o quella persona. Capisco che si possa negare il compatimento a chi inganna per proposito, non a chi con sincerità ha dichiarato un affetto, immaginandosi di poterlo custodire intatto, e poi alla prova è riuscito impotente. Curata e rimarginata la piaga dell’amore, forse potrete senza stento astenervi anche dal ricordare l’offesa dell’amor proprio.
Il mio parere è che Giulio Orsini debba andare avanti nell’opera sua. Voi capite ch’io son di quei vecchi che mal si adattano a certe novità; ma ammetto che la modernità possa avere delle esigenze che trasmodano il mio intendimento, e non dirò mai che Giulio orsini abbia torto, tanto più dopo aver visto ch’egli è esaltato da chi è più veggente di me. Avanti dunque! Mi piacerebbe assistere a una disputa tra Gnoli e Orsini, con la vittoria, beninteso, di quest’ultimo; e credo che il pubblico colto s’interesserebbe molto a tal duello.
Sono affaccendatissimo. Mi par un prodigio di aver avuto il tempo di scrivere questa lettera. Vi abbraccia il vostro aff.mo

Giulio Cantalamessa

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38. 1/213 Nota a matita di Aldo Gnoli
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IV

Venezia 27 dicembre 1901
Carissimo Gnoli,
Sferzati dall’indignazione, gli uomini di ingegno fanno cose belle più facilmente del solito. La poesia “Spegni i ceri” è una delle più vibranti, efficaci che abbia scritto Giulio Orsini; eppure io vorrei che il poeta facesse un sacrificio difficile, il sacrificio dell’amor proprio, e nascondesse a tutti quei versi. A tutti?... Si, perché, se è verissimo che la moltitudine dei lettori non può mai rirovar la donna percossa (ricerca tanto più difficile poiché del poeta stesso non si sa molto), tuttavia ogni lettore serve alla diffusine della poesia, e taluno o parecchi alla volta arrivano a lei, alla donna il cui tergo mai aveva ale, all’adultera vergine, alla morta!... A che prò gettar sì terribile l’insulto, sì profonde le radici dell’odio da non poterle estirpare mai più? Verrà tempo inevitabilmente in cui Giulio Orsini, spenta affatto la vampa da cui s’è lasciato trascinare all’oltraggio, desidererà la pace anche con lei, e non potrà averla; ed ella mal intendendo forse ciò che sola in mezzo a tanti ciechi ha visto lucidamente, aprirà gli occhi ad altre persone, e tutto sarà palese, e voi in tale agitazione di spiriti avrete tutto da perdere, perché il mondo le darà ragione, questo modo che nella teoria dell’amore vuole marsine a manica larga, o che, ascoltando quel che ne pensate voi, vi dirà, ad andarvi buona, un solitario, un sognatore, un metafisico, che non sa discendere al campo della pratica, ov’esso legittima la mutabilità dell’affetto, scusa le defezioni e i mancamenti di parola. È proprio così! Non ne avete già un indizio da quel che v’ ha critto l’amico, l’unico amico a cui avete fatto l’onore di confidare il vostro spasimo, e che perciò devo presumere che stimiate anima non ignobile e da non confondere colla moltitudine? Egli vi ha detto che la vostra dottrina è d’una purità e d’una bellezza indicibile; ma altro è ciò a cui si può aspirare, altro ciò che si può conseguire. La dottrina sì pura e sì bella non è applicata nella pratica che da rare anime singolarmente elette, e troppe sarebbero le persone che fulmineremmo col disprezzo, se pensassimo che tutti avessero obbligo di esserle obbediente. Ora, una condanna che bolla quasi tutta l’umanità e la indica all’esecrazione, può esser giusta? Può essere, almeno, applica nella pratica? Qui sta il punto. La fatalità della debolezza toglie ogni possibilità di adempimento alla vostra dottrina. Bisogna compatire, bisogna adattarsi agli abbandoni! Se no, bisogna cercar un eremo e non mescolarsi più alla società umana. Ma nell’eremo stesso, perché l’anacoreta possa sentirsi compensato delle infinite privazioni che gli derivano dall’aver abbandonato i suoi simili, convien ch’egli abbia in sé una grande ricchezza di vita spirituale, che non può essergli infusa se non da entusiasmo cristiano. E allora, pur mantenendo intatte le altre dottrine, egli nelle cose della pratica verrà, sia pure con spirito diverso, a concordarsi con le conclusioni del mondo: compatire la fragilità umana, che è cosa ineluttabile, perdonare!
Mettetevi l’animo in pace, per carità! È tempo! Vi pare un rifugio il pensiero del Petrarca “per desperagion fatto securo”. Un altro grande italiano avea, molti secoli prima, detto press’a poco la cosa medesima: “mea salus victis nullam sperare salutem”.Giacché tutto concorre, come mi scrivete, a consigliarvi di non lasciar Roma per ora, di non lasciar nemmeno i tepidi salotti delle signore, certo v’accadrà di incontrarvi con lei, ed io esulterò se mi scriverete che il vostro contegno è stato contegnoso e benigno ad un tempo, e che essa v’ha parlato con viso da dire: dimentichiamo!
Tornate fiducioso alle care occupazioni d’un tempo. Vi auguro che presto siate guarito di codesta grave malattia dello spirito, e che dipoi sempre sano, tranquillo, operoso facciate un buon cammino entro il secolo di cui sta per ispuntare l’anno secondo.
Una stretta di mano affettuosamente dal

vostro Giulio  Cantalamessa

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38. 1/215. Nota a matita di Aldo Gnoli
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Il primo “insulto” era stato la diffusione di una nuova poesia, a firma Giulio Orsini: La confessione. Una donna si reca dal confessore e racconta di aver tradito l’uomo che ama, sposando un altro uomo. Il confessore non la assolve, anzi grida: Inferno! inferno! inferno! Il secondo “insulto” era la poesia Spegni i ceri! che Domenico Gnoli aveva deciso di pubblicare sotto pseudonimo Giulio Orsini. Nonostante il parere negativo di Cantalamessa, Gnoli la pubblicò nel 1903.

Continuano le lettere, con parole di conforto affettuoso, con massime su come reagire alle delusioni amorose, con appelli alla prudenza, al perdono. La donna, al contrario dell’uomo, è vista come incostante nella passione. Cantalamessa ha la percezione che Gnoli, nonostante le dichiarazioni sulla purezza del suo amore, non sia stato immune dall’attrazione dei sensi.

V

Venezia, 6 gennaio 1902
Carissimo Gnoli,
[…] Io medito spesso sulla natura singolare della vostra passione, tanto singolare, che molti, se ne fossero informati, non ci crederebbero, perché è troppo dissimile dalle passioni altrui. Il matrimonio, che sembra a tutti la meta naturale e legittima d’una passione, v’era indifferente. Eravate disposto a farne a meno, purché rimanesse lo scambio confidente delle anime, purché vi sentiste sicuro di essere per lei l’amico, non uno degli amici. Ma colui il quale può esser capace di un sentimento di purità è eccezionale e quasi inedito, non esige troppo allorché vuol trovarlo anche nella persona a cui si volge il suo affetto? Essa si differenzia da voi per essere un’anima più simile alle altre. Ha colpa d’esser fatta così?... Voi amavate in essa l’avveramento del vostro sogno; ma, accortovi dell’illusione che vi trascinava, dovevate sentire insieme coll’illusione dissiparsi l’amore, come cosa che era fondata in un cuore, e a cui viene a mancare il suo fondamento. Il rammarico di altri uomini, che sono stati vittima d’incostanza femminile, è quasi sempre sensualità insoddisfatta; ma in voi questo discorso non ha luogo, e perciò parrebbe doversi dire soltanto ciò che ho già detto; ossia che dovreste guarire subito per l’avvedimento stesso del vostro errore. Se ciò non è avvenuto, vuol dire che c’è qualche parte che io non discerno bene. L’amor proprio forse? Sì, codesto vi aiuterà un poco; ma la vostra non è voce soltanto di amor proprio ferito: c’è di mezzo ancora una vera passione che stenta ad estinguersi, benché le sia mancato del tutto ciò che a me pare esserne stato l’unico alimento. Quale però che sia la causa anche la passione persiste, essa deve indebolirsi certamente e infine cedere per la sparizione della causa principale.
Quando ciò sia avvenuto, (permettetemi di insistere in questo), vi piacerà di trovare un modus vivendi pacifico, di rinnovare, libero da passione propriamente detta, qualche espressione amichevole con essa, un rapporto almeno delle intelligenze, alte ambedue e degne di intendersi reciprocamente e di consultarsi. A questo fatto desiderabile voi porreste ora un impedimento, se sotto i suoi occhi andassero gli ultimi versi di  Giulio Orsini. Essa dice, è vero, di essere già stata insultata da voi; ma non deve pensarsi che l’insulto ripetuto non aggiunga nulla al primo. Il nostro organismo po’ comportare, per esempio, un milligrammo di veleno in un bicchiere d’acqua, ma due, tre, cinque milligrammi cagionerebbero disturbi forse immedicabili. Essa non darà, né ascolterà spiegazioni, lo ammetto: è molto dissimile da voi anche in questo, ma non è da credere che nel suo cervello non rimugini e non pesi ogni cosa. Vi perdonerà il primo insulto (scrivo la parola perdonare mettendomi al punto di vista suo, non vostro), perché lo ascriverà al primo inevitabile prorompere di un’indignazione, all’amore deluso, che vuol essere compatito da tutti e principalmente dalla persona amata; ma l’insulto posteriore, meditato, maturato, è un’altra cosa!
Coraggio, coraggio! Bisogna uscire presto da codesto spinaio. Non so se essa s’affretterà molto
a venire a Roma, perché il marito è ancor convalescente d’una bronchite. Nel caso, non anticipate i propositi sulla condotta da tenere. Farete ciò che le circostanze consiglieranno, ed io spero che la rivedrete coll’animo abbastanza corazzato e placido.
Una stretta di mano affettuosamente dal vostro


Giulio Cantalamessa

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38. 1/217. Nota a matita di Aldo Gnoli
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Viene ora la lettera più affettuosa che abbia scritto Giulio Cantalamessa a Domenico Gnoli:

VI

Venezia 14 gennaio 1902
Carissimo Gnoli,
[…] Bisogna assolutamente recuperar la pace. Io non vò giudicare quanto in lei c’è stato di cuore, di debolezza, di torto fatto a voi; ma dico che la pace è tal tesoro che non si deve perdere per una donna, la quale, a buon conto, ha dato saggio di non curarci. Questo pensiero deve esser la vostra medicina. È aspro al primo manifestarsi, e per qualche tempo fa sull’anima lo stesso effetto di una scottatura, ma da ultimo è benefico. Somiglia a un forte caustico, cha da prima fa alzar le strida, e poi risana. Mi parlate del vuoto in cui v’aggirate. Ma ciò che voi chiamate vuoto, non è che il malessere che tutti proviamo naturalmente, allorché con nostro dispiacere siamo obbligati a rompere una cara consuetudine la quale nell’ordine  delle nostre compiacenze era divenuta prevalente. Questo malessere deve assopirsi per necessità. È un vuoto, in sostanza, non dico di no, il quale sembra non riempibile, finché il tocco di quel caustico fa gridare, ma poi molte cose concorrono d’ogni parte ad occupare il vuoto che s’è formato; e voi siete uomo che tutto fa palpitare, a cui nessuna cosa è indifferente, capace di avvivare il passato, come di partecipare a tutte le commozioni dell’uomo moderno. Molti ci sono nei quali gli studi non possono che pascere la fredda intelligenza, ma voi non siete di quelli: Voi ne traete tripudî per la fantasia, fiamme pel cuore. Questo viscere, del resto, abbia nei vostri figli, nei fiorenti nipoti, che vi crescono in luogo vicino o in paese lontano, il suo naturale appagamento. È stato un sogno. Essa non era fatta per voi: era troppo altera, troppo restia a lasciarsi esplorare. Non era la persona che voi cercavate: il giudizio che avevate fatto di lei, e su cui soltanto avete fondato l’amore, è stato un inganno. Meglio che oramai il sogno sia rotto! Prolungandosi,sareste andato incontro a martirii più spietati. Doveva essere così; era fatale. Giova pensare ad altro. Ci sono donne di bontà anglica, sebbene inferiori a lei d’ingegno; l’umanità non è così immiserita che non troviamo frequenti persone degne di una dolce amicizia. “Il mondo è bello, e santo l’avvenire”. Coraggio! Io so di certo che presto codesta procella sarà passata. Ho letto di recente una bella poesia del Pascoli, ove sono adunate con crudezza tutte le sensazioni che si provano in campagna, verso sera, quando una procella è dissipata. Mi sono rimaste nella memoria queste parole: “La nube del giorno più vera è quella che vedo più rosa – nell’ultima sera.” Bello! Infatti una diversa disposizione dello spirito ci cambia il colore delle cose.
Una stretta di mano dal vostro aff.mo

Giulio Cantalamessa

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38. 1/218 Nota a matita di Aldo Gnoli
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Nonostante i rapporti di amicizia con Vittoria Aganoor, Maria Pezzé Pascolato ignora chi sia veramente Giulio Orsini. Girano a Venezia voci incontrollate. E Vittoria Aganoor, sposata da quasi due mesi, tace la vera identità del poeta, sul quale proliferano leggende.

VII

Venezia, 18 gennaio 1902
Carissimo Gnoli,
Spero che abbiate avuto la mia lettera del 14. ora vi riscrivo, perché giova che sappiate quel che si dice di Giulio Orsini. Me ne ha parlato la sig.a Maria Pezzé Pascolato, dicendomi di aver avuto qualche corrispondenza con lui. Lo giudica un giovane di molto ingegno, ma non giunto alla maturazione che le sue qualità personali dovranno infine produrre. Il padre diceva, leggendo Lady Macbeth, che sono versi di chi non sa far versi. Io sostenni che non può supporsi ignoranza delle regole, ma piuttosto deve vedersi un’aspirazione, ancor impotente, verso nuove forme metriche, verso nuovi suoni, verso una più libera musicalità, insomma verso qualcosa che in avvenire potrà essere disciplinato. Ma egli ripetette: - no, sono versi di chi non sa farne -. Allora domandai alla Sig.ra Maria chi è questo Giulio Orsini. Rispose: - nessuno lo conosce. Credo che sia un maestro privato, un istitutore di fanciulli occupato non so in che famiglia. Non vuol farsi vedere, perché… si dice almeno! È deforme di corpo, ha la gobba. Eppure scrive di amare!... Curioso originale, del resto! Immagina un poema, ne pubblica frammenti, manda in giro le bozze di stampa; che modo è il suo? C’è però della stoffa d’un poeta. Questo è innegabile. -
[…] L’uomo ha bisogno non tanto di capire, quanto di figurarsi d’aver capito; e le spiegazioni che appena, appena sono credibili, gli bastano. La verosimiglianza surroga la verità molto più spesso che non si creda comunemente. […]
Una stretta di mano dal vostro

Giulio Cantalamessa

Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli, Autografi, 38. 1/219 Nota a matita di Aldo Gnoli
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Nelle lettere successive Cantalamessa parla d’altro - conferenze, opere d’arte, saggi pubblicati - sicuro che la tensione si stia esaurendo. Il 2 marzo 1902 scrive a Gnoli, dopo che l’incontro tanto temuto e atteso con Vittoria c’è stato, a una conferenza: Siete ben guarito… E il 20 giugno 1902 gli scrive: […] Che sarà quando, come dovrà finalmente accadere, per necessità, scoppierà la bomba?... A chi erano volti gli strali del poeta? Il quesito sorgerà naturalmente, e la risposta non sarà difficile. Ricordatevi il verso di Boileau: L’Honnête homme trompé s’eliogne et ne dit mot. Il pubblico, finché fantastica e si figura un poeta giovane, ingannato da una donna sconosciuta, un poeta che il mistero avvolge di fascino, gli è spontaneamente pietoso; ma divien poi ingiusto e crudele quando s’avvede che il cuore e l’ingegno giovanili sono in apparente discordia con i capelli bianchi. (Ms. 38.1/224 e 38. 1/32, 38.1/37).
Ingannava anche il nipote Antonio Negri? Il 30 gennaio 1903 Cantalamessa scrive a Gnoli: […] L’altra sera passeggiai a lungo col vostro simpatico nipote, il quale ha una vera adorazione per Giulio Orsini. Me ne parlò quasi sempre, recitò a mente molti brani delle poesie; ed aveva l’aria di ringalluzzirsi nel farmi pensare ch’egli è forse l’uomo a cui l’ignoto poeta ha fatto le maggiori rivelazioni. Ha un pacchetto considerevole di lettere che il poeta benevolmente gli ha mandate! Ma che gobbo!... M’accennò che il poeta gli ha scritto di d’esser diritto e sano e non brutto… infine! Dell’età non sa dirmi nulla; ma certo è molto giovane. Questo si capisce dalla novità degli slanci, dagli atteggiamenti tutti, impossibili a un uomo maturo! Io assentivo. Gli dissi anche (ve ne avverto, affinché stiate preparato a superar la piccola difficoltà) che dovrebbe francamente chiedere la fotografia del poeta. (Ms 39. 1/240).
Nel gioco degli equivoci,  di cui solo Domenico Gnoli teneva in mano tutti i fili, è evidente che egli non aveva detto a Cantalamessa che anche suo nipote sapeva… e aveva consigliato a suo nipote di parlare a Cantalamessa di Giulio Orsini, tanto per tastarne il pensiero.
Passa un po’ di tempo e Domenico Gnoli chiede a Cantalamessa di favorire una riconciliazione tra lui e Vittoria Aganoor. L’amico non si compromette e gli risponde, il 24 settembre 1903.: […] Essa sa che voi, pur sapendovi scoperto agli occhi suoi, l’avete oppressa di gravi parole! E forse pensa trepidando che il segreto intorno a questo poeta che nessuno conosce, non può essere perpetuo. (Ms. 39. 1/250.) Informa Gnoli che la signora Vittoria è ingrassata e sembra adattarsi alla volontà del marito. Gnoli chiede che Mary Aganoor si adoperi per un riavvicinamento, ma ha sbagliato intermediario. Siamo al 26 maggio 1904: perché, si chiede Cantalamessa, Gnoli ha svelato il segreto a Arturo Graf, mettendo in bilico il segreto? Poi, solo un accenno, il 15 giugno: Giulio Orsini è stato scovato e trascinato davanti al pubblico curioso.

Gnoli scrive una lettera a Vittoria Aganoor e prega Cantalamessa di consegnargliela, ma la consegna non avviane (8 luglio 205). Alla fine dell’anno Giulio Cantalamessa, nominato direttore della Galleria Borghese, lascia Venezia e va a Roma. La corrispondenza dirada, per ovvio motivo: i due amici vivono a Roma, dove si incontrano di persona. Il 3 marzo 1910 Canlalamessa scrive a proposito di busti di Bernini. Poi, un salto di date, fino al 17 luglio 1913: che pensieri hanno agitato Domenico Gnoli alla notizia della morte improvvisa di Vittoria Aganoor? L’unica fonte certa è lacunosa, su questo punto.


Fausta Samaritani

30 marzo - 8 maggio 2016

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Per piacere, rispettate il mio lavoro e non copiate

(1) Giulio Cantalamessa (1846-1924), pittore di scuola romantica, poi critico d’arte. Studia a Firenze alla scuola di A. Ciseri, poi vive tra Ascoli Piceno e Roma. Dipinge ritratti e opere di carattere religioso e scrive racconti per ragazzi. I suoi Saggi di critica d’arte sono del 1890. Conoscitore profondo della pittura del ‘600 e del ‘700, fu incaricato di catalogare le opere presenti nelle Confraternite romane e acquisite dallo Stato. Direttore della Galleria Estense di Modena, ne riordinò il catalogo insieme a Adolfo Venturi; fu poi ispettore delle Gallerie dell’Accademia e del Museo Archeologico di Venezia, dei quali divenne poi direttore. Lasciò Venezia in seguito a una polemica sul restauro di una Madonna del Bellini e fu trasferito alla Galleria Borghese di Roma. Fece parte delle Commissioni per il restauro del Cenacolo di Leonardo e per il recupero degli affreschi di Santa Maria Antiqua, in Roma. Fu abile conferenziere, critico illuminato nella attribuzione di opere d’arte trascurate o poco note; collaborò a varie riviste specializzate, tra cui l’“Archivio Storico dell’Arte”, diretto da D. Gnoli.