Scherzi da Domenico Gnoli,

il sorriso di Giano bifronte 2016
Ricerca di Fausta Samaritani

Nel 1896 esce Eros, il primo libro di versi della sconosciuta poetessa Gina d’Arco. Alcuni esemplari sono inviati in dono a letterati di grido e a critici che si appoggiano alle più celebrate riviste culturali. La raccolta dei messaggi di risposta inviati a Gina d’Arco si conserva a Roma, alla Biblioteca Angelica (Fondo Gnoli. Autografi. Ms. 165). Ne trascriviamo alcuni passi.
Da Vicenza, il 22 marzo 1896 Antonio Fogazzaro manda alla nuova poetessa un biglietto listato a lutto, in cui le dice: La ringrazio vivamente per il dono de’ suoi versi, raro esempio di vera e sincera passione fatta poesia, rarissimo esempio di poesia amorosa essenzialmente femminile.
Semplice e scarno è biglietto da visita che Gina d’Arco riceve da Arturo Graf (1), con le congratulazioni e i ringraziamenti per il libro ricevuto in dono.
Il poeta Giovanni Marradi (2), da Massa, il 2 aprile 1896 la loda con queste parole, vergate su cartolina postale: Poche volte mi è capitato di leggere poesia di donna così viva e sincera, così veramente e genialmente femminile come la sua; ed io aspetto con fiducia e con desiderio la pubblicazione di tutti i suoi versi che Ella ci lascia sperare e che la porranno al posto che Le compete fra le poetesse d’Italia.
Ferdinando Martini (3) le scrive da Monsummano, il 27 luglio 96, su carta intestata “Camera dei Deputati”: Né suoi versi è calore di sentimento schietto e bella ricchezza di fantasia; e il numero vi è musicale e non volgari le rime; il I di Vita Nuova, segnatamente, pare a me (ma badi ch’io son profano) cosa deliziosissima. Esauriti gli elogi, Ferdinando Martini prosegue con qualche nota negativa, di cui spera che Gina d’Arco faccia tesoro: Non mi piacciono le fragranze lievi, né flessile che forse vuol dire flessibile, né il bianchire del mattino, (bianchire ha altro senso) né la “squalida” madre che simile a un cencio stringe sul seno l’agonia del figliuolo; né la voce del grillo che trilla.
Enrico Nencioni (4) la contatta per lettera, da Firenze, il 30 aprile: Eros è uno dei freschissimi libri di versi, contemporanei, dove sia l’accento sincero della passione. Questo accento, così raro, consacra in certo modo il volume: e fa dimenticare certe eccessività, o stranezze d’immagini, e inesattezze di forma.
Enrico Panzacchi (5), da Bologna, il 22 marzo 96, le manda per cartolina postale poche righe in cui mostra qualche riserva: Gira in un cerchio di emozioni forse un po’ compresse, con l’onda delle passioni corre forte e spontanea e nobilita la strofa. Ma perché ha l’aria di domandare scusa al pubblico in quella prefazioncella umile e grave?

I commenti son dunque buoni, tranne qualche piccola nota negativa. Nessuno dubita di trovarsi di fronte a versi non scritti da mano femminile. Sulla “Nuova Antologia” (1 marzo 1896, pp. 160-162) sono anticipate le poesie Voliamo, Veglia e Malia, tratte da Eros di Gina d’Arco, di prossima pubblicazione. Quale è il vero nome che dovremmo leggere a piè di questo gentile poemetto alato? Non certamente quello che vediamo ripetuto anche nei versi, quasi nuovo per noi, e che più non ci accadde d’incontrare, dopo alcuni versi pubblicati, or fa undici anni, nel “Fanfulla della Domenica”. (Dalla recensione a Eros di Gina d’Arco, sulla “Nuova Antologia”, 1 aprile 1896 p. 588).

Ma chi era, veramente, Gina d’Arco?
La risposta è celata nella penombra polverosa di una grande biblioteca pubblica romana, diretta da un famoso studioso, professore, critico artistico e letterario: Domenico Gnoli. Sotto la barba canuta e folta del severo bibliotecario spunta il sorriso di Gina d’Arco: la poetessa non esiste; ma è frutto della fervida invenzione del noto studioso romano.

Era nato e cresciuto a Palazzo Malatesta (oggi Pecci-Blunt) di fronte allAra Coeli. Dalle finestre Domenico poteva vedere il MarcAurelio e la torre del Campidoglio. Il Belli ogni tanto veniva in visita e declamava i suoi sonetti: Domenico era bambino e udiva la casa risuonare di risate. Sua sorella Teresa era poetessa. A vent’anni Domenico Gnoli fece da Cicerone a Giosue Carducci che, dalle pietre e dai tramonti romani, voleva trarre ispirazione per le Odi barbare. Curioso di ogni antichità, vicolo, palazzo, fontana, chiesa, rudere, colonna, Gnoli raccolse e ordinò in Have Roma. Chiese, monumenti, case, palazzi, fontane, ville - preziosa e illustrata guida della città, dal Medioevo ai primi del 900 - il frutto di conferenze, di saggi pubblicati e di appunti sparsi. Prendete in mano questo libro che, con la copertina telata e cedevole, gli angoli morbidi, le pagine lucide e sottili, emana dolcezza e paragonatelo ai mattoncini duri, alle copertine strillate, alle pagine ruvide che oggi sforna leditoria! Gnoli fondò e diresse la rivista “Archivio Storico dell’Arte” (1888-1897). Rovistava tra i meno noti argomenti di storia letteratura e arte, come il supplizio di Nicolò Franco; come nascita e tradizione di irriverenti pasquinate; come la caccia e le cortigiane al tempo di Leone X; come il palazzetto di Raffaello in via Alessandrina - ora Borgo Nuovo - angolo piazza Scossacavalli, edificato su disegno di Bramante e perduto al tempo delle demolizioni per via della Conciliazione.
Domenico Gnoli non era un nome nuovo anche nella ristretta cerchia dei poeti della “Scuola romana” della seconda metà dell’Ottocento. Col suo vero nome aveva pubblicato Odi tiberine, 1879, Nuove odi tiberine, 1885, unite più tardi in Vecchie e nuove odi tiberine, 1898. Non era neppure nuovo a pubblicar versi dietro pseudonimo, poiché nel 1871 erano usciti i suoi Versi col nom de plume Dario Gaddi e con identico pseudonimo nel 1876 aveva scritto per “La Favilla” la novella Il selvaggio. Prima ancora, Gnoli aveva pubblicato versi sotto i nomi Lucio Veri e Cesare Rosini. Ma, con Eros, egli “alzava il tiro” e si nascondeva dietro alle gonne di una donna inesistente. Distribuì il suo opuscolo in modo che non sfuggisse agli occhi della critica, la più illustre critica letteraria. E continuava a scrivere poesie.

Fu colpito dal dolore per la morte della moglie, che gli aveva dato otto figli. Inatteso, entrò nella sua vita la nuova amicizia, anzi il nuovo amore per la poetessa veneta di origine armena Vittoria Aganoor. La costanza del rapporto affettivo è documentata dal ricco e variato carteggio, oggi edito per quanto riguarda le lettere di Vittoria Aganoor. Si conoscono solo poche lettere di Gnoli alla sua amica e poetessa Aganoor.
Domenico Gnoli per i suoi nuovi versi non ha inventato un semplice pseudonimo, ma costruito ex novo un personaggio immaginario di nome Giulio Orsini: giovane, povero, solitario, innamorato. In lui egli si identificava completamente: poeta sfuggente e misterioso. Nel 1900 esce Preludio, opuscolo di 15 pagine con i primi versi di Giulio Orsini. È un assaggio: il 1901 è l’anno di Orpheus. Saggi d’un poema pubblicato a firma Giulio Orsini. Una rivelazione, per la critica.
Domenico Gnoli fa stampare gli estratti di alcune poesie (Mamma, dal Canto 3° dell’Orpheus e Apriamo i vetri!) e sotto la copertura del nome Giulio Orsini li offre in lettura a direttori di riviste e di giornali, in anticipo rispetto all’uscita del volume. La distribuzione del libro di versi, donato a poeti e a letterati, è capillare. Le risposte indirizzate a Giulio Orsini sono conservate alla Biblioteca Angelica, Gnoli, Autografi, Ms. 169. Ne presentiamo qui qualche esempio.

Roma. Palazzo Malatesta (oggi Pecci-Blunt) dove nacque Domenico Gnoli

Diego Angeli (6) scrive a Giulio Orsini una lettera: Di ritorno da Napoli ho trovato il suo Orpheus che ho letto subito. Vorrei dirle tutto il bene che ne penso, ma lo farò più utilmente in un articolo sul Fanfulla della Domenica. I suoi versi hanno una così profonda nota d’amore per la terra, per il cielo, per le ombre delle nuvole sopra un campo verde, per un fiore e per un insetto che suscitano un improvviso diletto in chi legge, come al ritrovarsi d’innanzi a una bella campagna piena di sole e di cielo. La lettera ha in cima il logo “Quia vidi”.
Da Firenze, su cartolina postale con il logo della rivista “Il Marzocco”, Enrico Corradini (7) scrive a Giulio Orsini il 18 marzo 1901: ho ricevuto il libro che Ella ha avuto la gentilezza di mandarmi, e l’ho letto con molto piacere. Con la massima sincerità, non posso che incoraggiarla a proseguire.
Laconico è il messaggio di ringraziamento di Benedetto Croce, su biglietto da visita indirizzato a: “Giulio Orsini via Agostino Depretis 104 presso la famiglia Buxton Roma”. Luigi Pirandello invia il suo biglietto da visita a Giulio Orsini  (13, via Gregoriana. 29 gennaio 1901) con Vivissime congratulazioni (Biblioteca Angelica. Gnoli. Autografi. Ms. 166).
Giacomo Falco (8) gli scrive da Firenze il 10 marzo 1902, a proposito della rivista “Leonardo”: Però è ormai prevalso in noi il proposito di non pubblicare versi, anche se squisiti come i suoi, per fare del “Leonardo” unicamente un’opera di “pensiero e di combattimento”. Restituirà quindi a Orsini i due frammenti dell’“Orpheus”, gratissimi a Lei di aver potuto gustare queste delicate primizie.
Antonio Fogazzaro manda a Giulio Orsini un biglietto da visita, in cui ringrazia (probabilmente degli estratti) e aspetta il promesso poema.

Sul “Mercure de France” (numero 137, maggio 1901) Luciano Zuccoli pubblica un lungo articolo sui giovani poeti italiani (Giulio de Frenzi, Antonio Beltramelli, Lucio d’Ambra, Guelfo Civinini e Giulio Orsini). Di quest’ultimo – egli nota - si parla tanto nei circoli artistici romani e nei cenacoli letterari, eppure nessuno lo conosce, nessuno l’ha mai visto. Vive solitario, rifiutando contatti anche con i colleghi poeti. Ha pubblicato il suo Orpheus con uno sconosciuto editore romano. È uno dei più originali talenti artistici degli ultimi trenta anni. A Roma, il giudizio su di lui oscilla tra l’ammirazione incondizionata e la dolce commiserazione per il poeta povero e solitario. Luciano Zuccoli, dalla redazione de “La Rassegna Internazionale”, il 20 aprile 1902 scrive a Giulio Orsini che, dopo la pubblicazione del libro di versi Orpheus, desidera ospitare sulla sua rivista qualche poesia inedita, con tanto di cappello di presentazione. (Roma. Biblioteca Angelica. Gnoli. Autografi. 166/28). (Continua)

Fausta Samaritani

10 - 29 marzo 2016

Vai a: Domenico Gnoli, ovvero il dono dellambiguità

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(1) Arturo Graf (1848-1913), poeta e professore, allievo di De Sanctis. Insegnò Letteratura italiana all'Università di Torino. Socio dei Lincei, condirettore del "Giornale Storico della letteratura italiana". Acuta sensibilità romantica, negli studi di critica letteraria.

(2) Giovanni Marradi (1852-1922), poeta toscano di facile vena, allievo del Chiarini. Carducciano e patriottico, celebrò l'Unità d'Italia.

(3) Ferdinando Martini (1841-1928), esordì con scritti per il teatro, poi fu redattore di critiche letterarie e teatrali. Diresse il "Fanfulla della Domenica" che è stata la prima rassegna letteraria e culturale a carattere nazionale.

(4) Enrico Nencioni (1837-1896), storico delle lingue e delle letterature italiana e straniera. Redattore del "Fanfulla della Domenica", professore di Letteratura italiana Università di Firenze.

(5) Enrico Panzacchi (1840-1904), poeta, seguace di d'Annunzio, studiò con D'Ancona. Oratore fecondo, esteta elegante.

(6) Diego Angeli (1869-1937), redattore del "Convito", poeta di sapore dannunziano, traduttore di Shakespeare. Ordinò e diresse il Museo Napoleonico di Roma.

(7) Enrico Corradini (1865-1931), scrittore e politico nazionalista, emulo di d'Annunzio. Fondò "Il Regno", poi "L'Idea Nazionale". Con il gruppo dirigente del partito Nazionalista confluì nel Fascismo.

(8) Giacomo Falco, redattore de "Il Leonardo".