Vittoria Aganoor: poetessa nevrotica, che sembra nelle fugaci istantanee ritrarre a luce di magnesio le profondità buie dell’anima, dove la luce diurna non penetra

Domenico Gnoli e Vittoria Aganoor: un amore

Gnoli-Aganoor: che specie d’amore? 2016
Ricerca di Fausta Samaritani

(Continua da: Domenico Gnoli, Confessione di Giulio Orsini)

Quest’autografo, un frammento di Domenico Gnoli intitolato Giulio Orsini e Vittoria Aganoor, fu pubblicato da Maria Teresa Gnoli in Un amore di poeti: Vittoria Aganoor e Domenico Gnoli, sulla “Nuova Antologia” il 1° settembre 1940, pp. 68-75:

Se questi due nomi saranno ricordati nella storia letteraria del nostro tempo, essi certamente saranno uniti. C’è che sospetta, per indizi varî, che relazioni misteriose sieno passate fra noi: i più leggono i versi e non sanno nulla. Ma  quando sieno rimossi quei riguardi che non permettono di fare l’autopsia dei viventi, non mancherà certamente chi voglia alzare i veli.
E forse a qualche studente o studentessa parrà questo un bell’argomento per tesi di laurea. Perché non l’assisterei nel suo lavoro?
La poesia di vittoria Aganoor è sempre immediata e sincera espressione di sentimenti personali, tantoché chi volesse scrivere la sua biografia, dovrebbe continuamente illustrarla coi suoi versi. Nelle poesie della Leggenda eterna, i sentimenti sono manifestati senza alcun velo; nelle posteriori il suo nuovo stato l’obbligò talora a nasconderli, ma sotto veli assai trasparenti. Il secreto fondamentale delle nostre relazioni è contenuto nella sua poesia “Il Giudizio” che importa riferire tutta intera:

Alla porta del cielo s’affacciò
un’anima ed un grande Angiolo chiese:
- Chi fosti? – Un peccator che si ravvide
e spera e implora il premio. – Or dunque narra
la colpa e il pentimento. – Amai chi tutta
datasi a me con impeto d’amore
folle, con formidabile demenza
d’abbandono, sfidava anche i divini
gastighi nella torbida e superba
frenesia dell’amore. Un giorno, io colto
da improvvise paure, e della eterna
mia salvezza pensoso, altro non volli
che ad un tratto respingere quell’ebbra
anima innamorata e la dovetti,
nell’ansia mia d’esserne mondo, svellere
(ella a me s’avvinghiava con tenacia
di delirante) a brani a brani, e farla
stridere e sanguinare; ma fui salvo
finalmente! – Allontànati, rispose
grave l’Angiolo. Orsù! Vanne da questa
pura soglia, però che in verità
dico: tu la contamini restando.

Nel testo l’anima è maschile, uno dei piccoli mezzi con cui studiava di mascherare la verità.
In quella poesia è la voce di un tardo pentimento. Che era accaduto?
Vittoria, che era tutta intenta alle cure della madre vecchia e malata, nei giorni ch’io rimasi a Venezia fu meno assidua presso di lei. Un  giorno eravamo sulla terrazza del Lido. Ella mi disse: – Vogliamo andare ai giardini?
– Come vi piace. – Andiamo: ma non lo dite a mammà. – Il 14 febbraio dopo colazione uscimmo ed entrammo in una gondola. Vittoria tornò tardi a casa, e la madre, che era stata in angustia, le mosse qualche rimprovero. Tornai a Roma e Vittoria, con lettere del 18 e del 23 febbraio, mi mandò due poesie che ricordavano quei giorni: “Finalmente” e “Alfine”.

La seconda parte del frammento è pubblicato in Vittoria Aganoor, Lettere a Domenico Gnoli, cit., pp. XXXIX-XL:

[…] Avrei voluto subito partire per Venezia, ma non potei perché dovevo in quei giorni prendere solennemente in consegna come prefetto della biblioteca V. Emanuele, il busto del Bonghi. Quando avrei potuto partire sapevo già che la mia visita non sarebbe stata gradita. Essa infatti non cercava sollievo nel mio affetto, ma si diceva colpita da un’inerzia mortale, indifferente a tutto, e che desiderava non vedere nessuno, neppure le persone più care. Le sue lettere erano nulla più che amichevoli. Ciò m’indispettiva e me ne dolevo con lei, non senza la speranza che il tempo avrebbe risvegliato, col senso della vita, il suo affetto dormente. Ma essa continuava a dirsi “in preda a una sorda e morbosa irritazione per tutto e tutti”e chiamava ingenerosi i miei richiami al passato. Al rinnovarsi delle mie insistenze, al mio ripeterle che, nelle sventure, si rinsaldano gli affetti e si cerca in essi un qualche sollievo, essa s’indusse finalmente a parlarmi chiaro (14 febbr. ‘900). “Si, quando si soffre si sente vivo il bisogno di soccorso amichevole ma non di rimproveri o di evocazioni di giorni andati e tanto diversi, dei quali il nostro presente dolore ci pare un dovuto, un giusto castigo…Sì, quando la sventura ci coglie si alza nella nostra coscienza come una gran voce di accusa: almeno a me, avvenne così. Tutto quel poco ch’io feci per la mia mamma, dico quel poco di bene di cui cercai circondarla negli ultimi suoi anni, mi sfuggì dalla memoria e solo mi riapparvero vivi nel ricordo i momenti nei quali non fui con lei sempre attenta e dolce, e anche i momenti (oh ben rari quelli fortunatamente!) nei quali non pensai a lei. Ebbene di quei momenti Dio volle punirmi; questo pensai allora e di quei momenti… vorrei perdere la memoria.
Pensate quindi come mi riuscisse duro ogni accenno ad essi, anzi insopportabile.
Perdonatemi ora se in quel tempo in cui il mio spirito era veramente malato di dolore, fui aspra e in apparenza non grata alle vostre premure:”
Queste parole sono il commento e la spiegazione di quelle della poesia “Il Giudizio: io / Colta da improvvise paure e della eterna / Mia salvezza pensosa; poesia da lei scritta più tardi in diverso stato d’animo, e non d’animo solamente.
Dopo la sventura, la rividi la prima volta, per un momento, alla stazione di Roma, mentre si recava a Napoli (20 aprile 1899). Era triste, fredda, e non fece nessuna differenza da me a qualche altro che si era recato a salutarla. Non seppi adattarmi a questo mutamento, di cui non avevo nessuna colpa, e che non mi pareva ragionevole.
Da Napoli essa si recò a Cava de’ Tirreni presso sua sorella Angelica, e agli ultimi di luglio mi recai là. La trovai inerte e quasi indifferente a tutto. Andammo, con altri, a visitare la badia, e Vittoria mi espose [?] la storia del monumento. A pranzo, feci, un po’ comicamente, la relazione della nostra escursione, e dicevo: “Nello stato in cui sono, si può dire di me liberamente”. Dovetti chiedere scusa, e dirle che non credevo che il mio scherzo potesse offenderla. Scesi, solo, in giardino, desideroso di parlarle, ed essa non venne. Il giorno seguente ripartii. Essa mi salutò freddamente, e non venne ad accompagnarmi alla stazione. La rividi nell’estate a Venezia, più sollevata, meno indifferente alla vita. A pranzo si parlò, si scherzò, ma essa evitò sempre di trovarsi sola con me. Continuò la corrispondenza più varia, perché non avevamo ormai che da ripetere sempre le stesse cose; io lamentarmi, non senza asprezza, ed essa scusare il suo stato d’animo pessimo, che non si poteva mutare coi rimproveri. Nel maggio del 1901 essa era a Perugia, e di lì a poco si recò a Napoli senza avvertirmi del suo passaggio per Roma. Io, che non avevo nessun sospetto della ragione per cui si era recata a Perugia, le scrissi aspramente ed essa mi chiese scusa (17 maggio), adducendo non so quali ragioni sulla incertezza e la confusione del suo viaggio. Io mi tenni offeso e non le scrissi più. Passarono così quasi due mesi e mezzo, fino alla fine di luglio [1901].


Qui, il frammento autobiografico si interrompe. Nel suo consueto stile, Domenico Gnoli in questo appunto “dice e non dice”. Per ricostruire gli ultimi mesi del suo complicato, e in parte misterioso rapporto con la poetessa Aganoor, bisogna interrogare altri documenti che oggi abbiamo a disposizione.
Maria Teresa Gnoli ha pubblicato i versi di Finalmente: le forti emozioni di Vittoria durante quella romantica passeggiata veneziana in compagnia di Domenico:

Dunque domani! Il bosco esulta al mite
sole. Ho da dirvi tante cose, tante
cose. Vi condurrò sotto le piante
alte, con me; solo con me! Venite!
Forse… – chi sa? – non vi potrò parlare
subito. Forse, finalmente sola
con voi, cercherò invano una parola.
Ebbene! Noi staremo ad ascoltare.
Staremo ad ascoltare i mormoranti
rami, nello spavento dell’ebbrezza;
senza uno sguardo, senza una carezza,
pallidi in volto come agonizzanti.

Pochi giorni dopo quella passeggiata, a marzo 1899 moriva la madre di Vittoria. Domenico Gnoli  scrisse alcune lettere, lamentandosi del silenzio della sua amica, della scarsa sua confidenza: di lei non aveva che notizie indirette. Nella lettera del 21 marzo 1899 le diceva: Nella sventura è un bisogno e un sollievo il confidarsi all’amicizia. Voi non sentite questo bisogno o non vi piace confidarvi a me? Eppure, potevate essere certa che nessun animo era più disposto del mio a partecipare al vostro dolore, a comprendere e sentire i vostri sentimenti. Ma voi mi avete lasciato fuor della porta, ed io debbo raccogliere qualche notizia di voi da quelli che escono da casa vostra. E ne sono un po’ mortificato e ne perdo il coraggio di parlarvi delle cose mie. Ma chiudeva con: Vostro amico e fratello Memmo Gnoli. Un modo per non svelarsi completamente?
La lettera in cui Vittoria dichiara palesemente a Domenico il suo bisogno stringere con lui una amicizia più consapevole e stabile, è quella del 7 febbraio 1900:
Risponderò invece ad un’altra vostra interrogazione: “Avete paura di parlare e di star sola con me?” – No. Ma un gran bisogno di pace, perché io ho molto sofferto, fui molto malata, più di quanto altri sappia ed abbia immaginato, e adesso, raggiunto un relativo equilibrio, ho come un folle terrore di riammalarmi, come uno spavento di non so quali nuove torture. Mi farebbe molto bene una calda ma tranquilla affezione, che sapesse molto intendere, molto compatire, molto perdonare. Non “vinetto annacquato, ma salutare e ritemprante soccorso.” Non agli altri dico questo. Volete?

L’invito era chiaro, ma Domenico o non capì, o fece finta di non capire, come si legge anche nell’appunto di suo nipote Aldo Gnoli, aggiunto a margine della lettera: La + affettuosa Orsini p. 3. C’è come un invito al matrimonio. Mio padre non comprese o non volle. C’è affetto anche in fine. Probabilm. Non comprese.”.
Rapporto sospeso tra sentimento e letteratura? O completo rapporto d’amore? Queste tre lettere scritte da Domenico Gnoli a Vittoria Aganoor sono state pubblicate da Paola Pimpinelli, Contributo alla ricostruzione di carteggi ottocenteschi, in “Bollettino della Deputazione di Storia patria per l’Umbria”, v. LXXI, f. 2, pp. 53-55.
Dopo la morte della madre, Vittoria era caduta in una profonda depressione, una inerzia mortale. Il rapporto conflittuale con la sorella Maria, che manifestava segni chiari di follia, accentuarono il suo senso di disagio esistenziale e minarono la sua salute. Domenico Gnoli tentava tutti gli espedienti per farla reagire. La sentiva allontanarsi, chiudersi, isolarsi. Vittoria gli scrisse che si era pentita di aver vissuto a Venezia, con lui, quei momenti di abbandono, perché aveva lasciato sola sua madre. Per riportarla alla realtà, al godimento della vita, Domenico le scrisse una lettera sferzante, sperando di provocarle una reazione forte e consapevole. La lettera era datata 14 agosto ‘900, ma fu spedita da Domenico in allegato alla lettera successiva del 2 ottobre ‘900. La sua delusione era profonda e continuava a protestare che aveva offerto alla donna una amicizia di natura tutta particolare: Che m’importa del sindaco e del parroco?

I

Montecatini, 14 ag. 900
Car.ma Sig.a Vittoria,
La cartolina era per uso del Cantalamessa (1), e questa lettera è per voi. Vi ringrazio della vostra stima, e della profonda amicizia, che mi contenterei fosse meno profonda ma più amicizia. Il vostro antico pedante è assai meno pedante di quello che voi non crediate. Vesperi o non vesperi, io ho bisogno, ve l’ho detto venti volte, d’una buona e confidente amicizia. Voi non potete darmela? Salutiamoci, e ciao; ma non ci canzoniamo a vicenda. Voi confessate d’essere mutata, ma vi appellate alla mia esperienza perché non ve ne faccia una colpa. Avete torto di appellarvi alla mia esperienza. Questa m’insegna che tutti i sentimenti si modificano lentamente, ma non cambiano sostanzialmente dalla sera alla mattina, senza l’intervento d’una causa violenta. La sventura che vi ha colpita (2), non spiega il vostro mutamento: l’amicizia si rinforza nel dolore. C’è dunque di mezzo una causa a me ignota? Avete avuto torto a non confessarmela, negandomi quella fiducia che ho la coscienza di meritare.
Siate sincera, e lasciate in pace i vesperi: voi avete mutato dalla sera alla mattina. È questa la verità. Io era disposto alla naturale trasformazione del nostro affetto in un’amicizia pacata e tranquilla, ma non al salto da un focoso lirismo, a un’indifferenza sprezzante. Io volevo un’amicizia serena, calma, pacata, come la volete voi, ma anche desta, affettuosa, ricordevole, come voi non la volete.
Voi volete ch’io non dia importanza a cose che non l’hanno. Sicuro: ma le cose che non hanno importanza sono le dichiarazioni d’amicizia e di stima. Quello che importa, è ogni menomo fatto comprovante che si viva nel pensiero e nella memoria della persona amica. Questi son fatti, e quelle son parole! L’amicizia è desiderio di trovarsi insieme, di conversare, e comunicarsi per lettera la vita interiore ed esteriore, i godimenti, le angustie, le soddisfazioni, le pene; non saper godere né soffrire senza la partecipazione dell’amico. Le dichiarazioni d’affetto e di stima, senza questa continua e affettuosa corrispondenza degli animi, è un vaniloquio convenzionale che non conviene né a me né a voi.
Le vostre lettere, che quasi mai non rispondono alle mie, sono vuote d’ogni contenuto, buccie di fico, gusci di noce. Ormai il vostro studio è quello di allargare il carattere e impiccolire la carta. Io avrei infinite cose da dirvi; ma perché dirle a voi che non mi badate? Al vostro carteggio manca la ragione e la materia.  A voi piace di mantenerlo perché serve a coprire un poco il vostro mutamento. Voi raccostate i due mezzi gusci della noce, e mi dite: Perché lagnarvi? Eccola qua: è piena di stima altissima e d’amicizia profonda. Ma no, non serve ad illudere né me né voi: è piena d’indifferenza, di dimenticanze, di sgarberie involontarie e spontanee. Un’amicizia in cui a me è riservata solo la parte d’esercitare la virtù dell’indulgenza. Perdonatemi se ve lo dico, voi non avete capito nulla in quello che è passato tra noi. Io intendevo un affetto, conforme alle condizioni nostre, ma senza orgogli, senza misteri, senza reticenze, pieno, confidente, fraterno, che durasse tutta la vita, e la sollevasse, la nobilitasse. Che m’importa del sindaco e del parroco? Noi ci eravamo legati fra noi e avevamo doveri reciproci. Ricordate l’ultimo giorno di Carnevale? Ma quello che per me era un atto solenne, per voi era un passatempo carnevalesco.
Lasciateli in pace i vesperi! è sempre tempo d’essere buoni e affettuosi amici. Ed ora, io son qui, a Montecatini, dove nessuna ragione mi ha chiamato e nessuna mi ci ritiene, a bere dell’acqua purgativa  perché gli altri la bevono, invece d’essere presso di voi a Varallo, a conversare, a pranzare, a passeggiare insieme. Ma come venirvi? Non una parola d’invito; nulla nelle vostre lettere, che riveli lontanamente il desiderio d’avermi presso di voi; la dimenticanza, per la seconda volta, del mio giorno onomastico (3), che suol essere, voi lo sapete, il principio della mia villeggiatura. Come venirci? per sentirmi dire una seconda volta, come dopo la mia visita alla Cava: Io non vi ci avevo invitato! – Ma che bella amicizia! Perché continuare, in queste condizioni, la nostra corrispondenza? Non vi detti il mio indirizzo perché non mi scriveste, e ora non  ve lo do perché non mi scriviate. Perché canzonarci? Non abbiamo niente da dirci. Da una parte mi dispiace di rinunziare alle vostre lettere, che aspettavo con tanto desiderio; ma la loro lettura poi mi turba, m’irrita, e divento aspro come non  vorrei essere. La nostra amicizia è morta di morte improvvisa da più che un anno e mezzo: perché ostinarci a portare a spasso un cadavere? Le vostre lettere non mi dicono che una cosa sola, che siete malata: lo so, e basta. Perché ricordarmelo continuamente? Che cosa ci guadagnate? Ormai non è che un ricordo spiacevole. Resterà una delle infinite amicizie che non hanno nessun bisogno di corrispondenza. Quando avrete qualcosa da dirmi, mi scriverete, come si fa nelle comuni amicizia, e così farò io. Salutatemi il Cantalamessa. E state bene

Vostro D. Gnoli


II

Roma, 7 sett. [1900]
Stim.a Sig.a Vittoria,
Scriverci a quando a quando, un’amicizia a scartamento ridotto! Vi rispondo che umiliazioni posso essere costretto a subirne, ma non sono uso ad accettarle. E poi, chi mi assicura che, anche per quest’amicizia così ridotta, non dovreste dirmi, prima o poi: sapete, sono mutata? Mi basta una volta, mia cara. Col vostro sistema non si scherza: la febbre e l’amicizia viene e se ne va quando vuole!
La parola amicizia ha nell’uso comune un significato così largo, che possiamo restare amici, amici veri, come voi dite, mantenendo le relazioni esteriori, ma senza occuparci l’uno dell’altro, e senza bisogno di scriverci a quando a quando. Se si presenterà l’occasione, se avremo qualche cosa da dirci, ci scriveremo, come faccio con le altre, che pure si chiamano amiche. Così non ci sarà pericolo di nuove mutazioni. Se vorrete distruggere la mia corrispondenza, mi farete piacere. In tal caso, avvisatemene, e farò lo stesso della vostra.
Tante grazie di tutto, e state bene.


Vostro D. Gnoli

III

Roma, 2 ott. 900
Car.ma Sig.a Vittoria
Nel fate lo spoglio delle carte riportate dal mio viaggio, mi riviene fra le mani una lettera che vi scrissi da Montecatini, e che poi mi parve inutile di mandarvi. Adesso, dopo più che un mese e mezzo, tra il lacerarla o mandarvela, preferisco mandarvela come documento storico dello stato del mio animo, quando mi parve opportuno di troncare di novo la nostra corrispondenza. Siccome non richiede risposta, siete libera di leggerla o no.
State bene


Vostro D. Gnoli

Questo scarno e quasi offensivo messaggio poteva chiudere qui ogni rapporto epistolare; ma la donna ebbe la forza di riallacciare la corrispondenza, di cui sentiva il bisogno. Domenico spedì a Vittoria un volume di versi di un ignoto poeta: Orpheus di Giulio Orsini.
Non era verosimile che Vittoria non abbia compreso che Domenico Gnoli e Giulio Orsini erano la stessa persona: troppo chiara era nei versi l’allusione ai paesaggi della campagna romana e ai luoghi veneziani, visitati in compagnia di Gnoli. Ma Orpheus le forniva l’occasione per “civettare” un po’ con questo fantomatico Giulio Orsini. Ella inizia con lui una corrispondenza, fatta di brevi messaggi su lettera e su cartolina. Lancia un amo a Domenico? Sembra di si. E nelle lettere che gli spedisce direttamente non manca mai di fare un accenno alla sua parallela corrispondenza con l’Orsini. In questo gioco a nascondino la donna eccelle. Poi, in una lettera a Giulio Orsini ella annuncia un viaggio a Perugia, viaggio di cui invece tace a Gnoli.


Siamo dunque a fine luglio 1901. Qui si arresta il frammento autobiografico e dobbiamo proseguire con altri mezzi. Tintinna per Domenico un campanello di allarme? Non lo sappiamo. A fine luglio 1901 scrive a Vittoria Agonor rivelandole che Orsini e Gnoli sono la stessa persona: perfetta dichiarazione di amore letterario che si alimenta con quello dei sensi. Ma non basta ormai alla donna che, dopo la morte della madre, ha deciso di “sistemarsi”, nonostante la non tenera età di 46 anni. Domenico Gnoli non ha compreso che Vittoria Aganoor è una donna che ha bisogno di lasciarsi proteggere, di lamentarsi, di farsi consolare e che, come tutte le altre donne del suo tempo, sente il bisogno di un marito. Egli non è Petrarca che ama Laura, ma potrebbe essere il migliore partito per Vittoria Aganoor. Ha tentato di scuoterla dalla sua apatia, sferzandola e minacciando di interrompere la corrispondenza. Ma la donna voleva essere commiserata, desiderava cambiare vita, fuggire dalla sorella pazza, sposarsi infine. Negli ultimi mesi aveva conosciuto di persona Guido Pompilj, un deputato perugino con in quale per lungo tempo aveva avuto un contatto epistolare, senza che Gnoli ne sapesse nulla. Ecco svelato il mistero dei viaggi a Perugia!
Il 6 ottobre 1901 Vittoria annunzia a Domenico Gnoli il suo fidanzamento: Vi dirò che in quest’ultimo tempo ho preso una delle più gravi, anzi la più grave decisione della mia vita. Ne ho appena parlato con le sorelle ed ora, subito dopo loro, lo dico a voi. Io sono fidanzata e mi sposerò prima che termini questo anno. La notizia, data la mia età che generalmente non è la più indicata per le nozze, susciterà canzonature e chiose poco benevole e ironie e disapprovazioni, e però non lo dirò agli altri che il più tardi possibile. A voi ho voluto dar prova di quella fiducia che dicevate io non vi mostravo; e vi prego di tenerne conto. Chi sposo? Guido Pompilj, un nobile carattere che mi ha creduta degna di essergli compagna per quel resto di via che ancora mi resta a fare nella vita.


Domenico rimase prigioniero del suo gioco mentale e letterario. La sua corrispondenza con Vittoria Aganoor termina il 6 ottobre 1901. Egli non poteva immaginare la sua Musa nelle vesti di moglie, nella quotidianità di una giornata identica a tante le altre. Né poteva immaginare che a 46 anni la donna sentisse il bisogno di sposarsi. Vittoria a piedi nudi sulle pietre del Palatino, sì; ma non in pantofole, a casa. Tra la donna autentica e quella esaltata dalla sua fantasia, egli preferiva la donna letteraria. L’aveva sempre immaginata in spazi aperti, luminosi. Si sentì tradito. In privato pianse amaramente il suo perduto amore, ma in pubblico la sferzava. E continuò e dedicarle poesie sotto il nome di Giulio Orsini.
Nel 1903, quando il mistero di Giulio Orsini non era stato ancora svelato, nella commemorazione di Maria Alinda Bonacci Brunamonti (“Roma Letteraria”, n. 4, p. 69), accennando a Vittoria Aganoor scrisse: “Poetessa nevrotica, che sembra nelle fugaci istantanee ritrarre a luce di magnesio le profondità buie dell’anima, dove la luce diurna non penetra”. Vittoria si offese, tanto che - come racconta Croce - rifiutò di ricevere Domenico che si era recato a farle visita. (Continua)
(Ricerca di Fausta Samaritani)

(1) Giulio Cantalamessa (1846-1924), pittrore e critico d’arte. Villeggiava, come la Aganoor, a Varallo-Sesia. La Aganoor aveva chiesto a Gnoli di inviarle una cartolina scherzosa, da poter mostrare al Cantalamessa.

(2) la morte della madre.

(3) 4 agosto, San Domenico.

26-29 marzo 2016

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