Il Rezzi, animo candido, ingegno fine ed arguto, aveva bensì in alto grado la facoltà preziosa ad un insegnante di dominare i giovani e trascinarseli dietro

Insegnamento della letteratura italiana secondo Domenico Gnoli

L’insegnamento della letteratura italiana
Di Domenico Gnoli

La sera de’ 23 gennaio 1857 un buon prete, nativo di Parma e romano per lungo domicilio, Angelo Maria Rezzi (1), in uno stanzone dell’ultimo piano del palazzo Corsini alla Lungara, oggi dell’Accademia de’ Lincei, volgeva con l’occhio agonizzante l’ultimo saluto a una folla di giovani e d’uomini maturi raccolti intorno al suo lettuccio. Un prete gli raccomandava l’anima.
Professore celebratissimo d’eloquenza nell’Università romana, per ventinove anni, era stato rimosso dal suo ufficio dopo la restaurazione pontificia, nel 1850, per addebiti politici: ma già fin dai primi mesi del 1848 non aveva più salito la cattedra. I suoi vecchi discepoli, saputolo malato, erano tutti accorsi al suo letto: poveri diavoli mezzo laceri e dal bavero untuoso, signori venuti con la loro carrozza, professori, avvocati, preti, impiegati, tutti a salutare il maestro. Erano la sua scuola, la sua famiglia, i suoi figli. Alcuni più giovani, tra’ quali lo scrivente, che non avevano potuto per ragione d’età assistere alle sue lezioni, formavano, per così dire, la seconda generazione, erano i nepoti del maestro. Tutti intorno al suo letto. Cercando i discepoli, con l’occhio sempre più languido, disse: Spero di trovare in Paradiso Marco Tullio. E morì! La stanza fu piena di singhiozzi e di pianti. Non costumava allora di seguire i morti alla chiesa, né si poteva farlo senza permesso della polizia. Uno degli scolari lo chiese e fu negato: nondimeno andammo tutti. Professori, impiegati, uomini timidi e ossequienti all’autorità governativa, vennero anch’essi, parendo troppa viltà abbandonare il maestro finché si potesse seguirlo. Il Governo finse di non vedere. Circa cinquecento fra amici e discepoli, con piccolo contributo, gli alzarono una memoria al campo Verano.
Io lo ricordo quel tempo; eppure mi par più lontano di altri che conosco per mezzo de’ libri, e da cui ci dividono secoli: e forse, di sentimenti di costumi di vita, è più lontano. Io lo ricordo il maestro seduto al suo scrittoio, quando con la mano esile lisciava il suo gattone bigio, piantato sempre come una sfinge sopra un piedistallo di libri, e colla voce sottile pronunciava sentenze ricevute dai discepoli con riverenza religiosa. La sua dottrina era quale poteva e doveva essere, d’un’arte rilegata dalle condizioni politiche fuori della realtà della vita, crescente ne’ tepori artificiali d’una serra, ne’ silenzi vespertini d’un chiostro, ma a quelle serre, a que’ chiostri, riparava lo spirito compresso del Rinascimento, il senso della forma letteraria essenziale della razza latina. Le lettere allora non conducevano qui a nessun diploma di laurea, a nessun ufficio rimunerato, essendo l’insegnamento privilegio del clero; e la stampa pressoché vietata non permetteva lusinghe di gloria (solo alla vigilia degli avvenimenti politici del 1859 si pubblicarono scritti d’autori romani a Firenze ed Imola), che anzi esse provocavano il sospetto del Governo, e qualche volta il sorriso derisorio del pubblico; e però non si frequentava quella scuola se non per vocazione, e vi presiedeva un nobile disinteresse, e quasi una mistica parentela affratellava, sotto l’autorità paterna del venerato maestro, quella setta s’iniziati al culto della bellezza.
Il Rezzi, animo candido, ingegno fine ed arguto, aveva bensì in alto grado la facoltà preziosa ad un insegnante di dominare i giovani e trascinarseli dietro; ma la sua scuola non era un fatto in tutto eccezionale, straordinario in Italia. Press’a poco, simile era quella del Puoti (2) a Napoli, e in minor grado altre in diverse parti. Nella sua disciplina portava più amore e fede che scienza. Prete e sincero credente, pure si consolava in punto di morte nella speranza di trovar Cicerone in paradiso. La buona elocuzione, l’arte del dire, l’eloquenza infine, era per quegli uomini una religione anch’essa, colla quale la religione rivelata si doveva metter d’accordo. Cicerone, il maestro dell’eloquenza, dannato? È assurdo: non solo per quella massima che tanto bene riassume il valore attribuito dal nostro popolo all’eccellenza artistica, excellens in arte non debet mori, ma perché l’eloquenza si riguardava come abito di nobiltà interiore, e si credeva non si potesse giungere ad essa se non per un raffinamento dello spirito che perfezionasse insieme l’animo e il gusto.
Mi dicevano i suoi discepoli che nei grossi volumi degli Ammaestramenti del Ranalli (3) pareva loro di sentire quasi l’eco delle lezioni del maestro, come il De Sanctis (4) ci risentiva quelle del Puoti; e credo che poco differissero anche ne’ criteri e nei modi degli esercizi. Salvo la ricerca superstiziosa di parole e di modi di dire negli scrigni del Trecento, per appropriarseli e ingemmarne le proprie scritture, del resto era l’antica scuola di retorica ereditata dai Greci e dai Romani, coll’intendimento di condurre i discepoli a bene scrivere, e formarne il gusto. Nelle età passate, o che si voglia dirle più egoistiche e più pratiche della nostra, il desiderio di sapere pel solo fine di sapere, era ignoto o raro, come ora ai nostri volghi; ma in ogni studio come in ogni azione solevano proporsi un fine determinato d’utilità pratica, e domandarsi: a che serve? L’adoperarsi senza pensiero d’applicare le cose apprese, sarebbe parso lavoro inutile e da matto. Studiavano la storia, come il Machiavelli, quale maestra di vita, e per rifarla, se fosse possibile; agli antichi scrittori s’ingegnavano di rubar l’arte, e appropriarsi di quel che ci fosse d’imitabile; gli antichi monumenti misuravano e copiavano per farne di nuovi, gettandoli poi a terra senza un riguardo al mondo, se non servissero o non potessero servire a  nuovi usi.
La storia letteraria non entrava nell’insegnamento, o ci entrava sol tanto quanto bastasse a inquadrare gli scrittori ne’ secoli a cui appartengono. Date, infatti, le leggi assolute dello scrivere, e quelle non meno assolute che dovevano governare ogni genere di componimento, che cosa importava il conoscere chi fossero e quando fossero vissuti gli autori, o come le forme letterarie si fossero andate svolgendo? Bastava comparare gli scritti, distesi, per così dire, su d’una superficie piana, al tipo di perfezione risultante da quelle leggi, e vedere quanto vi si avvicinassero, o se ne discostassero. Per la lingua, era convenuto che l’età d’oro, il tipo imitabile, fosse il Trecento; per i generi di componimento, i tipi erano scelti dall’antichità classica e dal Cinquecento. Non solo il concetto, ma le parole imitabile o degno d’imitazione, s’incontrano a ogni passo ne’ precettisti e negli storici letterari della prima metà del secolo nostro, e dei precedenti. Un vecchio abito imperioso piegava lo spirito a vedere in ogni cosa la perfezione in un passato lontano, alla quale in ogni cosa era succeduta la decadenza. Le origini della vita umana erano nel paradiso terrestre; e il paradiso delle lettere e delle arti era nell’antica Grecia, nell’antica Roma, nel Rinascimento italiano. Risalire a quei tempi, rispecchiare in noi quel passato, avvicinarsi a quei modelli, era il fine a cui si doveva mirare. Il mezzo, l’imitazione: imitazione delle opere, pel maggior numero; pei pochi eletti, imitazione dell’arte.
I romantici intanto diffondevano dalla Lombardia idee nuove, battevano in breccia il vecchio edificio, adoperandosi a sostituire la ragione all’autorità, la discussione al domma; la letteratura volevano sottratta alle accademie e rimessa nella vita, viva nella lingua, nel pensiero, nel sentimento. Avevano anch’essi il loro corredo di dommi e di convenzioni nuove; ma per mezzo dell’esame e della discussione, rinnovavano l’aria nella stanza chiusa della nostra letteratura, affetta da cronico morbo accademico.
Dall’una parte e dall’altra però, e questo m’importa di stabilire, nella prima metà del nostro secolo l’insegnamento letterario non si concepiva ancora se non come norma e avviamento allo scrivere, al gustare, al giudicare. Nessuno, credo, può dubitare che se i due più insigni letterati di quell’età, il Manzoni e il Leopardi, avessero dovuto salire la cattedra, il primo avrebbe illustrato l’epistola d’Orazio ai Pisoni, ch’egli giudicava il miglior trattato di retorica che mai fosse stato scritto; e combattuto le unità di tempo e di luogo nella tragedia; e svolto la sua dottrina sulla unità della lingua, come, non avendo cattedra da cui insegnare, fece ne’ suoi scritti; mentre il Leopardi, che il mirabile ingegno non aveva interamente sottratto alla scuola letteraria dominate assoluta nelle Marche, e tanto innamorato dell’antico quanto fastidito del presente e sfiduciato dell’avvenire, avrebbe insegnato a’ suoi discepoli a trarre l’arte dai Greci e la lingua dai trecentisti. Poteva esserci differenza di metodi e d’opinioni; ma come nessuno dubitava o dubita del fine che debba proporsi l’insegnamento della medicina o della legge, così era fuori di controversia, fino alla metà del secolo, che la scuola di lettere non potesse né dovesse proporsi altro fine che quello di avviare i giovani alla scienza e alla pratica dell’eloquenza.

Al costituirsi del Regno d’Italia nel 1860 (5), l’insegnamento letterario nelle Università si mise per una via nuova, e materia di esso fu la storia della letteratura italiana. Ciò avvenne naturalmente, spontaneamente, man mano che nuovi insegnanti succedevano ai vecchi, senza opposizione né scosse. Per che processo d’idee, già da tempo operanti, dalle norme assolute a cui tutte le opere d’arte dovevano riferirsi e misurarsi, si passasse a considerare le opere stesse come fenomeni aventi valore in se stessi e ragione nelle leggi dell’evoluzione storica; e se, nell’indagare le diverse forme assunte, nello spazio e nel tempo, dal pensiero e dall’arte, si tenesse il debito conto di quello che è costante e immutabile nell’umana natura, non è qui luogo da discorrerne. Certo è che la vecchia scuola d’eloquenza cadde come un frutto maturo, e un altro frutto spuntò in sua vece.
Il rinnovamento della scuola letteraria, se uguale nella forma esteriore, pigliava però nell’Italia inferiore e nella media (la superiore continuava ancora, per parecchi anni, invariata d’intendimenti se non di metodi) indirizzi affatto diversi. A Napoli, dove la mente per sé immaginosa e sintetica, si era mirabilmente addestrata di recente nelle più alte speculazioni filosofiche, la storia della letteratura era guadata, per così dire, dall’alto, nelle sue tendenze, nel suo spirito, nei suoi capolavori. Il Settembrini (6), gentile ribelle, anima nobile e delicata di martire, saliva dall’ergastolo alla cattedra, portandovi, col sentimento vivo dell’arte, il preconcetto civile e politico. Accanto alla sua storia della letteratura una seconda ne veniva in luce di colui che, scolaro del Puoti, forse più d’ogni altro aveva contribuito alla rovina del vecchio mondo accademico, e al rinnovamento dei criteri letterari, il De Sanctis. Strana, portentosa lucidità di mente, alla quale non so pensare senza che mi ricorra alla immaginazione il collettore elettrico, che versando in un punto della notte fasci di luce, suscita dall’ombra uguale e indistinta forme e colori. E così, dov’egli appunta l’occhio, l’opera d’arte rivela i suoi secreti, e la si vede chiara, distinta, vivente dentro l’anima stessa dell’autore in cui si è formata. Alla generazione che prima udì la sua voce o lesse i suoi scritti, fu una luce nuova, una nova fonte di soddisfazioni intellettuali.
Il Settembrini e il De Sanctis han questo in comune, che fabbricarono i loro edifici sulle fondamenta di fatti già noti, mai non dubitando della loro solidità, e incuriosi di tutto ciò che non avesse un alto valore morale ed estetico.
Diversa era nella Toscana la direzione delle menti. Ivi l’ingegno misurato, composto, e non proclive ad alzarsi a volo tanto da perder di vista la terra, si era venuto esercitando, intorno all’Archivio Storico, nelle pazienti ricerche di biblioteca e d’archivio, aguzzando l’occhio nel preciso accertamento de’ fatti; e due editori benemeriti, il Le Monnier e il Barbèra, divenuti, per così dire, i fornitori intellettuali d’Italia, porgevano occasione ai letterati di addestrarsi, nel preparar le edizioni, all’erudizione e alla critica dei testi, onde si risvegliava il senso della curiosità storica e l’amore della scoperta. – Non è tempo, si diceva non senza qualche esagerazione ma con un fondo di verità, non è tempo da sintesi: la storia letteraria è da rifarsi interamente, scavandola dalle biblioteche e dagli archivi dov’è sepolta: bisogna ricomporre gli anelli che la congiungano, indagare d’ogni forma d’arte le origini e lo svolgimento, analizzarne gli elementi storici. Delle notizie che ci hanno tramandato, dei testi che abbiamo alle mani non possiamo fidarci. È da far tutto, o da rifare con criteri strettamente scientifici. A che servono, in questa condizione di cose, le sintesi storiche psicologiche ed estetiche? Manca ad esse il fondamento sicuro dei fatti. Esse possono porgerci diletto, farci ammirare come le opere letterarie si rispecchino in certe menti elette, e che idee e che sentimenti vi suscitino; ma la storia letteraria, per questa via, non si avvantaggia d’un passo. Dal fondo delle analisi, compiute che sieno, sorgeranno spontanee e necessarie le sintesi. –
E gli esploratori mossero a schiere, con abbondante viatico di dottrina e di fede, alla scoperta di quest’Africa letteraria, specialmente ricercando le origini, che diedero più da fare che le sorgenti del Nilo: nel qual lavoro incontrarono poi altre schiere di esploratori, rigidi osservatori del metodo, armati di paleografia, di morfologia e d’altre scienze sussidiarie, e guidati dagl’insegnanti di lingue e letterature neo-latine; un insegnamento nuovo che si confonde, pel periodo delle origini, con quello della letteratura italiana. La nuova scuola si oppose poi ai vecchi trattati d’eloquenza, e alle recenti storie immaginose e sentimentali del Settembrini e del De Sanctis, la sua storia critica, analitica, positiva, co’ Due primi secoli della letteratura italiana del Bartoli (7) (1870-79) e colla Storia della letteratura italiana dello stesso, rimasta assai lontana dal termine, che esercitarono grande influenza sui giovani, e divennero per essi il codice, il vangelo nuovo. I risultati di questa scuola furono insigni, gloriosi; e se una bibliografia ragionata li raccogliesse e mettesse sott’occhio, il nostro paese vi troverebbe ragione da insuperbirne. I maestri con larga comprensione del progressivo svolgimento delle forme e degli elementi artistici, i discepoli, avidi di scoperte, portando materiali spesso ferraginosi, e di cui non sempre mostravano di comprendere il significato e il valore, tutti contribuirono all’opera egregia. Che se le cure maggiori e il maggiore acume fu spesso a chiarire il periodo delle origini, non è però che anche sugli altri non siasi fatta nuova luce. Si corressero testi, si ricercarono le fonti delle invenzioni e delle forme, si accumulò e si vagliò l’erudizione, molti errori si corressero, molti giudizi si rettificarono, molte notizie si aggiunsero alle già note. Gli esploratori tornarono con carte geografiche certe e precise delle terre percorse, segnando laghi, fiumi e montagne dove non erano che segni vaghi e mal certi, e proseguono l’opera con fede e costanza mirabili. Tantoché, oggi, chi, pratico de’ risultati degli studi storici, ripigli in mano la storia del De Sanctis, pur ammirando sempre la penetrazione mirabile, la forza divinatrice di quello splendido ingegno, dovrà pur confessare che gli errori e le inesattezze son tante, e tanto principalmente è il vuoto che la mancanza di cognizioni non gli ha permesso di riempire, da non meritare nemmeno quegli stupendi suoi studi il titolo di Storia della letteratura italiana.

Domenico Gnoli

Nota L’articolo apparve sulla “Nuova Antologia”, il 15 novembre 1895. L’argomento fu ripreso da Giovanni Gentile sulle pagine di “Helios” (1° e 15 dicembre 1895), rivista stampata a Castelvetrano, e da Carlo Segrè sul “Fanfulla della Domenica” del 1° dicembre 1895.

(Trascrizione e note di Fausta Samaritani)
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In merito a questo articolo di Gnoli, Pompeo Gherardo Molmenti scrive a Domenico Gnoli e Giovanni Gentile, Insegnamento della letteratura italiana e Carlo Segrè, Per una buona causa

Sulla Retorica: Discorso di insediamento del Presidente Sergio Mattarella

Note biografiche di Domenico Gnoli: Vittorio Betteloni ringrazia, con riserva, Domenico Gnoli

Per piacere non copiate

25 febbraio 2016

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

(1) Luigi Maria Rezzi (Piacenza, 17 lug. 1786-Roma, 23 gen. 1857). Espulso nel 1820 dalla Compagnia di Gesù, per aver proposto riforme a Pio VII. Bibliotecario della Berniniana e poi alla Corsiniana, Accademico della Crusca. Insegnò Eloquenza latina e Storia romana, poi Letteratura e Eloquenza italiana, all’Università di Roma. Rimosso dall'insegnamento nel 1850, per aver fatto parte nel 1848 del Consiglio comunale di Roma e per essere stato negoziatore tra la rivoluzione e il papa. Dopo l'assassinio di Pellegrino Rossi riparò a Firenze. Pio IX lo chiamò a esaminare per l'Indice le opere di Rosmini che Rezzi giudicò idonee. Scrittore elegante, attento alla purezza della lingua, giobertiano, fu avverso al Romanticismo. Da lui deriva la “Scuola romana” di poeti e di letterati. Ha lasciato scritti editi e inediti. Versione delle Odi di Orazio. Vedi: Domenico Gnoli, I  poeti della scuola romana. 1850-1870, 1913.

(2) Basilio Puoti (Napoli, 1782-1847). Nel 1809 fu ispettore generale della P. I. Pubblicò Lettere scelte di Cicerone e due libri di Fedro. Dal 1825 insegnò gratuitamente Letteratura italiana, dichiarandosi avverso al romanticismo e sostenendo la purezza e la classicità della lingua. Pretendeva dai suoi allievi un Italiano corretto. Fu ispettore, per le lettere, al collegio militare della Nunziatella. Fu maestro di De Sanctis e di Settembrini.

(3) Ferdinando Ranalli (Nereto negli Abruzzi, 1813-Pozzolatico FI, 1894). Amico del Giordani, appartiene alla scuola dei classici puristi, Conformò il suo stile ai modelli cinquecenteschi, tanto che potrebbe essere scambiato per Machiavelli o Guicciardini. Nel 1849 ebbe la cattedra di Storia all’Università di Pisa. Insegnò Storia universale all’Accademia fiorentina delle belle arti - di cui poi diresse la biblioteca - quindi Storia della letteratura italiana all’Istituto Superiore. Eletto alla Camera nel 1867, si trovò lì a disagio. Pubblicò quattro volumi di Istorie italiane dal 1846 al 1853 e L’Italia dopo il 1859.

(4) Francesco De Sanctis (Morra Irpina, 1817-Napoli, 1883). Critico letterario, filosofo, ministro della P. I. con Cavour e Ricasoli. Insegnò Grammatica e Letteratura al collegio militare della Nunziatella e anche in corsi privati. Ebbe come allievi Giustino Fortunato e Pasquale Villari. Aderì al progetto di Gioberti, per l’insegnamento della letteratura italiana come stimolo alla rinascita morale e civile degli italiani. Prese le distanze dal purismo di Puoti e si mostrò sensibile al Romanticismo e a Leopardi. Si compromise nel 1848 e, con la restaurazione borbonica, fu recluso fino al 1853. Espulso dal Regno, riparò a Malta e poi a Torino. In Parlamento, esaurita l’adesione al Governo, si spostò all’opposizione, nella sinistra moderata. Deluso dalla politica, tornò all’insegnamento, accettando un incarico politico solo dal governo Cairoli. Ampliò i suoi orizzonti, includendovi l’Illuminismo francese e italiano e la filosofia tedesca. A Napoli insegnò Letteratura comparata.

(5) In realtà, il 17 marzo 1861.

(6) Luigi Settembrini (Napoli, 1813-1876). Avvocato e letterato, allievo del Puoti. Attratto più dalle lettere che dai tribunali, insegnò Retorica e Lingua greca al Liceo di Catanzaro, fin quando fu arrestato come affiliato alla Giovine Italia del Musolino. Nel 1847 lanciò, clandestina, la sua Protesta del Popolo delle Due Sicilie. Andò in esilio in Toscana. Nel 1848 tornò a Napoli, dove nel 1849 fu arrestato e condannato a morte, pena commutata in ergastolo. Nel carcere di Santo Stefano completò la traduzione di Luciano e iniziò quella di Tucilide. Nel 1859 il Governo borbonico progettò di spedirlo in America; ma Settembrini convinse il capitano a sbarcarlo in Irlanda, da cui raggiunse Londra. Ministro a Napoli per P. I., nel 1860, fu poi eletto alla Camera. Ottenuta la cattedra di Letteratura italiana all’Università di Napoli, si dedicò all’insegnamento.

(7) Adolfo Bartoli (Fivizzano, 1833-Genova, 1894). Per la sua eccellente preparazione in letteratura fu invitato da Alessandro Ademollo a collaborare alla “Rivista di Firenze”. Fu segretario e compilatore dell’“Archivio Storico Italiano” di Vieusseux. Fu amico del Capponi, del Lambruschini, del Ridolfi. Rifiutò la cattedra di Letteratura italiana a Vienna, perché non voleva operare in Austria. Ricoprì poi la cattedra di Letteratura italiana all’Istituto di Studi Superiori di Firenze.