La miniera era fuori dell’intelligenza, era nelle biblioteche e negli archivi; miniera inesauribile che dava campo all’attività non solo de’ buoni, ma de’ mediocri e de’ men che mediocri

Insegnamento della letteratura italiana di Domeico Gnoli parte II

L’insegnamento della letteratura italiana
Di Domenico Gnoli

Ma intanto si generava nell’insegnamento universitario delle lettere una confusione diabolica; poiché non era tra le Università differenza solo di metodi, ma di fine. Non la stessa cosa diversamente, ma s’insegnava un’altra cosa. Mentre lo Zanella (1) a Padova (piglio nomi di morti a rappresentare scuole diverse) disteso sul suo seggiolone, nella villetta dell’Astichello, si beava alla lettura de’ classici ricevendo, quasi direi, passivamente la loro bellezza e procurando poi di comunicarla ai suoi discepoli, il De Sanctis a Napoli penetrava, traverso l’opera, nella mente dello scrittore, e a Firenze il Bartoli, indifferente al valore estetico, chiedeva a vecchi codici e all’analisi critica la soluzione di nuovi problemi. Chi abbia partecipato alle cose dell’insegnamento, può farmi testimonianza che non esagero affermando che il miglior alunno di una delle tre scuole, non avrebbe potuto, senza grave rischio d’essere respinto, presentarsi a dar gli esami nelle altre due. E così ne’ concorsi alle cattedre tutto dipendeva dalla formazione del collegio chiamato a giudicare; poiché i titoli del candidato potevano, secondo i diversi giudici, avere gran valore, o non averne nessuno, o averlo anche negativo. Sotto lo stesso nome, ripeto, s’insegnavano nelle Università, con diverso fine, cose diverse.

La scuola degli studi storici o positivi trionfava; e non solo nelle Università dove questo indirizzo era, più o meno, dato dal professore, ma anche in altre dove si sarebbe voluto darlo diverso, essi si mettevano di preferenza per quella via, la via nuova, la via seria, la via scientifica, passando con un risolino di compassione innanzi ai vecchi che non capivano, che avevano ancora per la testa le vecchie ubbie dell’arte e dell’estetica. Se mi proponessi di tracciare una storia, molte distinzioni, molti schiarimenti sarebbero necessari, e dovrei parlare d’illustri viventi, che non voglio; a me basta affermare la prevalenza della scuola nuova. A questa corrente di idee, a questo dirizzone, dicevano i nostri antichi, nulla resisteva. I forti dominano, e impongono leggi e foggie e idee; e fortissima ai nostri giorni è la scienza, e nulla si sottrae alla sua influenza e a’ suoi metodi. Degli stesi discepoli di De Sanctis, alcuno continuava nella critica estetica, ma nascondendola quasi tra le pieghe d’una poderosa dottrina, altri passavano con armi e bagaglio al campo delle sottili analisi e delle severe ricerche de’ fatti.
Ed era naturale che così fosse. La vecchia scuola d’eloquenza aveva contro di sé lo spirito de’ tempi, avido della ricerca e della scoperta; e la scuola estetica o psicologica, se allargava la mente e addestrava l’occhio a veder giusto nelle manifestazioni del bello artistico, se schiudeva lo spirito alle più alte e serene soddisfazioni, non offriva però gran campo all’attività de’ discepoli. O seguitare le orme del maestro, e farsi banditori del suo verbo e continuatori della sua opera: ma quelli che ci si provarono, senza l’ingegno del maestro, riuscirono ad un gergo vuoto, ad un grottesco palleggiamento di astrazioni e d’antitesi: o seguire il maestro liberamente, portando nella critica il temperamento e le idee proprie: ma a questo non poteva arrivare che qualche eletto. Infine, come avviene per la filosofia e per le altre dottrine, alunni buoni e diligenti eran quelli che all’uscire dall’Università dessero prova d’aver inteso ed appreso: quanto al saper fare da sé, era caso eccezionale di ingegni, che avessero dentro la propria intelligenza una miniera da scavare.
Ma la scuola storica offriva ai giovani ben altra attrattiva; poiché, in essa, la miniera era fuori dell’intelligenza, era nelle biblioteche e negli archivi; miniera inesauribile che dava campo all’attività non solo de’ buoni, ma de’ mediocri e de’ men che mediocri. Il dissotterrare qualche cosetta d’inedito o qualche notiziola biografica, imbroccare in qualche riscontro, cogliere un qualche scrittore in flagrante delitto di plagio, è impresa a cui ciascuno è buono, se fortuna lo assista. Intanto però lo scolaro s’impancava già tra gli autori, e mandava alle stampe, e vedeva la sua pubblicazioncella richiesta e citata da uomini autorevoli, e in quel punto su cui aveva fissato il suo microscopio, si compiaceva di cogliere in fallo i maestri. A tirar su un edificio, i muratori non son men necessari che l’architetto: ma que’ buoni portatori e lavoratori di materiale storico parevano dimenticar qualche volta che l’architetto è una cosa e il muratore un’altra.
 A far testimonianza di questo indirizzo degli studi letterari, meglio d’ogni altra cosa varrebbe il far conoscere gli argomenti prescelti dagli alunni per le tesi di laurea: “Abbiamo laureato un giovine”, mi diceva un professore illustre, “il quale ha dimostrato con molta diligenza ed acume che una ignota commedia antica è imitata da altre due commedie non meno ignote”. E di simil genere sono molti argomenti di tesi. Minute ricerche biografiche, minuti raffronti di edizioni e di manoscritti, minute scoperte d’abortini inediti, una minutaglia, una micrologia, che qualche volta rivela diligenza e assiduità di lavoro, e acume, e bontà di metodo, ma che di rado acquista importanza dal cercare nel minuto la dimostrazione o la ragione di fatti rilevanti. E con questo, essi ottengono non di rado la laurea a pieni voti e con lode. La tesi, ampliata e corretta, spesso è poi pubblicata, ed a essa tengono dietro altri lavoretti dello steso genere. E forse ad alcuno dei nostri più insigni professori, vedendo certi frutti uscire dalla sua scuola, è accaduto alcuna volta quello che un giorno al Padre Eterno: poenituit eum quod hominem fecisset in terra.
A ciò sono spinti i giovani dall’opinione di maestri i quali credono che convenga ad essi evitare i larghi soggetti e gli sguardi sintetici, poiché non avendo a questo matura né la mente né la dottrina, altro non potrebbero fare che acchiappar nuvole: meglio addestrarli alla ricerca paziente, disciplinati nel rigore del metodo: in questo campo anche il giovine può far opera utile.

E certo può tornar utile questa cooperazione giovanile alla ricostruzione della storia letteraria. Ma in primo luogo è da osservare che la scuola universitaria non è solo diretta a formar professori: che anzi molti la frequentano i quali non hanno punto in animo di fare della letteratura italiana la lor professione, e più la frequenterebbero se essa aprisse loro le braccia. Per quelli che vogliono darsi all’insegnamento, e che però abbisognano di conoscenze ed esercizi speciali e tecnici, e della notizia e della pratica degli strumenti scolastici, c’è, come complemento, la Scuola di magistero, appunto istituita a questo, e che, dove se n’è dipartita, dovrebbe tornare al suo ufficio. Ma il professore di letteratura italiana, fuori d’ogni restrizione professionale, deve immaginare d’avere dinanzi  a sé la gioventù colta della nazione, e parlare ad essa, dirigendo l’insegnamento alla sua educazione letteraria.
Ma anche specialmente riguardo a quelli che intendono darsi all’insegnamento, avranno essi, con quegli esercizi di critica storica, d’erudizione, di metodo, dato prova di conoscere nel suo svolgimento storico e nelle opere dei sommi la storia della nostra letteratura, di comprendere quelle opere, di possedere desto, educato il sentimento artistico, senza il quale la letteratura è come il colore ai ciechi e la musica ai sordi? O spesso anzi i loro scritti non dimostrano ne’ loro autori nessuna dimestichezza collo scrivere, e poca colla grammatica? Chi oserebbe dire che in tutte le Università del Regno si badi a queste cose? Sta bene che non si gettino i giovani a navigar senza bussola per gli oceani delle larghe sintesi; ma non occorre per questo sospingerli tra le secche delle esplorazioni storiche. All’intelligenza degli scrittori, al gusto, all’osservazione stilistica possono e debbono aver maturità di mente e di dottrina, e di questa dovrebbero dar prova. Si dice invece che alla grammatica, allo scrivere, all’arte deve pensare la scuola secondaria, e che al giovine il quale mostri volontà ed attitudine ad illustrare con studi e ricerche nuove la nostra storia letteraria, l’Università debba far plauso e spalancargli le porte.
L’insegnare a scrivere, il considerare la letteratura come arte spetta dunque alla scuola secondaria. Ma chi ammaestra, chi prepara gl’insegnanti della scuola secondaria? L’Università! Ecco il nodo della questione. L’Università non insegna, perché non è ufficio suo; non può insegnare la scuola secondaria, perché non è preparata a questo. Chi insegna?
So che nella scuola secondaria non mancano insegnanti ottimi; ma so pure che ce n’è, o ce ne può essere, di quelli, anche lodati per erudite pubblicazioni, che non sappiano scrivere, e l’arte disprezzino perché non la intendono. Dalle pazienti ricerche nelle biblioteche e negli archivi, dalle controversie lungamente agitate su qualche punto dubbio della storia letteraria, sono improvvisamente balzati su d’una cattedra a correggere i cómpiti degli alunni, essi che avrebbero tanto bisogno di chi correggesse i loro; a leggere, a commentare libri che forse non hanno mai letto, o in cui han cercato notizie e questioni da risolvere, non lo spirito, non la vita, non l’arte. Onde non di rado il professore, uscendo da uno spineto in cui si trova a disagio, preferisce di far mostra ai discepoli della sua scienza intrattenendoli a lungo, nelle classi liceali, sulla questione della poesia siciliana e sul libro De vulgari eloquio, sulla esistenza di Beatrice, sulla sua tesi di laurea, che gli ha costato, egli dice, tanta fatica e lo ha condotto a così rilevanti scoperte. Di chi la colpa? Dell’insegnante forse che insegna quel che gli hanno insegnato?

Gli effetti di questo indirizzo scientifico o positivo non tardarono a manifestarsi nella decadenza dello scrivere e nella scemata coltura letteraria della nazione, nonostante che le cognizioni storiche siano aumentate. Il libro, l’opuscolo, il discorso scritto bene si fa sempre più raro; e più raro forse esce da’ letterati, incapaci di sottrarsi all’abituale aridità scientifica senza cadere nel goffo o nell’ampolloso. Oserei dire, se non temessi le ombre sdegnose de’ vecchi maestri, che il più sano o il men guasto dello scrivere sia oggi riparato nella stampa quotidiana; poiché, pure in mezzo a certe forme di gergo internazionale imposte dalla fretta, ivi la prosa, addestrata dalla lotta e dall’esercizio giornaliero, cammina spesso diritta al suo fine, stringente, pieghevole, passante dalla dimostrazione all’assalto, dall’ironia all’entusiasmo. Quante volte, leggendo un giornale, si è costretti a pensare: molti de’ nostri professori non saprebbero scrivere così! E parlo, s’intende, non di quell’eccellenza di stile onde si rivela una spiccata personalità artistica; ma delle qualità generali e necessarie che in nessuno scrittore dovrebbero far difetto: l’ordine e la giusta disposizione della materia, secondo le leggi, dirò così, d’una prospettiva intellettuale; il giusto rilievo dato alle idee secondo il fine che lo scrittore si prefigge; il senso della misura e tanta padronanza di lingua e scioltezza di movimenti quanta basti perché l’idea non trovi ostacolo a presentarsi lucida, intera e decente. Arte che si riduce, salvo nel procacciarsi lo strumento indispensabile della lingua, a quella del ben pensare; e a cui si può essere più o meno disposti da natura, ma che, colla osservazione, colla pratica degli scrittori eccellenti e coll’esercizio, si perfeziona e si affina, diventa sentimento e natura. Chi volesse suonare un pianoforte senza avere né scuola né esercizio, farebbe ridere. Tutti capiscono che non si nasce suonatori di pianoforte; ma, per uno strano pregiudizio, non capiscono tutti che non si nasce scrittori.
Ora, fra noi, l’indirizzo degli studi letterari è tale che l’arte si trascura e anche si disprezza, e, tropo spesso, alle qualità necessarie dello scrivere non si bada, e delle eccellenti, che solo pochi eletti raggiungono, non si tien conto. Si vogliono cose e non parole: e per cose s’intende il preciso accertamento de’ fatti. Valore hanno solo le fortunate ricerche, la copiosa erudizione, il metodo rigoroso: il resto non fa, dicono, avanzar d’un passo la storia, e non è degno dell’attenzione di gente seria. Però da noi, oggi, non sarebbe possibile quel che pure avviene, per esempio, in Francia, che il discorso d’un nuovo accademico sia atteso con curiosità, commentato e discusso da uomini seri e perfino da giornali politici, cercandovi l’acume dell’ingegno, la misura, la finezza, l’eleganza. Da noi, invece, d’ogni scritto, si chiede: che cosa stabilisce di nuovo? che nuovo contributo di fatti porta all’edificio della storia letteraria? E basta: il resto, quando pure irradii luce di pensiero o di bellezza, pare decorazione e quasi direi vaniloquio. Con questi criteri, dopo aver conferito la laurea, le Commissioni sogliono proporre e graduare i concorrenti alle cattedre di scuole secondarie, e in ultimo alle universitarie: onde l’insegnante di liceo è stimolato a studi e ricerche estranee all’insegnamento affidatogli, per accumular nuovi titoli, e meritare di salire più in alto.

 E intanto la letteratura vivente, poiché un popolo civile non può rinunziare in alcun tempo ad avere una letteratura, si svolge fuori d’ogni influenza della scuola. So bene che essa non fa l’artista, quantunque possa dargli impulso e indirizzo, e che, più tarda naturalmente né suoi movimenti, raro è che si trovi a paro colla letteratura contemporanea. Ma il pubblico che sospinga e moderi  e senta e giudichi questa letteratura, può e deve darlo la scuola; essa educare l’occhio che veda e la mente che comprenda, essa formare l’alveo dentro il quale l’arte nuova scorra. Mancando a questo, la scuola rinunzia al più alto de’ suoi uffici, e l’arte costringe a dilagare o trascorrere senza regola e freno, qua inculta e sciatta, là preziosa e leziosa entro solchi aperti dal capriccio d’un giorno; mentre un pubblico tanto ineducato ad ogni intelligenza e sentimento d’arte, che la sua lode, direi quasi, non dà meno noia del suo biasimo, compra per nuovi i ciarpami razzolati nelle soffitte, sbarra gli occhi e la bocca innanzi alle marche di fabbrica esotiche, accorre dove tintinnano più rumorosi i sonagli della follia, e alterna o mesce, senza rendersi ragione né degli uni né degli altri , i plausi ed i fischi, in una baraonda d’inferno. La scuola intanto, a cui è affidato il patrimonio delle lettere, affettando gravità scientifica, si trae in disparte, incuriosa e sprezzante d’ogni opera d’immaginazione e d’arte, senza cui infine essa non avrebbe ragion d’essere, tutta intenta a risolvere problemi storici, con grande acume di critica e apparato di erudizione.
La vecchia scuola, imperfetta quanto si voglia, seppe pure educare un pubblico capace di distinguere fra gli altri ed apprezzare il Manzoni e il Leopardi; ora il pubblico nuovo, a giudicarne da certe sue preferenze, griderebbe forse col popolo ebreo: dimitte nobis Barabba.

Domenico Gnoli

Nota L’articolo apparve sulla “Nuova Antologia”, il 15 novembre 1895. L’argomento fu ripreso da Giovanni Gentile sulle pagine di “Helios” (1° e 15 dicembre 1895), rivista stampata a Castelvetrano, e da Carlo Segrè sul “Fanfulla della Domenica” del 1° dicembre 1895 .

(Ricerca di Fausta Samaritani)
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In merito a questo articolo di Gnoli, Pompeo Gherardo Molmenti scrive a Domenico Gnoli e Giovanni Gentile, Insegnamento della letteratura italiana e Carlo Segrè, Per una buona causa

Note biografiche di Domenico Gnoli: Vittorio Betteloni ringrazia, con riserva, Domenico Gnoli

Per piacere non copiate

27 febbraio 2016

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

(1) Giacomo Zanella (Chiampo (Vicenza) 1820-1888).  Poeta, sacerdote, professore nel Seminario di Vicenza, insegnò poi privatamente Filosofia, quindi Lingue e Letterature italiane e latine in ginnasi a Venezia, Padova e Vicenza.  Dal 1867 al 1875 fu professore di Letteratura italiana all’Università di  Padova, di cui fu anche rettore. Al fine di creare una base a uno Stato moderno, si dedicò a formare il carattere degli allievi, in modo che rispettassero le tradizioni civili e religiose.