Un tale rinnovamento, che faccia entrare luce e calore di vita nella scuola irrigidita nella microscopia delle indagini e sotto il carico dell’erudizione, non può prodursi per opera esterna di leggi e provvedimenti, ma deve uscire dal seno della scuola stessa

Domenico Gnoli Insegnamento letteratura italiana parte III

L’insegnamento della letteratura italiana
Di Domenico Gnoli

Se questo indirizzo degli studi letterari può essere spiegato, e giustificato in parte, come reazione alla vecchia vacuità accademica, non è però ragionevole che esso debba perpetuarsi e divenire norma fissa e costante. Materia dell’insegnamento è la letteratura, che è pensiero e sentimento, fantasia e arte, e come tale essa dev’esser offerta all’intelligenza de’ giovani. Il maestro sia guida e luce a comprenderla, a sentirla, a continuarla, e dal seggio più alto, dalla Università, parta la luce che si diffonda, sia direttamente, sia per mezzo delle scuole secondarie, nella nazione.
Né però essa deve, non dico disprezzare, ma ignorare i risultamenti degli studi storici; che anzi suo dovere è di seguitarli passo passo e trarne profitto. Né ormai sarebbe tollerabile l’insegnate senza dottrina, o che la mente non avesse addestrata alla critica severa dei fatti; poiché fuori di essi si ricade nel vuoto, e le ragioni e i modi dello svolgimento dell’arte non s’intendono, non si vedono gli elementi ond’essa si compone, e la fantasia e il capriccio pigliando il luogo del vero, l’intelligenza stessa e il giusto sentimento dell’opera d’arte s’oscura.
Prosegua pure la storia la sua opera benemerita e gloriosa, coltivi le curiosità sapienti, continui a porgere e ad elaborar materiali alla ricostruzione della vita collettiva del popolo e della personale dei grandi scrittori, eriga il piedistallo alle loro statue, colorisca il fondo del quadro alle loro figure. Tutto questo è bello, è utile, è necessario, ma è un’altra cosa: è storia della letteratura, non è letteratura, è sussidio indispensabile, ma non è fine dell’insegnamento. Questo segua pure, se crede, la forma storica, ma con intendimento di presentare la vita del passato riflessa nelle più alte manifestazioni dell’ingegno, onde la gioventù s’abitui a conversare co’ Grandi e a berne lo spirito; e apprenda a penetrare, traverso la forte struttura del periodo, nell’intimo d’un poderoso organismo intellettuale; e a cogliere, nell’onda impetuosa e nei morbidi sussurri della frase e del verso, le passioni traboccanti o le soavi agitazioni dell’anima; a rievocare nella fantasia il divino fantasma della bellezza; a rivivere la vita de’ padri nostri, e sentire, dalla loro voce lontana, risvegliarsi le energie latenti della stirpe nostra, rifarsi gli uomini sani e compiuti del vecchio tipo italico, che portavano nel cozzo delle armi, ne’ maneggi diplomatici, negli edifici, nel vestire, negli utensili domestici la gentilezza dell’arte. E la storia prosegua le sue esplorazioni fortunate, le sue analisi microscopiche: tanto più benemerita se intenderà di non essere fine a se stessa, ma d’esser chiamata a concorrere ad un’alta opera d’educazione intellettuale e morale.
Secondo questo concetto, si dovrebbe, sia negli esami scolastici, sia ne’ concorsi, richiedere in primo luogo il buon uso della grammatica e della lingua, e la disciplina del pensiero che è legge del ben parlare e del bene scrivere; e poi, su su, la notizia e l’intelligenza e il sentimento della letteratura nazionale nel suo svolgersi, nel suo manifestarsi nelle opere de’ sommi, nelle sue relazioni colla storia della cultura, colla storia politica, e con quella delle forme dell’arte. Cose che non tutte si richiedono oggi, a cominciare dalla grammatica.
Un tale rinnovamento, che faccia entrare luce e calore di vita nella scuola irrigidita nella microscopia delle indagini e sotto il carico dell’erudizione, non può prodursi per opera esterna di leggi e provvedimenti, ma deve uscire dal seno della scuola stessa, e dal convincimento de’ giudici de’ concorsi. Nondimeno credo che a questo fine assai gioverebbe lo staccare lo studio esplorativo della storia da quello della vera e propria letteratura, istituendo in alcuna delle Università del Regno una scuola complementare, a cui solo fossero ammessi i laureati in lettere, la quale addestrasse i giovani che ne hanno voglia, nelle materie e negli esercizi conducenti a ricostruire nella sua interezza la nostra storia letteraria. Così, l’impresa tanto lodevolmente iniziata e avanzata, continuerebbe per opera di studiosi, non molti ma buoni, appositamente educati e preparati a questo; e d’altra parte l’insegnamento delle lettere sarebbe sospinto a tornare sulle rotaie da dove è uscito. E un altro provvedimento crederei utile: che cioè, entro l’insegnamento liceale, potessero alcuni insegnanti più meritevoli raggiungere un grado e uno stipendio non inferiore a quello delle Università; pel qual grado, più che le pubblicazioni, valesse il buon insegnamento. Poiché nulla tanto nuoce ai licei quanto lo studio dei migliori ad accumular titoli per uscirne.
A tutti deve parer necessario che si chiarisca una buona volta che cosa debba intendersi, specialmente nelle Università, per insegnamento della letteratura italiana, a che fine debba mirare, quali prove di sé debba dare chi aspiri all’alto ufficio d’insegnarla; e che si esca così dalla confusione presente. Poiché, se la scuola storica prevale, essa però non regna assoluta, e quando tira da una parte, non manca chi tiri dall’altra. Ed io credo che quelli stessi che più proseguono ed amano le indagini storiche, dovrebbero desiderare, se non per convincimento, per interesse almeno degli stessi studi professionali, che si rendesse quietamente alla letteratura in quanto è spirito e arte la considerazione dovutale. Poiché già segni di reazione non mancano; e le reazioni son cieche, né si sa dove vadano a battere. A molti pare ogni giorno più che spirito umano non si debba ridurlo ad un recipiente da colmar di notizie; molti temono che per la continua aridità scientifica si raggrinzi l’intelletto, s’agghiacci la fantasia e il sentimento, che l’abito continuo della microscopia tolga all’occhio l’attitudine ad abbracciar delle cose l’insieme e a coglierne lo spirito; molti pensano che la vita presente, nonostante i doni di cui nel suo continuo procedere ci è generosa la scienza, non sia poi tanto allegra da dovere spensieratamente far getto delle soddisfazioni vivificatrici dell’arte. Che la scienza trionfi, ma non ci soffochi. Già segni si vedono della razione, che è cieca. Importa pertanto di prevenirla; e ritornando l’insegnamento letterario al suo alto ufficio d’interprete dello spirito della patria letteratura, d’educatore del pensiero e del gusto, assicurate insieme la continuazione di quell’opera storica che negli ultimi decenni ha dato tenta copia di frutti.

 

Domenico Gnoli

Nota L’articolo apparve sulla “Nuova Antologia”, il 15 novembre 1895. L’argomento fu ripreso da Giovanni Gentile sulle pagine di “Helios” (1° e 15 dicembre 1895), rivista stampata a Castelvetrano, e da Carlo Segrè sul “Fanfulla della Domenica” del 1° dicembre 1895.

(Ricerca di Fausta Samaritani)

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In merito a questo articolo di Gnoli, Pompeo Gherardo Molmenti scrive a Domenico Gnoli e Giovanni Gentile, Insegnamento della letteratura italiana

Carlo Segrè, Per una buona causa

Note biografiche di Domenico Gnoli: Vittorio Betteloni ringrazia, con riserva, Domenico Gnoli

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