ZIBALDONE

Cinematografo cerebrale

di Edmondo De Amicis [i]

 

PARTE PRIMA

 

… Che cos’era quindi la spontaneità, la libertà del pensiero? Che cosa la volontà? E che era lui se non una macchina pensante, che si muoveva secondo che i suoi congegni volevano, e di cui egli non era che spettatore?…

 

Il Cavaliere (come lo chiamavano in casa le persone di servizio) accompagnò fino all’uscio la moglie e le figliuole, che andavano al teatro, poi rientrò nella sala da desinare, s’adagiò sur una poltrona davanti al camino, incrociò le mani sul petto, e pensò: _ Come farò ad ammazzare queste tre ore?

Da molti anni non gli era più accaduto di dover risolvere una difficoltà di quella natura. Il lavoro dell’ufficio, le faccende di casa, le cure maritali e paterne e gli amici e i giornali gli avevano sempre occupata la giornata così pienamente ch’egli non si ricordava d’essere stato mai un’ora, come si suol dire, solo con se stesso, e non sapeva perciò che cosa fosse il pensare per pensare, senza uno scopo determinato, e tanto meno l’analizzare i propri pensieri, il fare spettacolo della propria mente a se medesima. I giornali, quella sera, gli aveva già scorsi, di legger libri non aveva l’abitudine, e il sonno non gli veniva che verso la mezzanotte. Pensò dunque che il miglior modo di passare quelle tre ore fosse quello di non pensare a niente.

E ci si provò subito, non dubitando della facilità di riuscirvi.

Ma riconobbe ben presto che il non pensare non era possibile fuorché scacciando l’un dopo l’altro tutti i pensieri confusi che gli si presentavano; alcuni dei quali resistevano, come importuni che volessero esser ricevuti a ogni costo; e che questa era una maggior fatica mentale di quella ch’egli voleva scansare. E allora pensò che gli conveniva meglio pensare a qualche cosa.

_ Fissiamoci _ disse tra sé _ in un pensiero piacevole, e il tempo passerà rapidamente. _ E si fissò nel pensiero del pranzo di Natale, a cui invitava ogni anno parenti e amici. Ma quasi subito altri pensieri non piacevoli si frammischiarono a quello: la morte d’un commensale dell’anno scorso, un amico che non poteva più invitare perché gli aveva fatto un brutto tiro, la cuoca che si sarebbe ubriacata, come soleva a tutte le feste di famiglia.

Cercò di raccogliersi in altri pensieri lieti: gli seguì lo stesso: ciascuno di quelli, dopo un poco, si sviava, si confondeva con altri, figliati da lui, od stranei, di tutt’altra natura, che di dolce lo rendevano insipido o amaro.

_ Già, _ pensò scrollando il capo: _ bisognerebbe che la mente fosse come una casa di cui potessimo chiudere le porte e le finestre per trattenerci non disturbati con chi ci piace; e invece è una casa aperta da ogni parte, senza battenti e senza imposte, come un edifizio non finito, dove entra chi vuole. Questo è il busillis.

E stette un po pensando su quel Busillis.

A un tratto comparve a una di quelle finestre il viso d’un suo antico compagno di collegio, che lo meravigliò, poiché da lunghissimo tempo, da vent’anni forse, egli non ci aveva più pensato. Per tutto quel tempo era rimasto sommerso, come annullato nella sua mente. O in che modo era risorto? E come quello, chissà quante altre persone e cose e fatti erano sepolti nella sua memoria. C’è dunque un cimitero nella nostra testa, pensò. Quando ricorriamo col pensiero la nostra vita, e crediamo di ricorrerla intera, ne ricordiamo una parte soltanto: un’altra parte, e chi sa quanta, è scomparsa, perduta, come se non l’avessimo vissuta; una parte di noi è già morta! E, cosa strana, di quel viso risuscitato egli non vedeva che la fronte, gli occhi e il naso; la parte inferiore mancava come in una maschera lacerata. Si mise a cercarla; si stancò inutilmente in quello sforzo, e tirò uno sbadiglio sonoro. Quel suono terminò al suo orecchio in una nota da cui, quasi spontaneamente, gli si svolse nel capo il motivo della Marsigliese, ed egli vide intorno a sé uomini feriti, sangue, picche buttate a terra, e lontano moltitudini urlanti, generali impennacchiati, reggimenti che passavano sur un orizzonte oscuro, flagellati dalla pioggia, fra i lampi. E dopo un momento sentì una voce, come d’una persona seduta accanto a lui, che gli domandò: _ E se avessero ragione i socialisti?

Aveva altre volte fatta a sé quella domanda. _ Già, e se avessero ragione i socialisti? _ ripeté, e alzando gli occhi vide la faccia zazzeruta e barbuta di Carlo Marx sopra il pendolo del caminetto. Ma dall’inquietudine che gli soleva dare quel pensiero lo distrasse subito l’immagine del bel fianco d’una operaia ch’egli aveva osservato anni addietro in un “corteo” popolare del Primo Maggio, e di cui aveva seguito con l’occhio il movimento grazioso e procace fin che era scomparso a una cantonata. Si richiamò alla mente il viso dell’operaia, che aveva veduto di sfuggita, e in quello, con sua sorpresa, ritrovò la parte inferiore del viso del suo compagno di collegio. _ Strano! _ pensò. _ Eppure non si somigliano. _ Ripensò al compagno: un buon figliuolo, che si rodeva le unghie tutto il giorno: ed egli rivide, come in una mano che gli passasse davanti agli occhi, una di quelle unghie mezze mangiate. Ma dietro a quello gliene comparve un altro, dagli occhi loschi, del quale scacciava sempre l’immagine perché gli ricordava una triste figura ch’egli aveva fatta per cagion sua. La scacciò anche allora. Ma quella ritornò. Per liberarsene, pensò al suo ufficio: ci vide in un angolo quella faccia. Pensò a un’opera in musica che aveva sentito mesi avanti: c’era quel brutto muso sul palco scenico. Corse col pensiero all’Arsenale della Spezia, nella basilica di San Pietro, in mezzo a un ghiacciaio delle Alpi che aveva attraversato da giovane: in ogni luogo vide scintillare quegli occhi loschi. Ne ebbe dispetto, e quasi sgomento. Si ricordò d’una formica che un giorno aveva visto correre disperatamente qua e là, rimbuccarsi, uscir dalla buca, rinascondersi e ricomparire con una formica più piccola sempre attaccata alla testa che pareva non le dovesse dar requie mai più. Non si sarebbe più liberato da quell’immagine odiosa? Era forse quello il principio di una fissazione che l’avrebbe fatto ammattire? A che pensare per liberarsene?

Si chinò, appoggiando i gomiti sulle ginocchia e si mise a osservare le ceneri del caminetto. A poco a poco in quel breve spazio egli vide montagne, valli, pianure, la faccia d’un mondo arso, dove non restava più traccia di vita. E quello spettacolo di desolazione dandogli tristezza, volle pensare a un paese abitato e florido, ma lontano, in cui il suo pensiero non fosse turbato da alcuna immagine del mondo dov’egli viveva. _ Scegliamo _ disse tra sé. E pensò la Bolivia. Perché la Bolivia? Non sapeva nulla di quel paese, eccetto che era nell’America. Perché aveva scelto quello e non un altro? Un perché ci era senza dubbio: qualche legame nascosto con le cose che pensava prima. Quello, e non un altro, gli si doveva presentare alla mente. Dunque non aveva scelto. Dunque egli non pensava a quello che voleva; ma a quelle cose a cui era condotto a pensare. Che cos’era quindi la spontaneità, la libertà del pensiero? Che cosa la volontà? E che era lui se non una macchina pensante, che si moveva secondo che i suoi congegni volevano, e di cui egli non era che spettatore? E mentre faceva queste riflessioni, nella mente che gli si cominciava a confondere gli suonò distintamente un nome: _ Alcibiade! Ripeté meravigliato: _ Alcibiade! _

Questo nome gli era uscito da un ripostiglio della memoria improvvisamente aperto; ma non aperto da lui. Alcibiade! Un grand’uomo, un greco, ch’egli conosceva poco: un personaggio del mondo scolastico. E fra i ricordi che subito gli si ridestarono dei primi del Ginnasio _ visi, banchi, libri, la cameretta dov’egli studiava _ vide una sua cuginetta bionda, e riebbe la sensazione della prima volta ch’egli aveva tenuta stretta la mano di lei, dietro il cuscino d’un sofà, su cui fingevano di giocare in presenza dei parenti: una sensazione sconosciuta, vivissima, dolcissima, un rimescolamento profondo di tutto l’essere, come il principio d’una nuova vita. E si ricordò d’aver ricordato un’altra volta così tutt’a un tratto e riprovato quella sensazione molti anni addietro in una via erbosa e solitaria della città di Ferrara, dov’era stato di passaggio.

Ferrara! Il nome d’un suo collega d’ufficio di quando era a Firenze: un caro buontempone, con un naso enorme, che aveva un ciuffetto di peli sulla punta. E vide la stanza della trattoria dove desinavano insieme, e il neo che aveva sul mento la figliuola del trattore. Che stranezza! Quel neo lo fece pensare a una macchietta nera ch’egli aveva visto in un piatto quella mattina a colazione, e quel piatto al piattino che teneva il suo giornalaio davanti al finestrino del chiosco, dove i compratori mettevano i soldi. Una curiosa faccia buffa di vecchio satiro quel giornalaio! Ci fissò il pensiero, ed ebbe un’illusione singolarissima. Sentì nel viso proprio la forma di quel viso, e la sentì in modo da parergli che se in quel punto egli si fosse specchiato avrebbe visto nello specchio il giornalaio ridente con quella gran bocca squarciata, come soleva ridere; e come egli aveva visto ridere cento visi, anni avanti, alla stazione di Roma, per una oscenità irresistibilmente comica detta da un operaio affacciato a uno sportello del treno che partiva per Frascati.

Quest’ultimo ricordo aperse nella sua mente una bòtola, da cui saltò fuori la sua cameriera _ una fresca ragazza tutta curvilinea _ che in presenza di sua moglie egli non guardava mai; e gli apparve non più vestita che la Venere dei Medici, con un par d’occhi indiavolati. Egli si lasciò andare a poco a poco e si chiuse in un’immaginazione, dalla quale si riscosse poi bruscamente come un uomo colto in flagrante delitto, e pensando a sua moglie, si guardò intorno con occhio inquieto. Ma per quale concatenamento d’idee egli era venuto a quella dal ricordo gentile e poetico della sua cuginetta? Cercò, risalì col pensiero fino al giornalaio; ma lì s’arrestò. Sentiva in certo modo nella sua mente la traccia lasciatavi dall’idea precedente; ma quale fosse questa non ricordava. _ Cerchiamo ancora _ disse. Ma come cercare? Da che parte volgersi? Si trovava nell’oscurità, davanti a un vuoto. E poi… e perché cercare? Poteva un uomo ragionevole perdersi in simili vanità? Era la prima volta che il suo pensiero vaneggiava a quel modo. Che gli seguiva dunque? Ridiventava fanciullo? Si vergognò. Voltò il pensiero a cose serie. Pensò a una villa, un piccolo paradiso, che egli e sua moglie avrebbero voluto comprare; ma non potevano. Se avesse avuto centomila lire! Immaginò di trovarle, per caso; di guadagnarle a una lotteria; d’ereditarle da un parente. Poi domandò a se stesso se, potendole prendere ad altri con la certezza assoluta che non lo risapesse nessuno, le avrebbe prese. Si vide aperta dinanzi una cassa forte. Lottò un poco con la sua coscienza. Rubò. Rimase male. Non era dunque un galantuomo?

E pensò: _ ma che cosa son dunque questi pensieri bambineschi, pazzi, vergognosi, che non son nostri, che la nostra coscienza riprova, e che scopriamo improvvisamente in noi come malfattori rimpiattati nella nostra casa? Che cosa è dunque anche la testa d’un uomo onesto se ci possono nascere mille immaginazioni scellerate, turpi, mostruose, che ci vergogneremmo di confessare all’amico più fidato e più indulgente? _ Poco dopo scrollò una spalla, e disse fra sé: _ Non ci abbiamo colpa, insomma; non più colpa che nelle parole immonde e nei propositi malvagi che sentiamo qualche volta per la strada dalla bocca della gente che passa. _ Gli restò un dubbio non di meno, che gli richiamò alla mente una frase letta. _ L’homme est incompréhensible dès qu’on veut connaître dans ses plus légères pensées. Stupì e si compiacque di questa reminiscenza. Ma dove mai aveva letto quella frase?

Edmondo De Amicis

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30 novembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

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[i] Fu pubblicato per la prima volta dall’“Illustrazione Italiana” il 1° dicembre 1907, pp. 532-533, e ripubblicato a Milano nel 1909 dai Fratelli Treves, in una raccolta di scritti di De Amicis edita dopo la sua morte e che porta identico titolo: Cinematografo cerebrale e, come sottotitolo: Bozzetti umoristici e letterari. Gli altri scritti di De Amicis contenuti in questo volume sono: Complimenti e convenevoli, La faccia, Piccolo epistolario popolare, Quanti anni ha?, Fra due mosche, L’età penultima, Piccola pietà, Aggiunte e commenti al Galateo, Quello che avverrebbe, Caserma domestica, Camerieri e avventori, Il professor Granditratti, Le memorie di Benvenuto Cellini, In difesa dei critici, Il dialogo nell’arte e nella realtà, I lettori di manoscritti, La tentazione del teatro, Le “Pochades”, Le lacune e le miserie della fama, La voce d’un libro.

In questa edizione, per esclusiva comodità del lettore, il racconto è stato diviso in due parti e una frase significativa, estrapolata dal testo, precede ognuna delle due parti.