Cinematografo cerebrale

racconto di Edmondo De Amicis

 

PARTE SECONDA

 

… Disse tra sé le prime parole del Pater noster. In quel momento vide un foglio sul caminetto, lo prese: era la nota d’un bottegaio: 97.50. _ Che ladro! _ pensò _ Ma mi sentirà. _ …

 

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Cercando dove, ebbe nella mente una confusione improvvisa: poi vide intorno a sé alberi strani, liane sospese sopra il suo capo, una vegetazione intricata di foresta vergine; si sentì le braccia nude e, guardandole, se le trovò tatuate dalle spalle ai polsi, disegnate e dipinte d’ogni specie di rabeschi e di colori, in cui predominavano il rosso e il turchino. Mentre si toccava, si scosse, e s’accorse che s’era per pochi momenti assopito. La visione era stata così viva e netta ch’egli avrebbe potuto dire d’allora in poi d’aver visto coi propri occhi un selvaggio tatuato in quella maniera. E perché no? Altre cose diceva bene d’aver viste, e anche fatte, e non era vero. Si ricordò d’una grossa bugia detta in certa occasione, che era stata scoperta, con sua grande vergogna. E quella vergogna lo riprese così forte in quel punto ch’egli si sentì salire il sangue fino alle orecchie. O perché mai, se tante altre volte se l’era ricordata con indifferenza? Quella gliene richiamò altre al pensiero: menzogne, atti di vanità, piccole viltà, piccole azioni malvagie: e n’ebbe un’amarezza, che gli diede una sensazione di malessere fisico, come d’un turbamento nella circolazione del sangue. Che cos’era quel sentimento? Rimorso? E che era il rimorso?

Non poteva essere che timore. Timore di chi? Non degli uomini, che quei suoi atti ignoravano, o li avean dimenticati o perdonati. D’un Giudice Supremo, dunque, di Dio. Ma perché quel timore non aveva sentito nel commettere quegli atti? Se nel commetterli, non aveva pensato a Lui, non l’aveva offeso, come non è ribelle a una legge chi la viola ignorandola. E poi «offender Dio!» che significa? Non c’è colpa se non c’è intenzione. Facciamo noi mai qualche cosa per offender Dio? E d’altra parte… egli non credeva. Ma non restò soddisfatto del suo ragionamento. In qualche modo avrebbe voluto espiare quelle colpe, lavarsene la coscienza con qualche grande atto di virtù, di eroismo. Quale? Salvare un bambino da un incendio, per esempio; buscarsi una coltellata difendendo una donna; spezzarsi una mano per arrestare un cavallo in fuga. E si guardò una mano.

Il suo sguardo e il suo pensiero si fermarono su quella grossa mano dal dorso peloso e dalla pelle avvizzita. Era proprio la stessa mano ch’egli aveva da bambino e di cui ricordava ancora la forma, così piccola e graziosa? Quanto lavoro aveva fatto dopo d’allora, quante altre mani aveva strette, quante e quanto diverse cose toccate! Osservò le vene. Pensò all’interno del suo corpo, a tutti quegli organi delicati, necessari l’uno all’altro e alla vita, vide il proprio corpo scorticato, aperto, multicolore, sanguinoso; e ne ebbe ribrezzo. Vide in quell’aspetto sua moglie, le sue figliuole. Vide così la gente per le strade e altrove, e certi atti compiuti da quei mostri, anche i più piacevoli ai sensi e i più solitamente abbelliti dall’immaginazione, gli parvero orribili, e la vita stessa una brutta e miserrima cosa. Che mistero questo formicolìo fugace di esseri piccolissimi che pensano e soffrono sopra un globo che gira nel vuoto infinito con la velocità d’una palla di cannone! S’addentrò in questo pensiero ed ebbe all’improvviso la visione immensa e lucidissima del volo simultaneo e del girar vertiginoso di mondi innumerevoli, e la certezza assoluta, luminosa che un Dio aveva tutto fatto e tutto moveva e vedeva, e con quella il sentimento profondo della necessità di rifare la propria coscienza, d’innalzare il proprio spirito, di mettersi a vivere come un santo. Pensò a come avrebbe dovuto incominciare. Domandò a se stesso se sapeva ancora le preghiere. Disse tra sé le prime parole del Pater noster. In quel momento vide un foglio sul caminetto, lo prese: era la nota d’un bottegaio: 97.50. _ Che ladro! _ pensò _ Ma mi sentirà. _ Ripose il foglio, ritornò ai pensieri di prima; ma non riuscì a riafferrarli. La visione era svanita.

Lo scosse lo schianto d’un mobile. Si voltò. Doveva essere la credenza. Un momento dopo pensò: _ E se fosse uno spirito? _ Una signora sua amica, pochi giorni prima, gli aveva affermato seriamente d’aver veduto il proprio padre morto attraversare a passi lenti, con gli occhi fissi su lei, la sua stanza da letto. Se egli avesse visto in quel momento il padre proprio? Guardò intorno per la stanza. Poi chiuse gli occhi, dicendo: _ Quando riaprirò gli occhi, lo vedrò in quell’angolo. _ Guardò, non vide nulla. Ripeté la prova: il fantasma non c’era. Ma alla terza prova, pur non vedendo nulla, ebbe un brivido. Si diede di scimunito e di vigliacco. Disse la parola di viva voce: _ Vigliacco. _ Fu meravigliato di sentir la propria voce. Pensò: _ Divento pazzo?

C’era un libro sulla tavola, lo prese, lo aperse a caso e si mise a leggere; ma pensando ad altro. Fra riga e riga, come per le fessure orizzontali di una parete, vide passare una campagna illuminata dalla lune, una piazza affollata alla luce del sole, Napoleone Primo a cavallo, il primo cadavere che aveva visto da ragazzo, d’un contadino ucciso in rissa, portato via sur una barella. Arrivato in fondo alla pagina, non si ricordò di nulla di quanto aveva letto: eppure aveva letto. Ma lui proprio? O un altro lui, misterioso, che aveva fatto le sue veci. Siamo due in uno, dunque? E chi è l’altro? E io…? chi sono? Gli parve in quel momento d’essere sconosciuto a se stesso. Guardò il numero della pagina. Sessanta. La sua età. Fu sorpreso e sgomentato d’aver tanti anni. Quanti gliene restava da vivere? Dieci? Otto? Cinque? Di che malattia sarebbe morto? Quale ne sarebbe stato il primo sintomo? Un malessere generale, forse; una grande stanchezza. Vide sé a letto, le figliuole piangenti, tutta la casa sottosopra. Ricordò lo scoppio di pianto in cui aveva dato un suo amico moribondo, vedendo entrare in camera il prete. Dove sarebbe andato appena morto? In su, si dice. Ma come? Uno spirito non va né in su né in giù. Sarebbe dunque rimasto lì. E allora… avrebbe continuato a vedere intorno ogni cosa, come prima della morte? E poi… quando sarebbe stato giudicato? E questa volta fu proprio l’altro Cavaliere, il lettore compiacente di poc’anzi, quello che gli gridò sul viso: _ Finiscila! _ e fattolo alzare, lo spinse a passeggiar per la stanza.

Passeggiando, guardò i mobili, le pareti, le finestre, e gli si presentò la sua casa in un nuovo aspetto: quella e le altre stanze gli parvero scatole, buchi le finestre e le porte, il quartiere intiero una gabbia sospesa per aria, e tutta la sua roba una miseria di pochi assi e di pochi cenci, come festuche e fili d’erba in un nido. E quella gabbia, quel guscio appiccicato ad altri gusci, intorno ai quali ce n’erano altri a miriadi, gli dava tanti pensieri e tante cure, era come la fortezza della sua vita e la reggia del suo orgoglio! Giusto: era necessaria una riparazione in cucina, e il padrone s’era rifiutato con mal garbo di farne le spese. Un tirchio orgoglioso e villano, ch’egli aveva mancato di rispetto altre volte. Egli l’odiava. L’avrebbe sfidato, se fosse stato sicuro di tagliargli la faccia. E non si poteva sfogare! Si compiacque nell’immaginar di incontrarlo su per le scale, di provocarlo, di afferrarlo per il collo e di fracassargli il capo contro il muro, dove avrebbe lasciato una impronta rossa con dei capelli…

_ No! Che orrore! _ disse fra sé; e un momento dopo: _ Ebbene, a che serve dire: _ che orrore! _ Credi con questo d’aver saldato i conti con la coscienza? Non puoi mica fare con quelle due parole che il pensiero orribile non ti sia passato per la mente, che tu non sia stato per un momento assassino, poiché, se non hai commesso il delitto, sei stato capace di commetterlo, che è la stessa cosa. _ E pensò a tutto quello ch’egli era stato in quel breve tempo da che era solo: un bambino, un eroe, un santo, un vigliacco, un pazzo. In verità, c’era da perdere il capo. E con questo pensiero fissando gli occhi sopra un mazzo di fiori della tappezzeria, ci vide dopo un po’ i lineamenti vaghi d’una brutta faccia che gli faceva una smorfia; i quali si trasformarono nel profilo del Presidente del Consiglio, e poi in una figura oscena, che gli fece inarcare le ciglia.

Non ebbe da cercare che legame corresse fra quella figura e il motivo d’un valzer, ch’egli aveva sentito da giovane in un Veglione delle Sartine al teatro Scribe e che gli rivenne alla mente in quel punto insieme col ricordo dell’avvocato M…, dal quale l’aveva sentito zufolare molt’anni dopo, una mattina di luglio, in un albergo di montagna (ah che triste mattina!) proprio un momento avanti che sopraggiungesse sua moglie, spaventata, a domandargli: _ Dove sono le bambine? _ Erano sparite. C’erano là attorno dei precipizî. Rivide la scena, riprovò l’ansia mortale; tutti a correre di qua e di là, e lui fra gli altri, senza sapere dove andasse, gridando: _ Gina! Maria! _ preceduto dalla mamma, pallida e urlante, di cui non riconosceva più il viso né la voce. Quella visione gli ridestò tutta la tenerezza paterna piena di memorie: la nascita, la prima infanzia, le malattie, le piccole forme scomparse, e con questi ricordi un’impazienza affannosa di rivedere e di abbracciare le due creature, come se non le avesse più viste da un anno. Quando sarebbero mai tornate da quel maledetto teatro? Che idea gli era venuta di restar in casa e di mettersi a pensare? Ah mai più sarebbe rimasto solo a quel modo come in carcere a sovreccitarsi il cervello e a torturarsi l’anima! E si mise a passeggiare a passi rapidi, ripetendo tra sé: _ O care figliuole, cari angioli miei, quando, quando ritornerete?

_ Eccoci! _ gli rispose una scampanellata, ed egli corse ad aprire.

_ Ah, finalmente! _ esclamò, abbracciandole tutt’e due insieme con uno slancio d’affetto, di cui la mamma rimase meravigliata.

E quando fu sola con lui, gli domandò, osservandolo: _ Perché sei così agitato stasera? Che hai?

_ Niente, _ rispose. _ Mi son messo a pensare. Un’idea tira l’altra. Le idee più strane del mondo, una fuga, una confusione di cose. A pensar da soli è come sognare. E poi si monta la testa, si hanno quasi delle allucinazioni. Non ti saprei dire. Chi ci capisce qualche cosa nel nostro cervello?

_ Non hai mica bevuto? _ domandò la signora.

_ Bevuto! _ rispose lui un po’ punto. _ Sai bene che non bevo mai un gocciolo fuori dei pasti.

_ E allora, _ ribattè la signora, _ ho paura che diventi matto.

Egli fece un atto di risentimento e rispose con gravità: _ E’ forse una pazzia l’intrattenersi coi propri pensieri?

La signora stette pensando alquanto; poi, corrugando la fronte e fissandolo, gli domando: _ Dimmi un poco: ti saresti per caso intrattenuto con la cameriera? _ Il Cavaliere scattò; ma, ricordandosi che alla cameriera aveva pure pensato (e in che modo!) si contenne, e con un atto di rassegnazione rispose: _ Ecco quello che si guadagna a meditare! Mi servirà di regola. _ La signora non insisté nel sospetto; anzi mezz’ora dopo gliene domandò perdono, poiché (vedete un po’!) appunto dal ricordo vivo del suo tradimento mentale egli era stato quasi forzato a provarle che il sospetto non aveva fondamento.

Ma non ricadde mai più in quel peccato della meditazione; il quale rimase nella sua memoria come un’orgia dello spirito, fortunatamente unica, di cui un poco si vergognava.

Edmondo De Amicis

(Fine)

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31 dicembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 31 ottobre 2015

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