Ennio Flaiano
di
Fausta Samaritani
E
il 2 agosto 196
Eccomi da poche ore a New York, in questa città molto
intima e geometrica, costruita in stile babilonese e abitata da americani.
Questo è lincipit
di Melampus, il racconto lungo che Ennio Flaiano ha inserito, insieme
a un altro intitolato Oh Bombay!, nel libro Il gioco e il massacro,
pubblicato da Rizzoli nel 1970.
Uno scrittore
di cinema si reca a New York, alla ricerca di una storia probabile che possa
diventare la trama di un film. A New York egli vive una improbabile storia damore
con una donna che, giorno dopo giorno, per una curiosa metamorfosi si trasforma
in cane. Il tempo scorre, inesorabilmente uguale a se stesso; lo scrittore è
pigro e si fa imprigionare dentro il labirinto di una città post-moderna a lui
incomprensibile ed estranea, mentre lo scopo della sua visita gli appare sempre
più astratto e irraggiungibile.
Per uno di quegli scherzi
che il destino prepara ad un uomo quando egli crede di vedere le torri della
saggezza in lontananza,_ racconta Flaiano_ uno scrittore viene a New York, che conosce appena,
con uno scopo preciso, professionale: sviluppare la storia di un film. Per questo
lavoro sarà pagato. Dovrà ambientarsi, lasciarsi vivere, osservare, conoscere
gente e farsi suggerire dagli avvenimenti i capitoli di una storia già approvata,
stupida e tuttavia possibile. Un lavoro di due mesi.
Flaiano riprende
in Melampus il tema conduttore di Otto e ½ di
Federico Fellini, film al quale aveva collaborato come sceneggiatore. Si affida
alla consueta riserva di ironia, per descrivere lo stato danimo dello
scrittore che fatica a dare un qualche ordine alle riflessioni che la città
gli suggerisce.
Dopo qualche giorno_ continua Flaiano _ è anche
capace di esprimere alcune teorie su New York. Per esempio, pensa che New York
non esiste, ma è una combinazione di vari sogni tratti da film in unepoca
dimenticata della sua giovinezza. Oppure, che New York è una città-donna, con
tutte le grazie e le asprezze di unAtlantide emersa dalle acque. Trova
che la linea dei grattacieli, vista da una terrazza della città alta, è teatrale
e che la città è un immenso spettacolo. Tuttavia, questo quadro non lemoziona
come a sedici anni lemozionò il fondale di una compagnia di rivista, nel
freddo teatro della cittadina dove viveva.
I neri grattacieli,
disegnati sul fondale di carta, con le piccole finestre illuminate che tradivano
una lampadina di scena, erano dunque più reali del panorama della città, vista
dalla terrazza di un grattacielo.
Dopo
un mese, allidea di doversene andare prova un senso di fastidio. Quella
città che credeva di poter controllare con la sua ironia è diventato un labirinto
che non lo trattiene più, pieno di uscite e assolutamente incomprensibile.
Ritrova lironia,
con la quale ha tenuto sotto tiro il cubismo totale della città. Descrive lo
spazio urbano geometrico, con una metafora: New York è una suite di variazioni
su un tema di Pitagora. Si perde in questo scherzo delle varianti possibili.
Guarda grattacieli che si specchiano in altri grattacieli, e vede la luna
passare da un grattacielo allaltro, a duecento metri daltezza e
senza rete di sicurezza. Prende appunti. Inventa altre allegorie, ancora
più ardite:
La
città è il frutto di un colossale esodo. La Storia si diverte a spostare le
località, ha portato qui Babilonia e i suoi giardini pensili, lEgitto
e le sue piramidi, la Grecia e il suo amore. Le sacerdotesse dApollo scendono
per il lunch di mezzogiorno dagli uffici della Park Avenue e dintorni. Saffo
guarda tramontare la luna e le Pleiadi a Rowayton o a Westport.
La città, che
lo attrae e respinge, gli sembra ora una immensa, gelida tavola con le sezioni
anatomiche dellorgano femminile, una parte di uno smisurato atlante anatomico.
Dentro questo involucro materno lo scrittore si lascia vivere. Scorrere lentamente
il tempo, inutile, a perdere, come il liquido che cola da un rubinetto che qualcuno
ha lasciato aperto.
Lo scrittore
ha finito la sua storia banale e inutile, che forse non diventerà mai
un film. Annota la presenza di un rumore costante che scandisce la monotonia
delle giornate:
Sopra
alla mia testa, ogni tanto passa lelicottero diretto al Panam building,
con un rumore sfrenato di battipanni.
Potrebbe andarsene,
tornare in Italia, a casa, ma ha un cane, Melampo. Lincontro con Liza
Baldwin, che possiede una cagna della stessa razza, avviene al Central Park.
Inizia a questo punto la straordinaria metamorfosi della donna in cane, anzi
in cagna. Lo scrittore resta prigioniero di uno strano gioco, esistenziale ed
erotico, sospeso nel tempo e che gli ricorda il regolare corso della felicità,
in attesa della partenza.
Fausta Samaritani
Pagine dall'America
Italo
Calvino Lezioni americane
25 settembre 2001
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua
Italiana online. www.repubblicaletteraria.it