Eugenio Montale, press

 

“La Repubblica”, “Il Gazzettino”, “Corriere della Sera”, “L’Europeo”, “Panorama”

 

[…] Non aveva molte riforme da proporre: l’abolizione della caccia, o almeno dell’uccellagione, non dichiarava una forte considerazione per i suoi concittadini; rimpiangeva l’impero austro-ungarico, “una civiltà migliore della nostra”, spiegava, e non accordava molta stima alle risorse nazionali: “Se resta in piedi l’Europa si salverà anche l’Italia, ma non per impulso proprio: sarà tirata fuori”. […] Dice un suo verso: “Volarono anni corti come i giorni”; mi confidò: “Sono un po’ sorpreso della grande velocità del tempo, non so se a te succede, passa tanto in fretta, mentre quando ero giovane, no”. […]

Enzo Biagi, da: “Cara Gina, non voglio foto” ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

[…] Giornalista, Montale lo è stato senza snobismi, senza puzza sotto il naso, senza l’aria rassegnata di chi deve scegliersi un secondo mestiere per campare. Gran parte della sua lunga stagione milanese s’identifica con il “Corriere” anche se vissuto con bofonchiati ironie, con una propensione tutta ligure alla malizia. “Mi piaceva molto il lato impiegatizio del lavoro al giornale”, mi disse in quell’intervista, “andare ogni giorno in ufficio mi dava un’inspiegabile ebbrezza. Mi pareva di stare in una di quelle botteghe dove fanno le pipe, in una bottega di Dunhill con gli impiegati che parlano a bassa voce e conoscono la clientela. Emanuel e Missiroli dirigevano il “Corriere” come un foglio parrocchiale. Si è scoperto poi, che questo costituiva un fascino del giornale. Al giornalismo devo molto”. […]

Guido Vergani, da: Un “impiegato” tranquillo per le strade di Milano, ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

[…] Il novecento recò sin dagli inizi, quando si dispersero gli ultimi lustrini della Belle Epoque, e continuò poi a recare fino ai nostri giorni il segno della crisi: crisi politica, crisi morale, crisi sociale, crisi culturale e crisi spirituale. Ma non già in quel senso negativo che si usa imporre alla parola, bensì nel senso dialettico che è il più nobile connotato di un secolo e dichiara il fermento e l’attesa d’un mondo che aspira al valore, aspirando alla novità. Di questa crisi, di questa dialettica, Montale ha letto e divulgato per primo il travaglio: dal mitico Ossi di seppia che nel 1925 ai pochi lettori sconvolse un pacifico panorama letterario; e fino alle conversazioni degli ultimi giorni, dalle quali l’arcano delle cose spirava con una identica, antica solennità. […]

Alberto Frasson, da: Nei suoi versi, la disperazione, ne “Il Gazzettino”, 14 settembre 1981.

 

[…] Con decisione, anche con durezza, finirà per coincidere con le affermazioni della più rinomata filosofia moderna: sulle cose che non si conoscono, meglio star zitti. Però Montale venne da ultimo anche amato quando il suo gelo petroso e scabro si sciolse in una vena affabile, nel borbottìo ironico e sapiente di un compagno confidenziale di strada che fu anticamente un vegliardo della montagna o della scogliera, ma diventò passo passo un amabilissimo coetaneo di tutti. Forse è proprio questo, il classicismo vero.

Alberto Arbasino, da: Fu l’amabilissimo coetaneo di tutti, ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

Al Caffè delle Giubbe Rosse di Firenze, nell’immediato dopoguerra, non era facile sedersi al tavolo di Montale. In quel caffè, dove negli anni precedenti erano convenuti i personaggi importanti della letteratura, apparvero improvvisamente, dopo la liberazione, certi ignoti poeti e scrittori che, straordinaria improntitudine, domandavano secco a Montale o a Luzi: “Lei che ne pensa del romanticismo?”. Forse, anche per questo, Montale si ritraeva e solamente accettava, al suo tavolo, il conversare di alcuni vecchi amici (come Landolfi, Bonsanti, Traverso e Loria) con l’eccezione _ fra gli allora ventenni-ventitreenni_ di Giorgio Zampa e di Dino Caponi, che però apparteneva, come pittore, alla cerchia dell’amico Rosai. Invece i giovani, che sapevano a memoria gran parte degli Ossi di seppia e delle Occasioni, anelavano a contattare Eusebio (così veniva chiamato tra gli intimi).

Mario Novi, da: Intorno al tavolo delle Giubbe Rosse, ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

[…] Montale aveva allora e lo dichiarava 24 anni (ma per la precisione, li avrebbe compiuti il 12 ottobre), aveva scritto ancora troppo poco (e pubblicato ancor meno) per essere “ufficialmente” poeta, abbastanza perché tale lo considerassero gli intimi: gli Ossi sarebbero venuti di lì a poco, ma Meriggiare una delle sue poesie più note, era già nata da tempo (1916). Nel ’19 aveva conosciuto Sbarbaro, Barile ed altri intellettuali del gruppo genovese. E scriveva. […]

Paolo Mauri, da: Trenta domande al giovane Eugenio, ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

Io non ricordo il poeta degli Ossi di seppia e neppure il Nobel o il senatore a vita. Ricordo l’Eusebio di un viaggio in Terrasanta e di alcune serate milanesi, il Montale privato ma non minore, sornione, perfido, ironico, ma in modo così equanime fra il prossimo e se stesso da risultare una delle compagnie più gradevoli che abbia avuto. Il viaggio in Terrasanta lo facemmo al seguito di Paolo VI, fra il 4 e il 6 gennaio del ’64. Ma noi giornalisti milanesi partimmo qualche giorno prima. Una curiosa compagnia: il poeta Montale, lo scrittore Dino Buzzati, il sacerdote giornalista don Pisoni, il Cavallari del “Corriere” ed io, allora del “Giorno”. Facemmo delle cose strane e anche un po’ ridicole: a Roma, don Pisoni ci condusse in visita ai mutilatini, ci trovammo fra suorine e bambini infelici a non saper dire o fare cosa. Montale-Eusebio faceva “po po po” con quelle sue labbra da ligure sospettoso. Dino Buzzati rivolgeva alle suore quelle sue domande assurde e precise: “Questi fiori li coltivate voi o li comperate?” “I bambini sono separati dalle bambine o no?” Don Pisoni, grande e giuggiolone, risolveva tutto, impapocchiava tutto, ma ogni tanto una nera angoscia gli calava sugli occhi: era in disgrazia presso Paolo VI, già cardinal Montini. Avrebbe trovato il coraggio di parlargli in Terra Santa? […]

Giorgio Bocca, da: Con Eusebio in Terrasanta, ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

[…] Tra le riviste che in quegli anni si facevano a Firenze, “Campo di Marte”, dalla vita effimera e perigliosa, fu quella che si spinse più arditamente nella elaborazione di una cultura poetica nuova. La poesia di Montale era, se non il perno, certo uno dei presupposti determinanti di tutto il discorso. Lui seguiva con un certo distacco quel fervore, guardava con simpatia ma da lontano quella scalamana _ tale doveva apparire al suo equilibrato crocianesimo di fondo _. Quanto alla rivista in questione, di suo ci mise solo un testo di pochissimi versi (“il saliscendi bianco e nero”, se non m’inganno) che apparve alterato da qualche errore. Montale ne fu seccatissimo. Gatto e Pratolini ristamparono il testo nel numero successivo in edizione corretta. […] Nella selva dei suoi richiami e dei suoi segnali, Firenze lampeggia spesso nella sua poesia, forse non diversamente dagli altri luoghi che mandano messaggi da decifrare. Ma con un “quid” più tenace se è qua che ha pensato e voluto l’estrema ricongiunzione con la donna della sua vita e con il tutto e con il nulla _ affidando quasi alla città il compito di sciogliere per lui questo dilemma.

Mario Luzi, da: Luzi: ai tavoli delle Giubbe Rosse, nel “Corriere della Sera”, 25 settembre 1981.

 

[…] Non potrei dire di lui [Eliot], almeno in quella occasione, se non quello che lui ha detto di se stesso in uno spiritoso autoritrattino che comincia così: “Quanto è sgradevole incontrare il signor Eliot”. Si, l’incontro con Eliot quel pomeriggio non ha avuto nulla di gradevole. Elsa Morante ed io stavamo zitti; Montale si limitava a quello che gli inglesi chiamano “small talk” ovvero “piccola chiacchiera” sia pure con quel suo curioso solito sottofondo allusivo e, per così dire, cifrato; quanto a Eliot, rifacendo il verso ad una sua poesia famosa “serviva il tè agli amici”. A proposito, i due poeti hanno parlato di poesia? Ma niente affatto! Per quello che si sono detto, avrebbero potuto essere benissimo due cosiddetti professionisti in visita di cortesia: forse Eliot avrebbe potuto essere un direttore di banca, Montale un ingegnere o medico. […]

Alberto Moravia, da: Un pomeriggio a Londra con Eliot e Montale, nel “Corriere della Sera”, 15 settembre 1981.

 

[…] _ Lei ha parlato di una spolveratura di cultura che è un atto di modestia. Mi ricordo che in una sua intervista immaginaria dove si poneva da solo le domande e si dava le risposte, molti anni fa, scrisse che in fondo la cultura non fa la poesia e spesso chi ha molta cultura non ha mai scritto un verso.

“Certo… certo e poi ci può essere anche il poeta che non scrive versi per esempio che scrive prosa… piuttosto bisognerebbe sapere che cos’è questa cultura perché può esserci una cultura appariscente di uno che fa molte citazioni, o letto molti libri, e ci può essere uno apparentemente ignorante e che viceversa scopri che sa una quantità di cose non solo difficili ma difficilissime e che ne trae evidentemente un vantaggio, diciamo così; poi c’è la cultura, quella dei filologi per esempio… Questa signora Bettarini che ha messo insieme le mie poesie in una edizione critica dimostra una cultura spaventosa, letterariamente spaventosa, e anche questo si vede che non è necessario… non so”. […]

Luciano Luisi, in Dialogo con Eugenio Montale, ne “Il Gazzettino”, 14 settembre 1981.

 

[…] Aveva cominciato questa sua attività negli anni maturi, perfino casualmente se vogliamo. Era un periodo glorioso quello degli anni Cinquanta, con la Scala al massimo del suo splendore: i tempi della Callas e della Tebaldi, gli anni della passione dopo la rinascita del nostro maggior teatro lirico. Se è vero che Montale critico musicale nacque dopo la prima veneziana della “Carriera del libertino” di Stravinskij, è altrettanto vero che egli critico musicale lo era stato da sempre, in proprio. […] Nella sua casa era più naturale parlare di opera che di letteratura. Qualche volta lo si ascoltava cantare in un’atmosfera tranquilla: in alcune occasioni mentre lui sedeva in poltrona, in pantofole, fumando una sigaretta dopo l’altra, furono i benvenuti perfino dei giovani con la chitarra. Ricordo ancora un’apparizione di Domenico Modugno, ai tempi delle sue canzoni siciliane: il cantante a un certo punto disse che sarebbe stato felice di mettere in musica le poesie di Montale. Eusebio gli volse uno sguardo affettuoso: “Si _ rispose _, sarebbe bello. Ma sarebbe ancora più divertente se io facessi la musica e lei le parole”. […]

Mario Pasi, da: Musica lirica e canto le sue passioni felici, nel “Corriere della Sera”, 14 settembre 1981.

 

[…] Il discorso gnomico, di sentenza, di giudizio, segue qui [in Altri versi] tutti i cunicoli di una lingua volentieri spuria e ronzante, che Montale fa propria nell’atto di distanziarla e metterla in azione con uno squittio da apocalisse imperturbabile e continuamente rimandata. E’ una lingua che coniuga, a volte nello stesso verso, la fittizia dignità filosofica e tecnologica e lo slittamento, il rictus del gioco di parole, del luogo comune impietosamente infilzato; in questo senso si, seppure Montale non ami affatto dirselo, una lingua del “profondo”, aiutata da un contrappunto o controcanto fittissimo di rime mascherate, allitterazioni, paronomasie, pingpong di arguzie foniche implacabili e insieme sovranamente distratte. Si argomenta, in queste poesie, la disfunzione irrimediabile, “ab aeterno” del mondo creato. […]

Giuliano Gramigna, da: Montale: la poesia sempre aperta, nel “Corriere della Sera”, 28 giugno 1981.

 

Ricordo: erano gli anni Cinquanta, e il primo paesaggio che Montale dipinse fu quello di Forte dei Marmi, il Forte della linea Gotica. Lui ci veniva da prima e io a mia volta stavo in una casa di proprietà del pittore Raffaele De Grada, poi diventato mio suocero. Montale se ne stava alla pensione Alpe Mare, insieme a Drusilla Tanzi, “la mosca”. Lei in quel periodo soffriva molto a causa dell’artrite ed era immobilizzata da un busto. Lui le teneva compagnia, io, molto giovane, andavo a trovarli. Ricordo bene quel giorno in cui Eusebio (così lo chiamavamo), guardando la pineta sottostante la casa, disse: “Dipingere sarebbe anche molto bello”. Allora gli diedi dei colori e lui fece il suo primo quadretto. […]

Ernesto Treccani, da: La prima scatola di colori, ne “L’Europeo”, 28 settembre 1981.

 

[…] I simboli originari, enigmaticamente essenziali e proliferanti, della sua poesia, “il male di vivere”, la “rissa cristiana”, il “filo di pietà”…, sono diventati, dentro e attraverso gli eventi e le catastrofi del tempo, simboli di un’epoca, di una condizione umana e storica. La “primavera hitleriana”, la “bufera” hanno fissato per sempre, proiettandoli sullo schermo gigantesco e impassibile delle cose che accadono, il radicale pessimismo, il lucido, amaro sgomento di “Ossi di seppia” e delle “Occasioni”. E lo stesso discorso, almeno in parte, si potrebbe fare anche per l’ultimo Montale, il Montale “comico” e scettico di “Satura” e dopo, testimone fra i più attendibili e ascoltabili dello sciupio della verità, della decrepitezza della repubblica. […]

Gianni Roboni, da: Ci saranno Poeti dopo di lui?, ne “L’Europeo”, 28 settembre 1981.

 

[…] Correva in quegli anni Venti, un’idea crescente di letteratura nuova, un’idea che aveva bisogno non più di parole d’ordine e di imperativi, ma soltanto di essere e svilupparsi. Montale raccolse quel che aveva da raccogliere in Dante, in Leopardi, appunto in d’Annunzio, in Pascoli, e in Gozzano, ma produsse la sua novità. Riguardava la novità il fondo dell’io da cui la poesia si genera, e quell’io era segnato da una piaga dolorosa, da una crisi dentro la quale si dibatteva invano: non riusciva a riconoscere se stesso, una “crisi di presenza”, direbbe lo psicologo, se non attraverso il possesso disperato degli oggetti. Ma in suo potere non ha che le parole, di ogni oggetto le parole sono l’orma vanente, un fiato di voce appena: che certezza, e che possesso, possono mai dare? “Non chiederci la parola che squadra da ogni lato / l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco / lo dichiari… […]

Enzo Siciliano, da: In quei grandi libri la poesia come vita, nel “Corriere della Sera”, 14 settembre 1981.

 

[…] Montale era addetto alla terza pagina; ma con funzioni esecutive, di quelle che oggi susciterebbero lo sdegno di qualunque “novizio”. Era incaricato di passare gli articoli, di compilare i titoli, di preparare i tagli necessari per l’impaginazione. Missiroli, che lo stimava molto pure nella diversità dei caratteri e delle culture, gli affidava talvolta qualche incarico più delicato, lo sondava sull’opportunità di inviare o meno un nuovo collaboratore. […] In quegli anni non esisteva la pagina dei libri che doveva nascere molto più tardi. E non si può immaginare cosa fosse ottenere una recensione sulla terza pagina del “Corriere”; non era nata ancora la televisione, i periodici stentavano ad acquistare peso ed influenza culturali, l’eccezione del “Mondo” restava in tutti i sensi eccezione, anche per i confini angusti di una tiratura aristocratica. E Montale, questo spirito profondamente ostile ad ogni commercio o anche solo tentazione di potere, era bombardato di richieste, soffocato da tutte le petizioni di coloro che si proclamavano, arbitrariamente, suoi colleghi, od amici, che vantavano chissà quali incontri di chissà quando. […]

Giovanni Spadolini, da: In quella stanzetta, nel “Corriere della Sera”, 14 settembre 1981.

 

[…] Si andava delineando il poeta che più di ogni altro avrebbe interpretato la crisi dell’Europa, la solitudine dell’uomo dentro gli immensi tramonti delle idee, nello straziante inabissarsi di più mondi. La guerra, la “rissa cristiana”, “questo cadere di archi, di ombre e di pieghe”, suggerì a Montale i versi apparsi nella raccolta “Finisterre”, poi travasati nel più ampio volume “La bufera”, dove già appare “un grande gelo metafisico” o, come disse Piovene, “il tema più profondo e misterioso di Montale: la fedeltà tragica verso i vivi e i perduti”. […]

Giulio Nascimbeni, da: La sua vita le sue opere, nel “Corriere della Sera”, 13 settembre 1981. 

 

Mi chiedo, in questo tristissimo giorno, se oggi un ragazzo innamorato di carte e di stampe, intendi soprattutto di poesie, come potevo esser io nel ’25, potrebbe sfamarsi con la felicità febbrile che toccò a me con l’acquisto _ dopo che i miei occhi avevano incontrato spiando fra le pagine “La farandola dei fanciulli sul greto”, “Gloria del disteso mezzogiorno”, “Sbarbaro estroso fanciullo”_ della prima edizione degli Ossi di seppia, dalla copertina di quel caldo color ocra diventato leggendario. “Sei stato uno dei cinquanta che hanno comprato il mio libro, in quell’anno…”, doveva dirmi tanto tempo dopo il poeta, tra ironico e affettuoso. […]

Attilio Bertolucci, da: E comprai quel libretto color ocra, ne “La Repubblica”, 15 settembre 1981.

 

[…] Ora, la poesia di Montale nasce proprio da qui: da una immersione della storia nell’esistenza, delle catastrofi nella Catastrofe, della repressione nell’infelicità, del terrore dei deboli nel terrore di esistere; insomma, dei mali della storia nel “male di vivere”. Da questa immersione venne all’umanità una immensa quantità di ciò che chiamiamo “poesia”; ma nessuna spiegazione, nessun aiuto a capire. Chi cercava solo e soprattutto questo (cattolici, marxisti, giovani), non può accostarsi a Montale senza rancore e senza timore; che è il timore di non essere aiutato nella crisi, o di essere messo in crisi. Chi, invece, vi cerca solo la poesia, esce da un contatto con Montale pienamente appagato: Montale, come dice lui stesso, non ha fatto nulla per migliorare il mondo, non ha trovato nulla che avesse un senso nel mondo, ma in quel nulla egli ha alzato un lamento che tutti abbiamo sentito e che nessuno può dimenticare. […]

Ferdinando Camon, da: A chi non piaceva Montale, in “Panorama”, 28 settembre 1981.

 

1 aprile 2002

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it