Stupenda e civile pagina letteraria di De Sanctis

In morte di Francesco De Sanctis

In morte di Francesco de Sanctis

 

 

Il “Masaniello”, giornale politico quotidiano che si pubblicava a Napoli sotto la direzione dell’avvocato D. Gambardella, apriva il numero del 5 gennaio 1884 (a. II, n. 5) con i testi e i discorsi “laici”, pronunciati «sulla bara dell’illustre letterato Francesco de Sanctis» e che occupavano l’intera prima pagina e parte della seconda, dove, in sole quattro righe, il “Masaniello” dava anche la notizia che la salma di Vittorio Emanuele II sarebbe stata l’indomani traslata nella cappella del Pantheon. Alcuni gravi incidenti avevano turbato, nella centrale via Toledo di Napoli, il regolare svolgimento dei funerali di Francesco de Sanctis: una carrozza padronale aveva travolto madre e figlia che imprudentemente attraversavano la strada e la donna era stata portata all’ospedale degli Incurabili; la polizia aveva sgarbatamente malmenato e dato della «canaglia» ad alcuni studenti universitari che avevano un regolare permesso, rilasciato dal Municipio, per entrare nell’atrio dello Spirito Santo dove si svolgevano le esequie; una pentola colma di acqua, gettata da una finestra, si era infranta sul lastricato, ma senza provocare danni a persone; la «sbirraglia» aveva impunemente oltraggiato la bandiera nazionale, sotto gli occhi dei questurini, dei pompieri, dei carabinieri e della milizia territoriale, ma nessuno era intervenuto o aveva protestato.

Trascriviamo il necrologio di Mario Mandalari, professore di Letteratura Italiana all’Università di Roma che, pur nella ampollosità di alcune frasi, tradisce un dolore sincero per la scomparsa del suo maestro e amico:

 

«Parlo in nome de’ giovani. E non dico lo strazio dell’animo mio, il mio dolore profondo, la solitudine ingrata del mio cuore, perché, come più d’una volta ha detto il de Sanctis, i grandi dolori, come le grandi gioie si sentono e non si possono esprimere. Non posso e non devo parlare della efficacia della sua critica, né della stupenda e civile pagina letteraria dovuta a lui; né delle grandi tracce, che egli ha impresso e lasciato nella storia dello spirito umano e del nostro risorgimento. Altro compito è il mio, più semplice, più modesto, ma non meno spontaneo, né meno sincero: l’efficacia del suo insegnamento.

Diceva spesso che i maestri devono, anzitutto, volendo essere educatori, considerare la vita, non come viene considerata dalla maggior parte degli uomini, cioè un affare, ma un dovere, un dovere che spesso ha il suo premio e che nelle grandi epoche storiche può avere anche il suo trionfo e la sua apoteosi.

E fu tanta la fede che egli ebbe in questo principio e credette tanto seriamente a questa sua missione nel mondo, che i migliori suoi amici furono “i giovani”, i giovani dai quali egli ripeteva le migliori sue ispirazioni ed i suoi migliori conforti. E tenne sempre come titolo grande d’onore l’essere chiamato professore dai suoi colleghi nei consigli della corona e nel parlamento. E per 40 e più anni visse da uomo semplice, in mezzo ai giovani e li vide progredire, salire ai posti più alti della magistratura, e dell’esercito, nelle pubbliche amministrazioni, nei comizii popolari, nei parlamenti del Paese; li vide salire, discendere, confondersi, sparire, godendo della loro gioia, soffrendo del loro dolore. E il suo premio, fu la stessa sua fatica, l’insegnamento; e non seppe desiderare altri guadagni ed il suo spirito, sempre vagabondò, come quello di Amleto, nei campi del pensiero, ebbe, per 40 e più anni, un punto fisso, dal quale partire intrepido ed al quale tornare, già ricco d’osservazioni e di applicazioni estetiche, la scuola, i giovani, i suoi cari amici, tutto quel piccolo mondo de’ grandi riformatori, che hanno avuto fede nell’avvenire lento e progressivo delle umane generazioni.

Ecco perché ha sempre considerato la scuola come un laboratorio, dal quale debbono venire fuori, con le idee più nobili ed elevate, le opere buone, i buoni esempi, la sincerità, il patriottismo, il sentimento della solidarietà, il dovere dell’abnegazione, la gioia del sacrifizio. E perché volle intatta e degna la persona dei suoi discepoli, inspirò, con le sue lezioni, non solo il rispetto alla donna ed al popolo minuto, la plebe, ma un odio grande al manierato, al falso, a tutto quel frasario artefatto e convenzionale, da lui definito con una parola sola “Rettorica”, vizio ereditario della nostra decadenza, tarlo perenne della intelligenza italiana.

 

Quali furono le conseguenze? che i suoi discepoli del 1848 fecero le barricate, ed ebbero morte, prigionia, esilio, confine, e che il maestro, gioioso di patire con loro, ebbe tre anni di prigionia nel Castello dell’Ovo e dolori morali, e solitudine pesante e nobile povertà.

Ma seppe trovare un’altra volta la ricchezza nel suo ideale. Fatto libero, diffuse per l’Europa civile, con gli scritti, con la parola, coll’esempio della vita semplice e modesta, coll’insegnamento, il culto delle nostre più grandi tradizioni e della nostra storia.

In Svizzera ancora lo ricordano e lo predicano “uomo straordinario”. I Tedeschi, lo studiano; i Francesi, lo acclamano. Egli, intanto, calmo e sereno, va pure avanti nella via del dovere e compie secondo le sue forze la missione, che si era assunta, di educatore e di sacerdote.

Vide l’unità d’Italia e, l’ambiente viziarsi _ sono sue parole _ e il pubblico indifferente e motteggiatore e quello stato degli animi che trasforma a poco a poco il vizio in costume e genera dissoluzione morale, oh! allora quand’egli vide tutto questo, non volle più riposare o predicare sé stesso o recitare l’elogio funebre del suo patriottismo o domandare la ricompensa: segno evidente e certo dell’agonia del carattere morale dell’individuo. No. La scuola è la vita, egli disse. E tornò ai suoi cari amici, i giovani, e visse insegnando e scrisse certi articoli indimenticabili sulla morale politica e parlò dell’ambiente, che bisognava purificare, ed additò la base naturale e storica dell’unità nazionale, l’unificazione, che è quel lento lavorio di assimilazione, per il quale devono sparire le distanze fra le regioni e le classi. Per molti anni non seppe pensare che a questo, a purificare l’ambiente, tutte le sue azioni furono indirizzate a questo, ad affermare, coll’esempio della vita laboriosa, la dignità e la grandezza della razza umana.

Coloro ch’egli chiamava “i bassi fondi” non lo videro o non lo capirono; da’ più fu creduto troppo preoccupato e distratto ed egli rideva di questa favola della sua distrazione ed ora dalla bara c’insegna che non s’è mai dimenticato di fare il proprio dovere, che non s’è mai dimenticato affermare, in ogni momento, l’affetto grande e disinteressato verso il Paese, al quale diede con la sua vita il più raro e venerato esempio di generosità e di grandezza!

 

Il suo insegnamento nell’Università dopo l’anno 1870 è forse la pagina più gloriosa della sua vita. Fu lui che in quel tempio di sapienza coraggiosamente maledisse “questo aguzzare continuo delle passioni, queste differenze di classi e di religioni, questo seminare nelle moltitudini l’odio, l’invidia, lo stato di guerra negli animi, per il quale nulla si crea e tutto si distrugge”. Sempre presente a sé stesso, le sue parole, i suoi pensieri furono degni della sua vita d’educatore e di galantuomo. Anche malato seppe soffrire lo strazio dell’anima, la stanchezza, la solitudine, la noia. Nutrendosi, come il suo Leopardi, del suo cervello quotidianamente, senza il conforto de’ libri, ogni suo detto ogni suo discorso fu un insegnamento per coloro, che ebbero la fortuna e la gloria di stargli vicino.

Diede grande prova di pazienza e di bontà. Le malattie si alternavano ed egli discuteva con i medici su le condizioni del suo organismo che si sfasciava e si demoliva lentamente. Colla solita serenità olimpica, colla solita maestà, con quelle parole venute fuori dalla coscienza dignitosa e dal cervello elevato e nobile, parve un altro Farinata, da lui magnificato e descritto.

Non emise un grido d’indignazione o d’impazienza. Malato negli occhi, nello stomaco, nella vescica seppe tutto soffrire e non perdé mai la speranza. Di quando in quando sclamava: “E pure non mi sento ancora vecchio, sai: mi par d’essere ancora buono a qualche cosa, il mio cuore vorrebbe erompere, il mio cervello è sano.”

E soffrì da magnanimo tutti i dolori delle malattie ribelli, l’ingratitudine amara della piccola patria e delle piccole anime. Oh! è pur vero quello che egli disse del Settembrini. “Per clemenza della storia i grandi solo sopravvivono e coprono con la loro grande ombra molte vergogne e molte bassezze.”

 

Ed ora è morto. Ed è là il mio maestro, il mio padre, il mio amico, il mio apostolo, il mio esempio, in mio conforto. E’ là, gelido. E’ là, muto. Ed io non lo udrò più parlare, e lui non mi dirà più con quella parola solenne ed artistica calda e maestosa, non mi dirà più quali sono le vie per le quali in tempo di corruttela i galantuomini devono camminare ed arrivare, quali sono i segni più evidenti della decadenza e come e perché agl’ingegni brillanti e clamorosi è riserbato il silenzio e l’oblio! No, non parlerà più! Egli è là, muto. Egli è là, gelido, sulla bara. Poche altre ore e la terra de’ morti lo farà suo ed il mondo, sempre preoccupato e distratto, lo dimenticherà.

E di lui, grande maestro, rimarrà la sola memoria e il monumento, innalzato da lui stesso, alla nostra letteratura. Ma non lo dimenticheremo noi, o giovani, pe’ quali si credé nato, co’ quali visse, pei quali lavorò, a’ quali ha sempre insegnato per 40 anni che le dottrine sono inutili senza le opere, che l’istruzione della mente dev’essere sempre accoppiata all’educazione del cuore e che la libertà vera non si può ottenere senza il patriottismo de’ partiti, che non c’è una giustizia, una libertà, una verità a uso esclusivo del partito.

No: che la giustizia è una, che la verità è una.

La terra de’ morti lo faccia suo, la nostra storia lo reclami. Ma Francesco de Sanctis indirizzi e guidi, anche morto, questa balda gioventù napoletana che ora piange intorno al suo cadavere e nel cui dolore io traggo conforti e speranze per il prospero avvenire della Patria comune.»

 

Mario Mandalari Libero docente di Letteratura Italiana all’Università di Roma. Nato nel 1851 a Melito di Porto Salvo (Calabria). Scrittore elegante, abile conferenziere, critico letterario arguto, pubblicò: Bozzetti napoletani, Canti del popolo reggiano, In morte di Francesco de Sanctis, Due uomini politici (De Sanctis e Nicotera), Rimatori napoletani del Quattrocento, Saggi di storia e critica, Notizie storiche e critiche di letteratura italiana, La lirica italiana e Giosue Carducci, Memorie e scritti di Angelo Santilli, Ricordi di Sicilia, Note di critica drammatica, Saggi critici, Le mie confessioni. Interventi di critica letteraria sulla “Nuova Antologia”, su “Italia Moderna”, sulla “Cultura”, sulla “Rivista Storica Calabrese” e sulla “Illustrazione Italiana”.

 

Illustrazione: la prima pagina del “Masaniello”, part. (Coll. F. Samaritani)

 

(a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2002

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato per la prima volta sul CD-Rom La Repubblica Letteraria 2002, N. 3 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, 2003

Messo in rete il 20 ottobre 2015