di Lydia
Pavan
I
Futuristi si sono occupati anche di gastronomia e non poteva essere altrimenti,
dal momento che il loro progetto di rivoluzione antipassatista
era globale, ovvero riguardava ogni aspetto della società, ogni comportamento
dell'individuo; per tale motivo non potevano trascurare l'homo
edens, quell'uomo che nell'atto del mangiare, del nutrirsi, dello scegliere
un determinato cibo, un determinato modo di stare a tavola, rivela al mondo
una parte di sé, facendo intuire la sua estrazione, la sua cultura, le sue
ambizioni, lo stile dei suoi gusti.

Nel
tardo periodo futurista degli anni Trenta, lontano dal primo Manifesto che
nel 1909 rese celebre il fondatore del Futurismo, Filippo Tommaso Marinetti,
lo stesso Marinetti e Fillìa (pseudonimo di Luigi Colombo) scrissero insieme
Il manifesto della cucina futurista (1930)
e La cucina futurista (1932), preceduta
quest'ultima da un preambolo in cui si afferma che l'umanità si deve alimentare
con nuovissime vivande in cui l'esperienza,
l'intelligenza e la fantasia sostituiscano economicamente la quantità, la
banalità, la ripetizione, insomma una cucina originale e artistica, provocatoria.
Componiamo
un menù futurista, dall'antipasto al dessert.
Iniziamo
con l'Antipasto intuitivo, costituito da cestini
scavati nella buccia dell'arancio e
ricolmi di salame di autentico porco e sott'aceti Cirio, il tutto trafitto
da piccoli bastoni di grissini; ma la novità consiste nei minuscoli biglietti
nascosti nelle ulive farcite che si
sputano, si aprono e si leggono ad alta voce con grande dilettazione degli
astanti; antipasto dunque che unisce il momento gastronomico a quello
ludico e declamatorio in un'atmosfera allegra ed ottimista: malinconia e pessimismo
appartengono infatti ai passatisti, mentre il mangiare per i futuristi
deve essere un'occasione di festa, di espressione delle loro potenzialità
intellettuali nonché della loro ideologia. Nella ricetta citata la pubblicità
all'industria Cirio evidenzia il credo autarchico, tipico delle scelte economiche
del Fascismo. L'autarchia è riaffermata nella divertente polemica attorno
alla pastasciutta, considerata molle ed antivirile, passatista perché appesantisce... lega coi
suoi grovigli gli italiani ai lenti telai di Penelope e ai sonnolenti velieri, mentre è patriottico
favorire in sostituzione il riso, anche per liberare l'Italia dall'importazione
del costoso grano straniero.
Ecco
dunque Tuttoriso: un piatto molto virile nella forma,
in cui il riso è condito con vino caldo legato con fecola e birra calda,
rosso d'uovo e parmigiano; un secondo piatto di riso è costituito dal
patriottico Golfo di Trieste: si cuoce un chilo di vongole sgusciate in una salsa
di cipolle e aglio aggiungendo lentamente il riso, che una volta cotto è accompagnato
da crema alla vaniglia.
Dopo
i primi piatti, arriviamo alla pietra miliare della cucina futurista: il Carneplastico, interpretazione sintetica dei paesaggi italiani. E
una grande polpetta cilindrica di carne di vitello arrostita, ripiena di undici
qualità diverse di verdure cotte. Alla base un anello di salsiccia che poggia
su tre sfere dorate di carne di pollo, un prodigio di equilibrio e d'inventiva
plastico-scultorea. Undici è un
emblematico numero futurista, corrispondente alle undici lettere che compongono
il nome di
F. T. Marinetti.
Non
può mancare l'Aerovivanda, per il riferimento ad un mezzo
di trasporti mitico per i futuristi, simbolo di alta tecnologia, velocità,
dinamismo, competizione: l'aereo (durante gli aerobanchetti le tavole erano
disposte con inclinazioni ed angoli che riproducevano il velivolo). L'aerovivanda, ideata da Fillìa, è un cibo
tattile, perché con la mano destra si mangiano frutti e verdura, mentre con
la mano sinistra si accarezza una tavola di carta vetrata, velluto, seta,
il che crea impressioni e sensazioni di movimento, dinamizzate da rumori,
suoni musicali e profumi.
Come
dessert, si propongono le patriottiche, erotiche, spregiudicate Mammelle italiane al sole, ideate dalla pittrice Marisa Mori: si formano due mezze sfere colme di pasta candita
di mandorle. Nel centro di ognuna si appoggia una fragola fresca. Indi si
versa nel vassoio zabaione e zone di panna montata. Si può cospargere il tutto
di pepe forte e guarnire con peperoncini rossi.
Si
finisce con l'autarchico Caffèmanna:
caffè dorzo abbrustolito, raddolcito con la manna (linfa estratta da
una pianta, lornello, molto diffuso in Sicilia), da servirsi molto caldo
per dar modo ai commensali di raffreddarlo fischiandovi
dentro ognuno le barzellette più congelanti. Anche in questo caso è riaffermato
il valore della festa, dell'allegria conviviale, della sfida alla noia ed
alla ripetitività del conformismo gastronomico passatista.
Allegria
confortata, ovviamente, da vini, birra, spumanti d'Italia.
Foto: Filippo Tommaso Marinetti istruisce la cuoca. Sul fondo si vede un quadro di Boccioni.
Vedi anche: Mostra del Futurismo Corrado Govoni
26
settembre 2001
La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it