Giovanni Episcopo fu scritto a Roma nel gennaio del 1891, dopo quindici mesi di completo riposo intellettuale

D’Annunzio edizioni Rocco Carabba

Opere di d’Annunzio in edizioni Rocco Carabba

 

L'Armata d'Italia, Lanciano, Carabba, 1915 (Scrittori italiani e stranieri)

Nota dell’editore:

«Questi appunti, come il Poeta volle chiamarli, furono per la prima volta pubblicati in articoli nella “Tribuna” tra la primavera e l’estate del 1888, in quest’ordine: 1° Le navi d’Italia (27 maggio) – 2° I capi (18 giugno) – 3° La scelta (20 giugno) – 4° Gli equipaggi (23 giugno) – 5° Gli arsenali (25 giugno) – 6° La leva di mare (27 giugno) – 7° La disciplina (2 luglio) – Epilogo (4 luglio). Nei numeri del 5 e del 6 luglio il Poeta pubblico le Testimonianze.

E in vero, sebbene non mancarono allora dei letterati che sorridessero d’ineffabile superiore sarcasmo, pure quegli articoli ebbero la virtù d’interessare largamente gli intelligenti di cose marinare, sì che quasi subito furono raccolti in un volumetto, edito dallo stesso giornale.

Questo piccolo libro (di 109 pagg. in 8°) andò a ruba, ed ora è irreperibile affatto. Noi, riproducendolo con scrupolosa esattezza, crediamo di far cosa grata a tutti gli ammiratori del d’A. ai quali diamo modo di seguire anche un’altra orma della sua opera ove pur vive lo stesso spirito che l’animò nella esaltazione lirica del Mare, dal Canto Novo al quarto libro delle Laudi.

Fra questi volumi, in cui veniamo raccogliendo le opere giovanili e le pagine che il d’A. con prodigalità principesca lascia sparse e abbandonate, ma che basterebbero alla gloria di dieci cronisti, siamo certi che L’Armata d’Italia, il più piccolo di mole, apparirà a tutti – massime nell’ora che volge – il più grande di contenuto ideale, il più mirabile pel profondo senso della realtà, senso in lui così vivo e preciso, che dà a questi scritti il valore di vaticinio.

Settembre 1915.

L'Editore»

 

Giovanni Episcopo, Lanciano, Carabba, 1914 (Scrittori italiani e stranieri)

Dedica:

«A Matilde Serao

Illustre signora, mia cara amica, questo piccolo libro che io vi dedico non ha per me importanza di arte; ma è un semplice documento letterario pubblicato a indicare il primo sforzo istintivo di un artefice inquieto verso una finale rinnovazione.

Fu scritto a Roma nel gennaio del 1891, dopo quindici mesi di completo riposo intellettuale trascorsi in gran parte fra ozii torpidi ed esercizi violenti dentro una caserma di cavalleria. La persona di Giovanni Episcopo era già stata da me osservata e studiata con intensa curiosità, due anni innanzi. Il filosofo Angelo Conti l’aveva conosciuta per la prima volta nel gabinetto d’un medico, all’ospedale di San Giacomo. Io, quel nobile filosofo e il pittore simbolico Marius de Maria avevamo poi frequentato una mortuaria taverna della via Alessandrina per incontrarci col doloroso bevitore. Alcune circostanze bizzarre avevano favorito il nostro studio. (Angelo Conti a punto aveva provveduto la siringa e la morfina pel povero Batista!) Ma il raro materiale, raccolto con la maggior possibile esattezza, era rimasto grezzo in alcune pagine di note.

Voi, così costante e così fiera lavoratrice, non conoscete forse i gravi turbamenti che porta nella coscienza dell’artefice una lunga interruzione del lavoro. Uscito dalla servitù militare, io durai fatica a riprendere le antiche consuetudini dello spirito, ad acquistare una nozione precisa del mio nuovo stato interiore, a raccogliermi, quasi direi a ripossedermi. Compresi allora come sia profonda e inevitabile su noi l’azione pur degli estranei da cui tante diversità ci separano, e come sia più difficile preservare la nostra persona morale che il nostro corpo dai duri contatti delle moltitudini per mezzo a cui viviamo o passiamo. Nulla, mia cara amica, nulla di quanto crediamo nostro ci appartiene.

Il cavalleggere abituato a stare in sella dieci ore di seguito e a sciabolare in corsa il vento aveva una specie di ripugnanza fisica contro l’immobilità della sedia, contro l’irritante esercizio della scrittura. Alcune settimane plumbee passarono su un malessere indefinibile nel quale spuntavano e si dissolvevano di continuo piccole energie fatue, come le piccole bolle nell’acqua mantenuta in un bollore leggero ma costante da un lento fuoco.

Mi pareva che tute le mie facoltà di scrittore si fossero oscurate, indebolite, disperse. Mi sentivo in certe ore così profondamente distaccato dall’Arte, così estraneo al mondo ideale in cui un tempo avevo vissuto, così arido, che nessuna instigazione valeva a scuotermi dall’inerzia pesante e triste in cui mi distendevo. Qualunque tentativo riescì vano: nessuna lettura valse a fecondarmi. Le pagine predilette, che un tempo avevano provocato nel mio cervello le più alte ebbrezze, ora mi lasciavano freddo. Di tutta la mia opera passata provavo quasi disgusto, come d’una compagine senza vitalità, la quale non avesse più alcun legame col mio spirito e pure mi premesse d’un intollerabile peso. Certi brani di stile, in qualche mio libro di prosa, mi facevano ira e vergogna. Mi parevano vacue e false le più lucide forme verbali in cui m’ero compiaciuto.

Mai artefice ripudiò la sua opera passata con maggiore sincerità di disdegno, pur non avendo ancora in sé l’agitazione dell’opera futura né la coscienza del nuovo potere.

Ma in noi esseri d’intelletto un lavorìo occulto si compie, le cui fasi lente non sono percettibili talvolta né pure in parte dai più vigili e dai più perspicaci. Se sul nostro intelletto pende di continuo la minaccia spaventevole o d’una improvvisa lesione o di una progressiva degenerazione degli organi, in compenso questi medesimi fragili mutevoli organi sono mossi al servizio dell’Arte da attività misteriose e prodigiose che a poco a poco elaborano la materia quasi amorfa ricevuta dall’esterno e la riducono a una forma e a una vita superiori. E l’una e l’altra possibilità, la tragica e la felice, hanno comune il campo oscuro ed immensurabile della nostra incoscienza bruta.

Una sera di gennaio, stando solo in una grande stanza un poco lugubre, io sfogliavo alcune raccolte di note: – materiale narrativo in parte già adoperato e in parte ancora vergine. Una singolare inquietudine mi teneva. Se bene io fossi occupato alla lettura, la mia sensibilità era straordinariamente vigilante nel silenzio; e io potei osservare, nel corso della lettura, che il mio cervello aveva una facilità insolita alla formazione e all’associazione delle immagini più diverse. Non era quella la prima volta che accadeva in me il fenomeno, ma mi pareva che mai avesse raggiunto un tal grado d’intensità. Incominciavo a vedere, in sensazione visiva reale, le apparenze immaginate. E l’inquietudine si faceva, di minuto in minuto, più forte.

Quando lessi sul frontespizio di un fascicolo il nome di Giovanni Episcopo, in un attimo, come nel bagliore d’un lampo, vidi la figura dell’uomo: non la figura corporea soltanto ma quella morale, prima di aver sotto gli occhi le note, per non so qual comprensiva intuizione che non mi parve promossa soltanto dal risveglio repentino d’uno strato della memoria ma dal segreto concorso di elementi psichici non riconoscibili ad alcun lume d’analisi immediata.

Allora quell’uomo dolce e miserevole, quel Christus patiens, si mise a vivere (innanzi a me? dentro di me?) d’una vita così profonda che la mia vita stessa ne restò quasi assorbita.

Mai, signora, mai da creatura terrestre avevo ricevuta una più violenta commozione. Mai avevo assistito a un più alto e più spontaneo miracolo dell’intelligenza: alla perfetta riconstituzione d’un essere vitale nello spirito di un artefice repentinamente invaso dalla forza creatrice. Mai Giovanni Episcopo era stato più vivo.

E con lui Giulio Wanzer, Ginevra, Ciro, il vecchio respiravano, palpitavano: avevano i loro sguardi, i loro gesti, le loro voci, un odore umano, qualche cosa di miserevolmente umano, che doveva rendere indimenticabili i loro aspetti. E ciascun episodio del dramma poteva avere la potenza di suscitare un brivido non somigliante ad alcun altro. E quella corsa del padre e del figlio, sotto il sole feroce, nel silenzio, nel deserto, a traverso i terreni ingombri di macerie, fra le pozze di calce abbacinanti; e quel loro entrare nella casa muta, luminosa e vacua; e quell’aspettazione misurata mortalmente dai palpiti delle loro arterie; e il grido selvaggio, e il fanciullo avviticchiato al gran corpo di quel bruto, e i colpi di coltello in quella schiena possente, e lo schianto, e il gorgoglio del sangue e l’agonia di Ciro, in quella stanza, nel crepuscolo, al cospetto dell’ucciso; e poi, nell’ore che seguirono, il padre solo con quei due cadaveri… Ah, mia cara amica, perché ebbi una sì fiera visione e feci una sì debole opera? Perché su la pagina quel gran flutto di forza si attenuò e si spense?

La mattina dopo, mi misi al lavoro. Lavorai con una strana energia, per alcuni giorni, senza altra interruzione che quella del sonno e dei pasti. E avevo sempre d’innanzi agli occhi viva, specialmente nella notte, la figura di Giovanni.

Ecco, mia cara amica, la genesi di questo piccolo libro che io vi dedico. Penso che troverete qui i primi elementi di una rinnovazione proseguita poi nell’Innocente con più rigore di metodo, esattezza di analisi, semplicità di stile.

Tutto il metodo sta in questa formula schietta: Bisogna studiare gli uomini e le cose DIRETAMENTE, senza trasposizione alcuna.

Ma chi vorrà studiare? Quanti ancora in Italia intendono il significato di un tal verbo? Quanti sentono la necessità di rinnovarsi? Quanti hanno fede nella loro forza e sicurezza nella loro sincerità?

Pure, non mai come oggi fu imperioso il dilemma: O rinnovarsi o morire.

A voi, signora, a voi che ricercando il meglio date in Italia l’esempio di una operosità così virile, dedico dunque un documento pubblicato a indicare il primo sforzo istintivo di un artefice inquieto; il quale tanto è appassionato dell’Arte che non può rassegnarsi a morire.

Ave.

Napoli, nell’Epifania del 1892.

Gabriele d’Annunzio»

 

Il libro delle Vergini, Lanciano, Carabba, 1917 (Scrittori italiani e stranieri)

Nota dell’editore:

«Nel 1883, la Cronaca Bizantina (a. III, n. 10) pubblicava una primizia del Libro delle Vergini di Gabriele d’Annunzio (era un frammento della novella Le Vergini); ma il volume non doveva essere pubblicato che nel 1884, in Roma, dall’editore Angelo Sommaruga, come 3° della Collezione moderna, e dopo che nel Fanfulla della Domenica (a. VI, n. 3, 20 giugno 1884) era apparsa la terza novella della raccolta: Nell’assenza di Lanciotto. Poco dopo la pubblicazione del Libro delle Vergini, nella Cronaca Bizantina del 1° ottobre 1884 (a. IV, n. 19), si leggeva una lettera nella quale vari collaboratori del periodico, e tra essi il d’Annunzio, dichiaravano che “da più mesi non hanno più nulla di comune col sig. A. Sommaruga, coi giornali da lui pubblicati e con ogni emanazione della sua casa editrice”. Stava di fatto che il d’Annunzio, urtato non poco per una orribile copertina che deturpò un certo numero di copie del Libro delle Vergini, aveva coi suoi amici Scarfoglio, Pascarella, ecc., rotto ogni relazione col Sommaruga, giudicando poco prudente e anche poco conveniente rimanere in un’azienda che da esponente di lotte ideali, scivolava a diventar una mediocre agenzia d’affari, non sempre limpidissimi, e di piccoli ricatti cui servivano, fors’anche incoscientemente, le intemperanze di Pietro Sbarbaro. Nel Libro di Don Chisciotte di Edoardo Scarfoglio il lettore potrà trovare non pochi particolari attorno alla parte che il d’Annunzio ebbe nel cenacolo sommarughiano (particolari che troverà anche estesemente nella monografia che al d’A. dedicò Vincevo Morello. (Roma, Soc. Lib. Edit. Nazionale, 1910, nn. 1-2 della collezione: I moderni d’Italia); e nella prefazione alla nuova edizione del volume (Firenze, Quattrini, 1911) troverà altri particolari sulla fortuna e la sfortuna sommarughiana, e sullo scioglimento del cenacolo letterario che dal Sommaruga prendeva nome.

Delle novelle comprese in questo volume, che qui si ristampano di sulla prima edizione sommarughiana, nessuna fu ristampata nella sua forma originaria, salvo la terza, che rivide la luce in un opuscoletto della Biblioteca della Tavola Rotonda (nn. 45-46, Napoli, Bideri, 1892). L’A. non tenne conto d’alcuna d’esse, tranne che della prima, che ristampò a capo delle Novelle della Pescara (Milano, Treves, 1902), abbreviandola e modificandola sensibilmente, e mutandone il titolo da Le Vergini in La Vergine Orsola. Il raffronto, anzi, tra la prima e la seconda versione di codesta novella è di grande interesse, perché mostra chiaramente la trasformazione dell’arte dannunziana. Essa, inoltre, mostra lucidamente l’influenza esercitata dallo Zola sul d’A. nel periodo in cui questi attese alla sua composizione. Guido Mazzoni notò, in proposito: “Continue sono veramente le reminiscenze dello Zola, dai romanzi del quale, più che non dalle sue novelle, traggono queste del d’A. l’origine. È, anzi, di curioso effetto vedere travasate in istile lirico le vive rappresentazioni della Curée e dell’Assommoir: chi ben guardi, Giuliana non è altro che l’Abate Mouret, fatto donna.” E al Mazzoni (cfr. Rivista critica di letteratura italiana, a. I, n. 2, agosto 1884) potrà ricorrere il lettore che desideri conoscere in qual modo la critica accolse, al loro primo apparire in volume, queste novelle dannunziane.

L’Editore»

 

Primo vere, seconda edizione, Lanciano, Carabba, 1913 (Scrittotri italiani e stranieri)

Nota dell’editore:

«Del Primo vere, che fu il primo volume di liriche pubblicato da Gabriele d’Annunzio, vennero fatte, come di altre opere giovanili del poeta, in questi ultimi anni, numerose ristampe, per le quali, uniformemente, fu seguita la edizione in 32°, di pp. 154, stapata in Chieti, nella tipografia di Giustino Ricci, nel 1879. Ciò forse perché alcuno, o ignorandola, o per non imporsi una diligente ricerca, non riuscì ad avere sotto mano l’edizione completa, cioè la seconda, oggi molto desiderata e che, come è detto nel frontespizio, fu dall’Autore “corretta con penna e fuoco e aumentata.” Tal volume, in 32°, di pp. 262, nitidamente impresso in elzeviri, uscì dai torchi di Rocco Carabba, a Lanciano, nel 1880. Delle trenta liriche che son nella prima edizione, solo quattordici passarono nella seconda, la quale di nuove ne conta cinquantanove e in tutto settantatrè. In queste pagine riproduciamo fedelmente appunto la seconda edizione, che è quella accettata dall’Autore, ormai diventata rarissima.

L’Editore»

 

 

(A cura di Fausta Samaritani)

Rocco Carabba editore La Renaissance latine Matilde Serao Saper vivere

31 dicembre 2006

La Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 31 ottobre 2015

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