La canzone
di Garibaldi di Gabriele d’Annunzio
Questa canzone _ in cui si tenta di fondere due elementi di poesia, l’epico e il lirico _ non tanto è fatta per essere letta su le pagine mute quanto per essere ascoltata da una moltitudine libera. Per vivere della sua piena vita musicale ella ha bisogno di passare nella bocca sonante del dicitore. A Torino, a Milano, a Firenze il popolo adunato la raccolse dalla viva voce del poeta; e il grande clamor popolare riempì l’intervallo tra l’una e l’altra serie.
La
ragione della sua struttura e di certe particolarità ritmiche apparirà chiarita,
agli artefici dei versi, da questo intendimento. Il periodo è regolato dalla
legge di un largo e robusto respiro. Talora il numero è soverchiato dall’impeto
dell’onda vocale.
Il
poeta ha preferito al consueto endecasillabo il verso eroico dell’antica
canzone di gesta, formatosi su lo stampo del rozzo verso latino cantato dalla
plebe e dai legionari romani
[i]
. Al quale _ pur mantenendo la costante pausa epica, e facendone
sentire di tratto in tratto la monotonia _ egli ha cercato di conferire varietà
ed efficacia nuove con la vicenda del troncamento e dell’elisione.
Il
primo emistichio si compone di quattro sillabe: la quarta è costantemente
accentata ma può essere seguita da una quinta sillaba atona. Il secondo emistichio
si compone di sei sillabe: la sesta è costantemente accentata ma può essere
seguita da una settima sillaba atona. Per esempio:
In pugno e fa _ d’ogni uomo una virtù
Precipitò _ nella Calabria estrema
Ancora dorme _ la città che ululò
Spesso,
quando il primo emistichio termina con la sillaba accentuata o con due vocali
e quando avviene nella pausa mediana l’elisione della sillaba atona,
il verso ha il perfetto suono dell’endecasillabo consueto. Per esempio:
Già navigò _ dal Faro in gran segreto
La melodia _ dell’obliata pace
Più dolce maggio _ in terra non fiorì
I quali schemi tutti si ritrovano nei nostri poeti delle origini e in Dante, compreso quello con sillaba eccedente. Esempii:
Che crede e no _ dicendo: Ell’è, non è
Dinanzi a me _ sen va piangendo Alì
E seguitò: _ Grato e lontan digiuno
Ver lu nessuno _ contastare non po
Chosì mi diede _ quel bascio mal di morte
Lo grande presgio _ di voi sì vola pari
Bontà di Carlo _ com sua bontà perversa
e
infiniti altri, come in quella Canzone di Don Arrigo di Castiglia, rivolta
a Corradino
[ii]
, composta dopo la battaglia di Ponte a Valle, opera del
XIII secolo; nella quale la pausa epica è frequentissima.
Allegramente _ e con grande baldanza
voglio dimostrare – lo tinore del mio stato,
poi di perdente – sono in grande allegranza,
e spero di melglio _ essere meritato
Di ciò ch’a fatto _ il mio bono savere
di bona fede – e con pura leanza;
ond’io mi vegio _ salire i l’alegranza:
bono soccorso _ fa Dio a bono volere…
Come
nelle antiche canzoni di gesta e nei rifacimenti italiani, questi versi sono
legati dall’assonanza in lasse
[iii]
di varia lunghezza: tutti i versi, ond’è formata
una lassa, hanno nell’ultima sillaba tonica la medesima vocale.
Soltanto
nel primo verso di ogni lassa è segnata con uno spazio la pausa, perché il
dicitore vi ponga mente e nel séguito la renda or più or meno forte variandola
secondo l’arte del suo dire.
[iv]
Non
vanamente il poeta nella sua Canzone invoca la “Verità cinta di quercia”;
ma poi dinanzi ai nomi del giovinetto Morosini
[v]
e dei due fratelli Dandolo egli ha voluto credere _ precorrendo
la Leggenda futura _ che l’uno discendesse dal Peloponnesiaco e gli
altri fossero gli estremi nepoti dell’espugnatore di Costantinopoli.
È bello immaginare quel bagliore subitaneo dell’antica gloria veneta
su le mura sanguinose di Roma.
Queste
Note si trovano come poscritto all’edizione de La canzone
di Garibaldi di Gabriele d’Annunzio, pubblicata a Milano, dai Fratelli
Treves, nel 1904. Stese con ogni probabilità dallo stesso d’Annunzio,
dimostrano l’attenzione del Vate nei confronti dell’architettura
della sua poesia che, in questo caso, aveva anche scopo didattico e doveva
essere declamata di fronte ad un uditorio “popolare”. Da notare
il parallelismo con l’epica della Chanson de geste. Nel tardo autunno
dell’Ottocento, “goticizzare” era di gran moda, sull’onda
della riscoperta dei pittori “primitivi”. Dante Gabriele Rossetti,
pittore e poeta, ideò un parallelo tra letteratura e pittura in simboliche
e preraffaellitiche rappresentazioni cromatiche della Vita Nova,
oggi alla Tate Gallery; il preraffaellismo, in letteratura, contagiò
anche il giovane d’Annunzio nell’Isotteo e nel Poema
paradisiaco. Citazioni o sfatti grafismi trecenteschi tornano nei sonetti
di d’Annunzio su Pistoia nelle Città del silenzio (dove
è citato Cino da Pistoia) e nei recitativi della Francesca
da Rimini (dove si favoleggia di un incontro tra Guido Cavalcanti e Paolo),
come tardo omaggio alle forme aristicratiche dello Stil Novo. (f. s.)
La Repubblica
Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it
[i]
[i]
Non è la prima volta che d’Annunzio conferisce
ai suoi versi un sapore “falso antico”. Qualche anno prima aveva
composto in francese dodici Sonetti cisalpini, ispirati, pur con
qualche neologismo, ai trovatori francesi della Chanson de Geste.
[ii]
Corradino di Svevia, figlio di Corrado IV, venne
in Italia ad aprile 1267, per combattere contro re Carlo d’Angiò.
Acclamato a Roma imperatore, fu sconfitto a Scurcola il 23 agosto 1268 e
decapitato il 29 ottobre.
[iii]
Lassa:
nella poesia epica francese e spagnola del Medioevo è la strofa formata
da un numero variabile di versi uguali, decasillabi o endecasillabi. Nella
poesia italiana è formata talvolta da ottonari o da alessandrini con identica
rima.
[iv]
Come esempio dello spazio che nel primo verso segna
la pausa, si rimanda qui alla XVII lassa, che inizia: Villa Corsina, Casa dei Quattro Venti, / fumida prua del Vascello protesa / nella
tempesta, alti nomi per sempre / solenni come Maratona Paltea / Cremera,
luoghi già d’ozii di piaceri / di melodie e di magnificenze
[v]
Morosini e i fratelli Dandolo erano tra i Mille.