Piccola psicologia pratica di un Autore del Settecento

Caratteri morali di Gaspare Gozzi. Parte I

Caratteri e ritratti morali

di Gasparo Gozzi

 

PARTE PRIMA

Prendesi per sostanza l’apparenza

 

Lisandro, avvisato dallo staffiere che un amico viene a visitarlo, stringe i denti, li diruggina, i piedi in terra batte, smania, borbotta. L’amico entra: Lisandro si acconcia il viso; lieto e piacevole lo rende; con affabilità accoglie, abbraccia, fa convenevoli; di non averlo veduto da lungo tempo si lagna; se più diffiderà tanto, lo minaccia. Chiedegli notizia della moglie, de’ figliuoli, delle faccende: alle buone si ricrea, alle melanconiche si sbigottisce: ad ogni parola ha una faccia nuova. L’amico sta per licenziarsi: non vuole che vada sì tosto. Appena si può risolvere a lasciarlo andare. Le ultime sue voci sono: ricordatevi di me: venite: vostra è la casa mia, in ogni tempo. L’amico va. Chiuso l’uscio delle stanze, maledetto sia tu, dice Lisandro al servo. Non ti diss’io mille volte che non voglio importuni? Dirai da qui in poi che io sono fuori. Costui nol voglio. Lisandro è lodato in ogni luogo per uomo cordiale. Prendesi per sostanza l’apparenza.

 

Cornelio poco saluta; salutato, a stento risponde: non fa interrogazioni che non importino; domandato, con poche sillabe si sbriga. Negli inchini è sgarbato, o non ne fa: niuno abbraccia: per ischerzo mai non favella: burbero parla. Alle cerimonie volge con dispetto le spalle. Udendo parole che non significano, si addormenta o sbadiglia. Nell’udire le angosce di un amico si attrista, imbianca, gli escono le lagrime. Prestagli, al bisogno, senza altro dire, opera e borsa. Cornelio è giudicato dall’universale uomo di duro cuore. Il mondo vuole maschere ed estrinseche superstizioni.

 

Il cervello di Quintilio si nutrisce di giorno in giorno come il ventre. La sostanza entratagli negli orecchi ieri trovò lo sfogo nella lingua: rimase voto la sera. Stamattina entra in una bottega; domanda se c’è di nuovo. L’ode: di là si parte, va in altri luoghi, lo sparpaglia. Fa la vita sua a guisa di spugna; qua empiuta colà premuta. Prende uno al mantello perché gli narri, un altro perché l’ascolti. Spesso si abbatte in chi gli racconta quello che avrà raccontato egli medesimo: corregge la narrazione, afferma che ell’è alterata; non perché abbia alterazione ma per ridire. Se due leggono in un canto una lettera struggesi di sapere che contenga; conoscendoli, si affaccia; se non li conosce, inventa un appicco per addomesticarsi. Due che si parlino all’orecchio, fanno che egli volta l’anima sua da quel lato, e non intende più chi seco favella. Interpreta cenni, occhiate; e, se altro non può, crea una novella, e qual cosa udita la narra. Quintilio, come una ventosa sarebbe vacua, se dell’altrui non si impregnasse.

 

Più volte vedesti Sergio: fosti in sua casa: egli teco parlò, teco rise teco si addomesticò. Seppe chi tu eri: ne avesti grazie, accoglienze, lodi, promesse di amicizia. Di là ti partisti contento. Lo trovasti ieri per via; gli ti rappresentasti lieto, con un inchino, e con una faccia domestica. Chi sé tu? disse aguzzando le ciglia in te. Gli dicesti di nuovo il tuo nome, il casato. Sergio ha corta veduta e memoria debole. Se nulla gli occorrerà dell’opera tua un giorno, avrà occhi di lince, memoria di tutto.

 

Chi crederebbe che Giulio non avesse affettuoso cuore? Le mie calamità sofferente ascolta. Sospetto di lui, perché ad ogni caso ne ha uno egli ancora. Se la gragnuola ha disertato [reso simile ad un deserto] i miei poderi quest’anno, dopo due parole di condoglianza dette in fretta, mi narra che cinque anni fa, un cresciuto fiume atterrò la sua villa. Ho la moglie inferma? compiange le malattie, e mi dice che gli morì in casa un servo. Mi è caduta una casa? ne ha ristorata una sua pochi mesi fa. Sono stato derubato? maledice i ladri e dice che ha cambiate le chiavi del suo scrigno per dubbio. Quanto dico a Giulio, gli sollecita l’amore di se medesimo.

 

Silvio si presenta altrui malinconico. È una fredda compagnia; fa noia. Va a visitare altrui: ma nol trova in casa. Vuol parlare: è quasi ad ogni parola interrotto. Come uomo assalito dalla pestilenza è fuggito. Ha buon ingegno; ma non può farlo apparire. I nemici suoi dicono che non è atto a nulla; i malevoli, al vederlo nelle spalle, si stringono. Non è brutto uomo; e le donne dicono che ha un ceffo insofferibile. Al suo ragionevole parlare non vi ha chi presti orecchio: starnuta, e non vi ha chi se ne avvegga. Silvio non ha denari.

Gasparo Gozzi

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Questo brano, tratto dal periodico settecentesco “Osservatore Veneto”, fu pubblicato su L’Illustrazione Popolare”, volume XI, n. 4 (22 novembre 1874), pp. 58-59.

 

31 dicembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 27 ottobre 2015

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