Mal di vivere in Giacomo Leopardi 2001

di Vincenzo Laforgia

Mancò a Giacomo Leopardi la capacità di applicarsi ad una meditazione fredda e serena, di sollevarsi verso la ricerca oggettiva di una verità metafisica. Tutte le sue riflessioni si complicano o si identificano con stati d’animo, con emozioni più o meno violente. In parte queste condizioni psichiche si indirizzano alla ribellione contro la realtà circostante, contro gli uomini e il destino. Sempre più radicale fu il suo contrasto con la società, da cui si sentì escluso e deriso. Più di ogni altra posizione intellettuale, più di ogni altra appassionata visione, emerge il pessimismo dalla sua opera in versi e in prosa, dai Canti come dalle Operette morali, dallo Zibaldone come dai Pensieri. Il processo va dalla considerazione della sua personale infelicità al riconoscimento della infelicità, come cifra costante nella storia di tutti gli uomini, fino all’estensione di così amara verità alla vita universale.

Del pessimismo individuale, o personale, è traccia nella corrispondenza con Pietro Giordani, al quale Leopardi scrive nel 1821 di essere escluso dalla speranza e dal timore, escluso da’ menomi [minimi] e fuggitivi piaceri che tutti godono. Il pessimismo si riconosce anche nel canto Il passero solitario, concepito nel 1819, ma composto più tardi. Il poeta vede il suo stesso comportamento, o costume, nel passero che assiste pensoso e appartato alla letizia degli altri uccelli, nella gaiezza della primavera. Come il passero, egli vive schivo di ogni compagnia, non riesce ad inserirsi nella spensieratezza degli altri, non cura il sollazzo, il riso, l’amore, che pure sono compagni della giovinezza, e se ne resta romito e strano al suo stesso luogo natio. Questa visione della angoscia personale si estende alla meditazione sulla infelicità di tutti gli uomini, sulla loro disperata ricerca di una felicità ignota (come dice in Storia del genere umano, la prima delle Operette morali), sulle terribili leggi che regolano la vita. Queste riflessioni rappresentano il "pessimismo storico" leopardiano.

In principio egli vide la Natura benigna, provvida, affettuosa perché dà all’uomo quelle forti illusioni da cui nascono le virtù. Quando la ragione cominciò a svelare all’uomo la sua triste condizione, il dolore che accompagna il suo cammino, gli ameni inganni di Leopardi cominciarono a tramontare. Solo gli uomini primitivi ebbero il privilegio di vivere felici, perché non si ribellarono alle leggi della Natura, pietosa e amorevole madre. Nel conflitto fra la ragione, che tentava di rompere la serenità e la semplicità dei primitivi, e la Natura, l’uomo provò l’angoscia del suo anelito verso una qualche soluzione. Credette di trovarla nel Cristianesimo, come in altre religioni o nelle filosofie, ma ne ricavò sempre delusione e dolore. Leopardi spinge più oltre ancora la sua riflessione e, mentre inizialmente credeva che l’origine del male fosse insita nella storia, che era stata un progressivo sottrarsi degli uomini alle leggi della Natura, affidandosi alla ragione ora egli indaga ancora nella storia degli uomini primitivi, che aveva in primo tempo creduto felici. Tali Leopardi li aveva giudicati, in Alla primavera, o delle favole antiche e nell’Inno ai patriarchi. Ma il suo pensiero filosofico è sempre in fermento, evolve, si dispiega verso più ampi orizzonti. Scopre che l’infelicità fu sempre presente, in tutte le età del mondo. L’uomo è inguaribilmente egoista e per sua stessa natura aspira al piacere. A questo giudizio Leopardi pervenne grazie a posizioni sensiste, secondo le quali la vita si muove fra i due poli del piacere e del dolore. Ma la brama del piacere non soddisfa mai: quando l’uomo ne ha raggiunto un grado, aspira ad un piacere più intenso. Dalla insoddisfazione costante deriva inevitabilmente la costante infelicità. E se dunque il male non viene dalla storia, dato che l’uomo è infelice fin dai primordi della sua esistenza sulla terra, senza dubbio viene dalla Natura, non benigna e consolatrice, ma matrigna e ostile.

Si innesta su quello "storico" il "pessimismo cosmico" leopardiano. L’uomo può anche credere che gli animali siano liberi dal dolore, perché è portato a vedere nella sorte altrui quella serenità che a lui non è data, ma tornerà a ricredersi. Il pastore errante dell’Asia ritiene beato il suo gregge, perché non soffre il tedio che assale lui: pensa che forse, nato uccello, vivrebbe beatamente. Poi riconosce che a tutti nascere è sventura. E’ la stessa idea presente nel Dialogo della Natura e di un Islandese, nel quale la Natura si dichiara indifferente alla sorte delle sue creature, e più chiaramente in uno dei Pensieri, in cui Leopardi scrive che tutto quello che esiste, è male e volto al male: l’ordine, lo stato, le leggi, l’andamento dell’universo sono tutti diretti al male. Desolatamente egli annota nel 1826 che anche in un giardino, quanto si voglia ridente, il nostro sguardo incontra la sofferenza: la rosa è offesa dal sole, il giglio succhiato da un’ape, gli alberi sono tormentati dagli insetti; una pianta ha troppa luce, un’altra troppa ombra, o troppo freddo, o troppo caldo. Anche la fanciulla sensibile e gentile spezza gli steli delicati. La gioia che spira dai giardini non è reale: reale è la tristezza di tanto dolore. E per tutti sarebbe meglio non essere, che essere.

La genesi e lo sviluppo del pessimismo non furono tuttavia lineari, come qui descritti e schematizzati. Giacomo Leopardi non costruì un sistema filosofico organico ed unitario, perché il suo pensiero è in perenne evoluzione, sulla traccia di argomentazioni tratte da Jean-Jacques Rousseau. Nel Dialogo della Natura e di un’Anima, egli ancora giudicava innocente la Natura. Il sarcasmo contro il suo tempo e il concetto di Natura come male, finirono per prevalere.

Vincenzo Laforgia

Vedi anche: Congressi 2002. AIPI

20 Gennaio 2001

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