L’Adamo

tragedia in versi di Giambattista Andreini

Ricerca di Fausta Samaritani

 

Nella rara edizione del 1913, apparsa nella collana “Scrittori nostri” dell’editore Rocco Carabba di Lanciano, Ettore Allodoli così presentava L’Adamo, tragedia seicentesca in quattromila versi composti da Giambattista Andreini:

           

            […] Fra le tante commedie e tragedie di stampo regolare classico, fra le interminabili agnizioni e le catastrofiche uccisioni e i soliti tipi stereotipati e i soliti caratteri del teatro del cinque e seicento, questo Adamo tiene luogo non indegno per la nobiltà degl’intenti che mossero l’affaticato suo autore a togliere al suo tempo e al suo pane qualche ritaglio per fondare quello ch’egli diceva con bella e larga parola il Teatro dell’Anima. In una sfera veramente superiore questa sia pur lunga troppo e rettorica tragedia, questi quattromila versi ripieni di antitesi e di sforzi stilistici doverono trasportare gli aristocratici lettori della corte franco-italiana di Maria de’ Medici, alla quale il concittadino poeta, nell’atto di partire d’Italia per la Francia, volle dedicare la sua ponderosa fatica. Il gran merito di essa è la forza e in certi punti la barbara durezza onde i diavoli, gli angeli e le prime creature parlano: parlano, non operano: ché i personaggi son qui forme liriche del pensiero del Poeta. Ma questa durezza e questa forza son troppo spesso limitate e ammorbidite dall’artificiosità cortigiana entro la quale è sforzato e delineato il gran dramma dei primi misteri delle origini umane. Ed Eva parla non raramente con quella svenevolezza preziosa che doveva esser poco più tardi cara alle donne di Francia, e Lucifero e i diavoli contengono troppe volte la bestiale lor rabbia contro il genere umano in frasi tornite, leziose, studiate. Qua e là spunta tra gli sdruccioli e i settenari rimati quasi un’aria da canzonetta: tra i prosastici sciolti del Trissino e la musicalità del melodramma metastasiano prende un posto intermedio questo Adamo cui il suo autore volle dare l’appellativo di Sacra rappresentazione, forse per evitare alla sua opera la fredda prigione nella Bastiglia neo-classica delle unità drammatiche di tempo, di luogo, d’azione. Son esse obbedite sì nella tragedia dell’Andreini ma in una maniera indeterminata e vaga, favorita dall’ambiente sovrannaturale entro cui i personaggi si muovono.

 

Giambattista Andreini (Firenze 1578 ca. _ Reggio Emilia 1654) era figlio d’arte: suo padre Francesco (1548 ca. _ 1624) ideò la maschera di Capitan Spaventa di Vall’Inferno e fu capocomico della Compagnia dei Gelosi e sua madre, la padovana Isabella Canali (1562 _ 1604), creò il personaggio dell’Innamorata della Commedia dell’Arte che divenne noto col suo nome. Giambattista, giovane attore nella Compagnia dei Gelosi col nome di Lelio, entrò più tardi a servizio dei Gonzaga di Mantova e fondò e diresse la Compagnia dei Fedeli. Pubblicò nel 1603 La Florinda, nel 1613 L’Adamo, in una edizione impreziosita dalle incisioni di Carlo Antonio Procaccino e nel 1617 La Maddalena lasciva e penitente che fu musicata da Claudio Monteverdi. A Parigi, nel 1622, uscì La Centaura, un soggetto a metà tra il comico e il serio, presentato in tre versioni: per commedia, per pastorale, per tragedia. Scrisse una serie di commedie piacevoli e licenziose, in gran parte derivate da composizioni a soggetto. Sposò in prime nozze Virginia Ramponi (Milano 1583 _ Bologna? 1630 ca.), nota col nome di Florinda, che cantò nell’Arianna di Rinuccini, su musica di Monteverdi.

 

L’Adamo fu ripubblicato a Milano nel 1617 da Bordoni; seguirono le edizioni di Perugia nel 1641, di Modena nel 1685, di Venezia nel 1818, di Lugano nel 1834 e di Milano nel 1855.  Nella dedica alla regina di Francia Maria de’ Medici, Andreini scriveva: «[…] porto meco un riparo celeste, col quale mi presento umilmente innanzi a V. M. ed è la presente Opera intitolata L’Adamo, poetica imitazione da me composta fra l’ore più libere de gli esercizi soliti della Commedia.» Nella dedica Al benigno lettore Andreini confidava certe sue perplessità: «Difficile per non sapere in che stile dovesse parlare Adamo, perché, riguardando al saper suo, meritava i versi intieri, grandi, sostenuti, numerosi. Ma considerandolo poi Pastore ed albergatore de’ boschi pare che puro e dolce esser dovesse nel suo parlare, e m’accostai perciò a questo di renderlo tale più ch’io potessi con versi interi e spezzati e desinenze.» Questo Adamo non è trafitto da senso di colpa, anche se consapevole delle conseguenze della sua trasgressione: scaccia quindi tutte le altre tentazioni e dall’idea di peccato originale ricava una promessa di redenzione che si realizzerà con la venuta di Cristo, la civiltà cristiana e la gloria della Chiesa di Roma. 

Sul plagio che Milton avrebbe commesso con il suo Paradise Lost (Il Paradiso perduto) i critici sono divisi: è probabile che l’inglese abbia letto e anche che abbia assistito alla rappresentazione de L’Adamo dell’Andreini, durante il viaggio in Italia del 1638. Il più accanito sostenitore del plagio è stato Voltaire. L’Adamo di Milton è proteso verso una redenzione che dovrà avvenire non attraverso la sola penitenza, ma grazie a faticose conquiste dello spirito, poiché la gloria della Divinità coincide con la salvezza dell’uomo.

 

L’Adamo

Prologo

Coro d’Angeli cantanti la gloria di Dio

 

A la lira del Ciel Iri sia l’arco,

Corde le Sfere sien, note le Stelle,

Sien le pause, e i sospir l’aure novelle,

E ’l Tempo i tempi a misurar non parco.

 

Quindi a le cetre eterne al novo canto

S’aggiunga melodia, e lodi a lode,

Per colui ch’oggi ai Mondi, ai Cieli gode

Gran Facitor mostrarsi eterno e santo.

 

O tu che pria che fosse il Cielo e il Mondo

In te stesso godendo e Mondi e Cielo,

Come punt’or da sacrosanti teli

Versi di grazie un Oceàn profondo?

 

Deh tu ch ’l sai, grande Amator sovrano

Com’han lingua d’amor l’opre cotante,

Tu inspira ancor lodi canore e sante,

Fa’ ch’a lo stil s’accordi il cor, la mano.

 

Ch’allor n’udrai l’alt’opre tue lodando

Dir che festi di nulla Angeli e sfere,

Cielo, Mondo, pesci, augelli, mostri e fere,

Aquile al Sol de’ tuoi gran rai sembrando.

 

18 giugno 2006

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