Verdi rami della nostra letteratura

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Gian Gaspare Napolitano I racconti della dolce vita, con prefazione di Giovanni Russo, Roma, Edizioni Studio 12, 2005.

Accade talvolta che la memoria della critica sia miope e corta: questo è accaduto, ad esempio, all’opera di Gian Gaspare Napolitano, raffinato autore di racconti romani e abruzzesi, inviato di guerra su vari fronti, drammaturgo nella stagione futurista e più tardi regista di documentari cinematografici come Magia verde, girato a colori in Amazzonia nel 1953, viaggiatore instancabile e testimone della vita in lontani paesi, un “italiano nel mondo” che incontrava anche italiani emigrati nel mondo, morto a soli 59 anni, a gennaio 1966. Saltuarie e prive di una visione organica sulla sua intera opera sono stale le edizioni postume dei suoi scritti: Un colpo di Luna (Bompiani, 1967), Magia rossa (Mondadori, 1968), La mia Capri (Il Ventaglio, 1980), In guerra con gli Scozzesi (Sellerio, 1985).

Dal 1930 al 1932, come inviato di punta della «Gazzetta del Popolo», Napolitano fa il Giro del Mondo; in seguito pubblica i suoi reportage su «Il Giorno», «Omnibus», «Prospettive», «Il Piccolo», «Il Mondo», «L’Illustrazione Italiana», «Il Messaggero», «Corriere della Sera». Tra gli anni Cinquanta e Sessanta era un protagonista, a Parigi, della vita notturna che si svolgeva tra caffè letterari e cabaret e, a Roma, della dolce vita in via Veneto e dintorni. Fellini lo sceglie come traduttore in inglese del suo film La dolce vita. Ai tavoli del caffè Rosati, dove Napolitano tira le ore piccole in compagnia di Carlo Mazzarella, Piero Accollti, Luigi Barzini jr. e davanti ad un bicchiere di whisky Ballantine, nasce nella sua mente l’idea de I racconti della dolce vita, ambientati in una Roma borghese, sonnolenta, pigra e un po’ segreta, dove i personaggi sono ispirati a persone vere. Il tono è un po’ Hemingway, un po’ Raymond Carter, cui dobbiamo il minimalismo. «La serata buttava male, fredda e con una tramontana che spaccava la pelle in faccia, una di quelle notti che cacciano a letto i romani peggio di quando piove»: questo è l’incipit del primo racconto Una rolleyflex tutta d’oro. In questa Roma notturna e sferzata dal vento i paparazzi non trovano di meglio che fotografare Mister Muscolo, «un attore vegetariano che non fa notizia». Argomento del racconto L’Acquario è una stressante e sudatissima maratona di danza che si svolgeva in un locale, trasformato in acquario, che «puzzava come una foresta tropicale» e dove troneggiavano «un pesce mostruoso, con la bocca aperta piena di denti sottili e sporgenti, lungo come un serpente e luminoso» e una imponente tartaruga delle Galapagos che «inclinava la testa e faceva segno di sì, movendo il collo rugoso». Di fronte a clienti diradati e distratti, assonnati i ballerini si dimenavano in passi di danza sempre più goffi e sgraziati, «fradici come se fossero caduti a sedere in una pozzanghera». Meglio di no è un incontro tra due ex fidanzati, divenuti estranei l’uno all’altra e che trascorrono insieme una mezza giornata, trascinandosi un po’ impacciati tra la Casina delle Rose e una vecchia osteria a Tor di Quinto. Qui accade un episodio inaspettato che tinge di giallo il racconto e scopre la triste e angosciosa esistenza della donna, ancor giovane ma già segnata da profonde crisi esistenziali.

(f. s. 2/6/2006)

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