Da una parte gridare al vecchiume, alle fantastiche nuvolaglie, ad esaltare i concetti moderni, le indagini positive; dall’altra dispregiare con facile superbiuzza le sgobbonerie, ed inneggiare alle ricerche ingegnose delle personalità artistiche, dei momenti psicologici, e quindi alle sintesi geniali

Insegnamento della letteratura italiana secondo Giovanni Gentile

 

Insegnamento della letteratura italiana
Di Giovanni Gentile

Con questo titolo è comparso nel fasc. del 5 novembre ultimo della “Nuova Antologia” un articolo di Domenico Gnoli; nel quale, rifacendosi la storia della critica letteraria in Italia prima e dopo il ’60, ed esponendosene le condizioni presenti e il metodo e il fine per rispetto all’insegnamento, se ne vuol dimostrare le conseguenze non buone per l’andamento delle lettere nostre; e si propone quindi seriamente una riforma, che ci faccia un po’ tornare all’antico, ai metodi quasi, de’ nostri vecchi maestri d’eloquenza, perché s’impari ancora, come una volta, a scrivere bene, ad intender l’arte, ecc. ecc.
L’articolo, com’era naturale, doveva far presa nell’animo di molti; ed infatti ha trovato subito l’eco nel “Fanfulla della Domenica”; dove Carlo Segrè (1) lo ha proclamato sodo, vibrato e coraggioso, e, tenendovi bordone, ha rincarato la dose con assai poco di temperanza, contro quest’altra influenza della Germania. Ho detto – com’era naturale –, poiché le idee e i sentimenti dell’articolo son pure le idee e i sentimenti, che tuttodì ci si sente d’intorno esprimere sul conto di questa critica pedantesca (come la chiamano), dalla quale si teme fin di vedere disseccata e inaridita ogni fonte d’arte e di poesia in questo secolo, che volge tristemente al suo termine. Però è parso coraggioso l’atto dello Gnoli; e però io credo di doverne intrattenere alquanto i lettori dell’“Helios”.
I quali pure sapranno che un metodo qualunque, in arte o in scienza, quando abbia le sue storiche ragioni e risponda a bisogni veri dell’una e dell’altra, non si preoccupa affatto del sentimento comune e dell’opinione volgare; quantunque vi debba talvolta guardare, per non esserne inceppato, per richiederne, anzi, quel convinto consentimento, che ispiri fiducia per l’avvenire. Or quello che ha detto lo Gnoli sull’importante giornale, e si va da molti ripetendo fiocamente in parecchie riviste letterarie e in certi lavori critici, è degno pure di nota, perché atto a traviare molti giudizi, lasciandosi indietro, come fa, molte considerazioni e non rendendosi conto di tutti i fatti.
Prima di tutto bisogna intendersi bene. Si parla di critica, e si fa subito questione di metodo psicologico ed estetico e di metodo storico; ed ecco da una parte gridare al vecchiume, alle fantastiche nuvolaglie, ad esaltare i concetti moderni, le indagini positive; dall’altra dispregiare con facile superbiuzza le sgobbonerie, ed inneggiare alle ricerche ingegnose delle personalità artistiche, dei momenti psicologici, e quindi alle sintesi geniali.
Gli uni vanno ridendo degli ardimenti presuntuosi, che svaniscono spesso in fumo e incorrono anche in cantonate solenni; e gli altri badano a ripetere con aria pietosa: – Oggi si è ridotta la critica ad analisi, analisi e sempre analisi; ma per l’analisi, perdinci, abbiamo la chimica! – queste precise parole a me è toccato di sentire in una conversazione da un letterato molto chiaro in Italia, e poeta anche.
Il vero è che dall’una e dall’altra parte si fa gran confusione di cose disparatissime, non avvertendosi che si tratta di due offici della critica così diversi fra loro e così indipendenti, che più non lo sono due branche speciali della medicina; le quali pure si occupano tutte e due dello stesso oggetto, del corpo umano: sarà l’una o l’altra più utile, più degna di essere coltivata? Chi si propone questa domanda non ha della medicina un concetto men chiaro di quel che parrebbe avessero della critica i fieri avversari dei due metodi.
Non io starò a ripetere, né a riassumere quanto a tal proposito ha discusso e dimostrato quel fine ingegno napolitano, che è Benedetto Croce, in un suo libro recente (La Critica Letteraria – Questioni teoriche – Roma, Loescher, 1895), che fece tanto rumore, e al quale egli avrebbe voluto apporre per motto la parola “distinguo”. E si tratta in vero di una pura e semplice distinzione, la cui difficoltà però oltrepassa d’assai la perspicacia e la cultura dei più.
Vi ha, dunque, critica storica e vi ha critica estetica; ed è vero che oggi predomina la prima in tal indirizzo, che lo Gnoli crede si possa soltanto spiegare e anche in parte giustificare come reazione alla vecchia vacuità accademica. La reazione c’è, ed era necessaria, come necessario è il seguire dell’effetto alla sua causa; ma è reazione buona o cattiva e, sovrattutto, è reazione esagerata o ragionevole? A sentire i nuovi critici, tutti i giovani seguaci del metodo storico, cioè, tutti quelli che si mettono a ricercare e frugare con costante pazienza e con istudio amoroso attraverso a certe forme inesplorate o non del tutto note della nostra letteratura, han dimenticato sulle panche delle scuole elementari la grammatica e la rettorica su quelle delle secondarie; le han dimenticate, affaccendati, come sono, fra gl’incunaboli delle biblioteche e i manoscritti degli archivi. Epperò da questi ima fundamenta  dovrebbe rifarsi l’insegnamento universitario. Che la grammatica e l’arte dello scrivere, dato che si possano imparare per maestri, si possono anche dimenticare presto e quando men si dovrebbe, cioè, quando si tratta di cose letterarie, è cosa che tutti potranno facilmente ammettere; ma nessuno, che abbia qualche notizia di certi mostriciattoli di critica estetica, ne vorrà attribuire tutta la colpa al povero calunniato metodo storico. Del resto, in quale Università del regno s’è fatta la bella scoperta, che si scrive e si vede accolta una tesi di ricerche nel campo della letteratura italiana, senza che si badi affatto alla grammatica e alla lingua che vi sono per entro? Per l’amore di Dio, ricordiamoci almeno del nostro decoro, e non diciamo più male di noi, di quanto ne meritiamo!
Studiar la grammatica sempre, e metter da canto questa, che voi chiamate scienza? Restar dietro alla lingua, per lasciar in perpetuo agli stranieri la storia nostra? Comprendo come ai tempi, cui Domenico Gnoli si riferisce, si potesse accorrere all’insegnamento di un Antonio Rezzi (2), morto contento per la speranza di trovare in paradiso il suo Marco Tullio; ma non dimentico il De Sanctis, che giovane ancora, insoddisfatto del Puoti, istituisce anche lui la sua scuola, né l Villari (3), l’altro valoroso discepolo, che in uno scritto famoso ci narra come egli profittasse delle cure liberali dell’illustre marchese. Ma non di quei puristi si vuol parlare; il purismo è morto, né, per fortuna, si può pensar che resusciti. Al De Sanctis, invece, si appellano i sostenitori di questa causa “giusta e sacrosanta”, al suo metodo che ci dovrebbe un’altra volta alzare gli spiriti ad intendere i nostri sommi. Ma costoro non ricordano, parmi, che testamento abbia lasciato quel vero maestro della nostra critica, proclamando l’obbligo di esplorare a parte a parte, pezzo per pezzo, tutto il campo della nostra storia letteraria, consigliando di smettere per qualche tempo il pensiero di scrivere un lavoro generale – che non poteva non riuscire superficiale e affrettato – e darsi agli studi preparatori e alle monografie particolari (Nuovi saggi, p. 250; Croce, op. cit., p. 109); dimenticano poi di quanto consiglio ed aiuto fosse largo al suo amico Adolfo Gaspary (4) che tedesco, ci ha scritto la più erudita storia della nostra letteratura dei primi secoli.
Si vuole lasciar respirare a larghi polmoni, lasciar sollevare di suoi frantumi, fra i quali la minuziosa pedanteria dei maestri fa aggirare la mente dei giovani, talvolta capaci “di abbracciare i larghi movimenti della nostra vita letteraria”. Nobile desiderio: se non che quegli solo, che mostrò fra noi la vera vigoria d’ingegno necessario alle ampie sintesi, quegli, che tutti ricordano a ogni momento, assai più vegliò sugli scrittori tutti di ogni secolo, che non credano molti giovani, non so se più presuntuosi o poltroni, fidenti in una disposizione naturale, spesso soltanto presunta, i quali vorrebbero a un tratto rifare il mondo co’ parti spontanei del loro ingegno, e sorridono innanzi ai severi e laboriosi ricercatori, che non intenderanno mai nulla. Il guaio è che la sintesi non viene che dopo l’analisi: e cominciare dalla sintesi si fa opera tanto inutile, che deve necessariamente rifarsi, quanto si pensa a tornar da capo e a cominciar dall’analisi. Ora fra tante preoccupazioni, che agitano la vita moderna e la nostra, specialmente, in Italia, non è davvero il tempo delle chiacchiere; e rattrista il vedere sovente opuscoli e volumi, per lo più di giovani, annunziati da titoli risonanti e superbi, dai quali nulla si raccoglie che valga la pena di averli letti, la spesa di averli comprati: ma…, e la fatica e la spesa degli autori? Si conforterebbero essi col sogno della gloria? Parliamo sempre di genio latino più atto al fare utile che al pensare ozioso: e poi ad ogni ora ci affrettiamo a smentirlo.
Ancora: nelle università nostre dalla cattedra di lettere italiane si insegnan soltanto le sottigliezze filologiche, le indagini minuziose, il modo, insomma, di farsi eruditi? Così par che credano lo Gnoli e il Segrè; così non diranno quanti frequentano le nostre Facoltà e ne sanno giudicare con equità e competenza. A me ora non tocca parlare dei nostri maggiori critici viventi; né posso quindi intrattenermi sul loro insegnamento. Ma pure del compianto Bartoli, che è stato indicato come capo di questo novo e imperfetto indirizzo, quanti avran letto le opere senza pregiudizi e senza preoccupazioni, non vi avranno certamente trovato tutto quell’aridume, che poi, come professore, non si sa perché, avrebbero dovuto comunicare alle menti dei giovani studiosi. Qui avrei a discorrere di quel che si propone e di quel che potrà conseguire questa critica storica; mostrare se essa è soltanto scienza, come si dice, ovvero se è essenzialmente congiunta coi destini dell’arte; ma andrei troppo in lungo, e questa volta temo di aver annoiato abbastanza.
Per ora non finirò, tuttavia, senza osservare che con questa nova reazione contro l’avvenimento predominante della critica, s’affaccia pure la pretesa, anche in questo campo, di certa nazionalità, e che, se si grida la croce addosso, la si grida anche perché si vede fare, non come noi italiani per nostro natural carattere si farebbe, ma come fanno i tedeschi: e abbasso, quindi, l’imitazione che ci falsa le nostre nazionali attitudini! Non altrimenti, fino a un ventennio addietro, si volean sostenere i diritti di una non molto autentica tradizione nostra filosofica, che si tentava di tener pura da ogni meschianza forestiera. E noi possiamo rispondere oggi presso a poco come si rispondeva allora nella controversia analoga: prima di tutto, il vero non ha nazione; e poi la tradizione italiana non è quella che strombazzate: la critica storica in Italia ebbe la sua vera culla.


Giovanni Gentile

Nota. L’articolo di Giovanni Gentile, Insegnamento della letteratura italiana fu pubblicato in “Helios”, a. I, 1 e 15 dicembre 1895, n. 5-6. Ora è anche in: Giovanni Gentile, Frammenti di estetica e di teoria della storia, vol. I, a cura di Hervé A. Cavallera, Firenze, Le Lettere, 1992, pp. 245-250.
In questo articolo, scritto come conseguenza e risposta agli studi di Gnoli e di Segré, il giovane filosofo Gentile, alle sue prime armi come pubblicista, dimostra apertura a forme espressive dell’ingegno umano, come la letteratura e la critica letteraria, e si sofferma sull’uso consapevole della grammatica. Tende ad accettare i meriti sia della critica positiva, sia di quella estetica, come forme diverse di indagine su identico argomento. Non accetta le lamentele di Gnoli sulla supremazia soffocante del metodo positivo della critica letteraria, che mostra anzi di preferire al metodo estetico. Tende a conciliare i due sistemi, dichiarando l’utilità di entrambi.

(Ricerca di Fausta Samaritani)

Domenico Gnoli L'insegnamento della letteratura italiana e Carlo Segrè, Per una buona causa

Note biografiche di Domenico Gnoli: Vittorio Betteloni ringrazia, con riserva, Domenico Gnoli

Per piacere non copiate

2 marzo 2016

Il Portale Letterario della Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

(1) Per la nota biografica di Carlo Segrè, vedi: Carlo Segrè, Per una buona causa

(2) Per le note biografiche di Luigi Maria Rezzi, di Francesco De Sanctis, di Basilio Puoti, di Adolfo Bartoli vedi: Domenico Gnoli, Insegnamento della letteratura italiana parte I

(3) Pasquale Villari (Napoli 3 ott. 1826-Firenze 17 dic. 1917). Vittima della repressione borbonica, ripara a Firenze. Professore di Storia universale all’Università di Pisa, nel 1891 è ministro della P. I. col governo Rudinì. Dal 1891 al 1903 è presidente della Società Dante Alighieri. Opere: Introduzione alla storia d’Italia, 1849, L’origine e il progresso della filosofia della storia, 1859. Studio su Machiavelli e su Savonarola. Ha raccolto suoi interventi sparsi sulla questione meridionale, sull’emigrazione, la scuola, la burocrazia, ecc.

(4) Adolfo Gaspary (1849-1892), filologo, amico di De Sanctis. Ha insegnato Letteratura romanza alle Università di Gottinga e di Bratislavia. I suoi 4 volumi di storia della letteratura italiana dei primi secoli furono tradotti in italiano. Autore di un saggio sul dialetto napoletano.