All’alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle lodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla

Paesaggio d’ottobre di Verga

Paesaggio d’ottobre

di Giovanni Verga

 

Era di ottobre. Tutte le famiglie erano in villeggiatura per sorvegliare la vendemmia. Elena colle sue toelette nuove, coi suoi ombrellini vistosi, metteva i gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne, sulle rocce pittoresche, già brulle, in mezzo alle tinte melanconiche dell’estate che si dileguava. Ella era realmente felice, nel pieno sviluppo della sua natura esuberante, avida di sensazioni piacevoli, sedotta dallo spettacolo nuovo della campagna, lusingata dal rispetto semibarbaro con cui i contadini accoglievano la nuova padrona, da quell’ammirazione attonita che leggeva sui loro volti quando si allineavano lungo il muro per lasciarla passare ogni volta che la incontravano mentre andava pei suoi viali, nella sua vigna, nel suo podere, coll’ombrellino sulle spalle… All’alba correva nei campi velati dalla nebbia del mattino, in mezzo alle lodole che si levavano trillando verso il cielo color di madreperla, ancora spettinata, senza guanti, tenendo a due mani il lembo del vestito, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante e imbalsamata di nepitella e di ramerino. Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi. Le piaceva sdraiarsi sull’erba sempre verde, in mezzo al folto delle macchie nelle ore calde del meriggio, supina, colle braccia in croce sotto l'occipite, e bersi cogli occhi, colle labbra turgide, colle narici palpitanti, con tutta la persona avida e abbandonata, l’azzurro intenso del cielo, quei profumi acuti, quel ronzìo e quel crepitìo sommesso di tanti organismi, quella quiete solenne in cui si sentiva l’espandersi di una vita universale, quel canto dei vendemmiatori che non si vedevano, tutti quei rumori e tutte quelle voci che venivano a morire sull’alta muraglia brulla della Rocca, senza un’ombra, senza un filo d’erba, arsa dal sole, in fondo al verde cupo e profondo dei nocciuoli, ritta contro il cielo turchino. Quel paesaggio per la maggior parte infruttifero era di un pittoresco stupendo… Però i villani facevano spallucce al suo entusiasmo per quella rocca di granito che non fruttava niente, e di cui ella andava superba come di possedere un feudo. Invece, il loro entusiasmo lo riserbavano per altre terre, piatte, senza una pennellata di colori ricchi, vere terre da maggese, che nell’estate si screpolavano come un vulcano estinto. Ella era forse la sola che fosse orgogliosa di possedere quel paesaggio. Quando il sole tramontava nella sua vigna, aveva là, e non altrove, quegli ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti che imboscavano il vallone, sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido. L’ombra si allargava dal folto dei nocciuoli come un velo di tristezza.

Giovanni Verga

Ritratto di Giovanni Verga

Tratto da “Il marito di Elena” (1881) e pubblicato su “L’Illustrazione Popolare”, vol. XIX, n. 41, 8 ottobre 1882.

Elena si abbandona d’istinto, con tutto il corpo, agli stimoli che vengono dall’ambiente naturale in cui è immersa. Assapora luci, colori, suoni, odori; gode del tiepido come del fresco e respira a pieni polmoni; vibra in questo completo abbandono al mondo delle cose, alla luce variabile del sole, ai canti dei contadini, lontani, ai trilli degli uccelli, vicini.

Le sensazioni su tutta la sua persona: piacevoli… bersi cogli occhi, colle labbra turgide, colle narici palpitanti, con tutta la persona avida e abbandonata.

La sua vista è estasiata dai colori: gai colori cittadini nel verde pallido delle vigne, sulle rocce pittoresche, già brulle, in mezzo alle tinte melanconiche dell’estate… il cielo color di madreperla… erba sempre verde, l’azzurro intenso del cielo… verde cupo e profondo dei nocciuoli… cielo turchino… ultimi effetti di luce calda e dorata sulle foglie ingiallite, sul verde cupo dei roveti… sulla grigia montagna di granito tinta di roseo e di violetto pallido.

I tocchi cupi che segnano lontananza: senza una pennellata di colori ricchi… L’ombra si allargava dal folto dei nocciuoli come un velo di tristezza.

L’udito è percosso da suoni armonici: lodole che si levavano trillando… quel ronzìo e quel crepitìo sommesso… quiete solenne… canto dei vendemmiatori… tutti quei rumori e tutte quelle voci.

Gli odori sono piacevoli e sani: respirando a pieni polmoni l’aria frizzante e imbalsamata di nepitella e di ramerino… quei profumi acuti.

Il tatto: Godeva in sentire la frescura della rugiada sotto i piedi… nelle ore calde del meriggio.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2003

Repubblica Letteraria Italiana www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 23 ottobre 2015