Ironia toscana e malizia di Giuseppe Giusti

Supplica di un verso del Petrarca

Supplica di un verso del Petrarca

   di Giuseppe Giusti           

 

Il verso

Chiare, fresche e dolci acque,

umilissimo servo di tutti i grammatici e di tutti i linguai [i] della Penisola, visto le buone ragioni per le quali non si deve più scrivere acque ma aque, supplica i nuovi maestri d’ortografia non volerlo tartassare per un c di sovrappiù, che Messer Francesco suo padre, rozzo come era, possa avergli lasciato in corpo. Pensino che quel buon uomo (Dio lo riposi nella regione superiore alle virgole e alle stanghette) nacque o naque in un tempo nel quale si raccoglievano i vocaboli dalla viva voce del popolo senza potarli e rimondarli col pennato delle origini greche e latine, in un tempo nel quale l’orecchio ne voleva la sua alla barba delle soste grammaticali, che non erano entrate ancora nelle provincie dell’alfabeto.

Se la buon’anima del Babbo potesse tornare al mondo e valersi delle nuove scoperte, son convinto che mi rassetterebbe a modo e a verso [ii] , ma oramai, quel che è scritto è scritto, come disse Pilato, e sarebbe una vera crudeltà disturbare la mia quiete, e dare di bue a quel pover uomo.

Io non credo per tutto l’oro del mondo che ci si venisse a guastare l’armonia di casa per una dissonanza che potrebbe nascere col mio fratello di sotto che dice

Gentil ramo, ove piacque.

In quanto a me mi sarei adattato a lasciarmi mutilare d’un c, tanto più che me ne resta un altro maiuscolo al principio del verso, ma avendo chiesto al mio caro piacque se sarebbe contento che fosse fatto altrettanto del suo e diventar un piaque, mi ha risposto poco piacevolmente che gli piace di rimanere il piacque di prima, e che di quel c ne tiene di conto come se volesse dir cavaliere, appunto perché n’ha uno solo.

Dunque giacché piacque è ostinato, pregherei che non tagliassero il c a nessuno dei due, e ci lasciassero per un altro po’ di tempo risponderci per le rime, come abbiamo fatto da cinquecent’anni a questa parte, tanto più che milita a nostro favore le legge della prescrizione.

Questa grazia medesima la reclamano meco altri miei parenti tanto maschi che femmine, e pregano i suddetti Maestri a non voler tenere obbligati al nuovo codice altro che coloro che nasceranno da qui innanzi, i quali dopo tante generazioni e tante incrociatore si può dire che non appartengano più alla stessa famiglia.

GIUSEPPE GIUSTI

 

Questo brano, in cui ironia e toscana malizia vanno a braccetto, è tratto dalla raccolta Scritti vari in prosa e in verso di Giuseppe Giusti, per la maggior parte inediti, pubblicata a Firenze da Felice Le Monnier nel 1863, a cura di Aurelio Gatti. Fu riproposto da “L’Illustrazione Popolare”, volume XI, n. 14 (31 gennaio 1875), p. 218.

Voce narrante è il primo verso di una canzone del Petrarca: gioca la parte del protagonista e si rivolge direttamente ad un pubblico di linguai, più o meno pedanti. Questo verso è in stretta relazione con un altro, suo gemello, simile ma non identico, con cui fa rima. Questa dipendenza si trasforma in alleanza contro tutti i linguai che vorrebbero mutilarlo di un c. Nel suo breve monologo, questo verso, che pretende di restare inalterato, cioè come fu messo al mondo dal suo Babbo, individua con precisione i destinatari del suo monologo, con i quali ha un rapporto conflittuale. Il messaggio si stempera nell’ironia. Per tanto poco, per un così marginale problema di ortografia valeva la pena di fare tutto quel chiasso, come direbbe Carducci?

 

Giuseppe Giusti nacque a Monsummano in Val di Nievole il 23 maggio 1809 e morì a Firenze il 31 marzo 1850. Soffrì per l’educazione pedante di un maestro manesco. Dopo gli anni nel Seminario a Pistoia, frequentò il Collegio dei nobili di Lucca. Nel 1826 si trasferì a Pisa, iscritto alla facoltà di Legge. Cadde in sospetto della polizia granducale, per alcuni versi politici. A Firenze frequentò la società elegante che fu il bersaglio preferito dei suoi versi satirici. Le poesie ironiche, che passavano di bocca in bocca, lo resero celebre. Aveva salute cagionevole e soffriva di fegato e di intestini, con attacchi di nevrastenia, dovuti forse al morso di un gatto. Divenne amico di Alessandro Manzoni che ammirava sinceramente. Ebbe una relazione sentimentale con Luisa Blondel che fu moglie, in seconde nozze, di Massimo d’Azeglio. Di sentimenti liberali ma moderati, nel 1848-’49 partecipò alla vita pubblica, ma ne restò presto deluso.  Fu nominato accademico della Crusca. Tornato a Firenze il granduca Leopoldo II, grazie al sostegno degli Austriaci, Giusti si ritirò nel palazzo dell’amico Gino Capponi dove morì, proprio il giorno di Pasqua. Oltre alle Poesie, di lui ci resta un nutrito Epistolario, carico di ironiche sorprese e la raccolta dei Proverbi toscani che per metodo e precisione rappresentò un punto di riferimento per successive raccolte di proverbi, usati in altre regioni. Giusti fu amatissimo nel periodo Risorgimentale ed ha influenzato tanta letteratura, in lingua come in dialetto.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2003

La Repubblica Letteraria Italiana. www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 23 ottobre 2015


[i] Linguaio vale nell’uso toscano non già linguista, ma come qui, linguista, pedante, parolaio e anche purista superstizioso.

[ii] A modo e a verso, frase usitatissima in Toscana, più espressiva del semplice a modo. Francese: Comme il faut.