Fu detto che la satira è indizio della superiorità mentale di un paese

La satira di Giuseppe Rovani

La satira

di Giuseppe Rovani

 

Quando i tempi corono sotto il peso dell’affanno e del tedio, e i fatti contrastano coi desiderî, condannati a rigirarsi eternamente sopra se stessi; quando il pubblico è imbrogliato dallo spirito di menzogna che governa il mondo, il buon senso se ne morrebbe solitario, se non venisse in suo aiuto il farmaco onnipotente del ridicolo. L’eloquenza sfrontata dalla tribuna sforma la verità e la getta in minuzzoli all’uditorio, e soffoca le fragili intelligenze nelle spire del sofisma, si arresta di tratto e cade al suolo moribonda, appena che la punta dell’epigramma venga a ferirla in mezzo al suo trionfo. L’ilarità generale provocata da una facezia può venire in soccorso della buona causa condannata a morire, indarno difesa dal più coscienzioso avvocato.

Fu detto che la satira è indizio della superiorità mentale di un paese; potrebbesi aggiungere che può anche essere indizio della sua vita travagliata e infelice.

Quando Roma era già sul pendìo della decadenza, e in seno alla sua massima floridezza il verme della dissoluzione cominciava a cercar dove mordere, Orazio si fece ad agitar il suo lieve flagello; ma i balatrones e l’anus digna nigris baris, ecc., erano i bersagli delle sue punture, non Augusto che, da uomo di mondo, aveva gettato abbondante la sua focaccia ai can cerberi che latrano in versi. Se non che, quel flagello s’armò presto di punte e chiodi nelle mani di quel giovine la cui leggiadra avvenenza faceva contrasto alla rigida severità del costume, e la facezia parve intinta di sangue, e sembrò uscire il sorriso dalle convulsioni dell’ira, quando la virtù romana, oppressa e conculcata in tutti i modi, cercava la sua valvula di sicurezza in Giovenale.

Nei tempi di mezzo, allorché le lettere furono credute trastullo indegno dei cavalieri, e la nobiltà metteva il segno della croce per non saper scrivere, la satira (come Bruto, che si finse pazzo per le sue buone ragioni) si raccomandò ai buffoni, ai giullari di corte, che, derisi e sprezzati, deridevano e sprezzavano a gara.

In Milano, la satira è antica come la sua storia; e quando guerra, peste e fame la percorrevano spietatamente, ella si sfogava nel suo vernacolo, ridendosi de’ flagelli e di se stessa colla tremenda frase popolare onde la satira è scherno ad un tempo ed è lamento ed è storia sempre viva. _ Firenze, città sfortunata quant’altra mai, imparò presto l’arte di ridere per purgarsi del fiele che travasava; e fu ironia amarissima con Dante, e obliqua arguzia con Macchiavello, e più tardi, quando sotto Alessandro, il quale colla mano di ferro lasciava il livido dove toccava, ai poeti non fu più permesso di fare il bell’umore, la satira, messa in fuga da tutte le parti, si ricoverò per disperazione tra’ burattini, e parlò per loro bocca alla folla del Mercato Vecchio. La satira se è un passatempo per le nazioni fiorenti ed àrbitre, e per le persone felici, è un bisogno per chi s’agita nell’affanno. E tanto è ciò vero, che i poeti satirici sono i figli prediletti della malinconia e del dolore, per la ragione che lo spirito d’osservazione e di caricatura non s’apprende che a proprio danno, e gli strali che si avventarono altrui son quelli stessi che rimasero più a lungo confitti nell’animo nostro. Alfieri non avrebbe opposto una sì poderosa reazione alla vanitosa ignoranza ed agli orgogli del patriziato, se non fosse nato in seno ad esso. Parini, che nelle sale dei grandi, tra cui si era mescolato, aveva bevuto a larghi sorsi le amare umiliazioni, trovò quell’ironia amabile insieme a tremenda onde ferì nel cuore gli incipriati semidei del suo tempo; e la ferita fu così profonda e così poco rimarginabile, che i rancori da’ quei vecchi si prolungarono fino al nostro tempo a rinforzare i dispetti di taluni stolidi viventi. La catena de’ poeti satirici ci si presenta adunque non interrotta in Italia, il che, se non si sapesse altro, verrebbe a dire che non è interrotta anche la catena delle sue sventure e delle sue miserie. Ma ciò è anche un segno della sua potenza intellettuale; ché, se mai venisse a cessare in noi la forza d’avventar strali intinti nel ridicolo, ciò sarebbe indizio certo di morte inevitabile.

Ma, viva, l’ironia! unica dea a cui si può sempre sacrificare. In questi ultimi tempi infatti i suoi sacerdoti la invocarono a gara in tutte le città nostre. Carlo Porta, benché morto da un pezzo, è più vivo che mai nella memoria de’ suoi concittadini, i quali quando vengono presi da repentina nausea, recitano sommessi qualche sua strofa e si sentono tanto quanto alleggeriti. Il Burati [i] si fa sentire ancora sulla bocca dell’arguto gondoliere che se la ride alle spalle di chi è adagiato sotto il felze. Il Belli di Roma può essere emulo e di Burati e di Porta.

A non tener conto poi della satira in vernacolo, la quale non può esercitare che il suo influsso salutare nei brevi archi municipali, sulla fine del secolo passato, insieme col Parini e coll’Alfieri, in minor suono, s’era fatto sentire il Gozzi con quella sua satira leggiermente vellicatrice, che forse non riuscì a passar la prima pelle ai suoi concittadini; e quel procelloso e atrabiliare Baretti che, applicando la frusta ai letterati, fece un tale scalpore e riuscì così intemperante, che convertì il campo della satira in una baruffa di traghetto. Ma Goldoni mise la satira in azione e, ben più che coll’elegante arguzia del suo compatriota, riuscì a fare la caricatura della società del suo tempo, talché molte consuetudini sciocche se ne andarono in bando, messe in fuga dalle risate della platea, che, fischiando il vizio avvolto nella serica velada di lustrissimo, e messo a tutto rilievo dalla prosopopea di Ottavio, o dalle smargiasserie di Lelio, o dalla salvatichezza di sior Todero, si purgava largamente, ridendo, senza saperlo, di se stessa.

Ma d’improvviso tacque la satira, assordata dal suono del tamburo e dalla fucilata di Milesimo e Montenotte, avvolta anch’essa nella scossa e nello stupore universale. La nuova alluvione aveva messo sotto e trasportato nella propria rapina tutte le male erbe ed anche le poche buone del secolo che si chiudeva, e la satira se ne stette oziosa per qualche anno, adocchiando intorno impaziente per vedere come potesse trovar nuovo avviamento. Se non che questa umana pasta è così proterva, che non può stare a lungo senza tuffarsi nei peccati; bensì sa adattarli alla nuova onda del progresso e vestirli alla moda quasi che ci fosse anche per essi il Corriere delle Dame [ii] . _ La poltronaggine del secolo estinto aveva dato luogo a una vita senza esempio; ma i vizi e le debolezze e la vanità sciocca dei nostri avi in toppé, colla nuova importanza delle cose, si trasformarono anch’essi e diventarono peccati mortali. Allora i poeti satirici, che stavano in agguato, uscirono armati di flagelli più sodi che mai, e qualche volta parvero smarrirsi per soverchia serietà. Ci voleva lo scudiscio armato di punte, il quale cadde anch’esso quando tutto il mondo s’inginocchiò innanzi ad un uomo solo, e nell’ammirazione idolatra smarrì il senso della propria dignità. Soltanto alcuni poeti rimasero in piedi in mezzo all’universo inginocchiato, come già disse il più gran secentista del nostro secolo [iii] . Ma la loro voce rimase coperta dagli applausi, e la satira tornò a rincantucciarsi. _ Se non che, di quell’eccesso di vita onde il mondo fu agitato per tanti anni, tenne dietro l’eccesso contrario; gli uomini si divisero in due grandi partiti. Quelli, i quali pieni delle grandi idee che seco erasi portato il secolo, non sapevano acconciarsi al nuovo tenore di vita; gli altri che, scaltriti dall’esperienza, non amavano i ritorni della procella, e rinculavano il secolo a tutto potere, sinché tutto parve coprirsi sotto una sola onda stagnante, che nascondeva audaci aspirazioni e codardia profonda. Fu appunto sotto il peso di quest’onda che nacque Giuseppe Giusti...

Giuseppe Rovani

 

Questo brano di Giuseppe Rovani introduce una dissertazione sull’opera satirica di Giusti. Fu pubblicato nel primo volume di Le Tre Arti, considerate in alcuni illustri contemporanei, una raccolta di studi di critica letteraria su vari scrittori italiani, uscita postuma a Milano nel 1874. “L’Illustrazione Popolare” lo ha riproposto nel volume X, n. 11 (12 luglio 1874), pp. 167-170. Il ritratto di Giuseppe Rovani, disegnato da Tranquillo Cremona, è a pagina 279 del volume IX (1 marzo 1874).

 

Il cenacolo laico scapigliato è stato una avanguardia letteraria postromantica, legata sia al realismo francese sia all’umorismo tedesco ed inglese. Gli scapigliati, in perenne lotta contro il mondo preordinato e borghese, trovarono anche nel linguaggio ibrido un nuovo metodo di espressività che, da Dossi, arriva fino a Gadda. In questa ribellione, giovanile e un po’ a metà, contro la letteratura e la critica “ufficiale”, non sempre gli esiti risposero alle intenzioni. Le scelte antiaccademiche e antiromantiche determinarono la reazione dei benpensanti, irritati anche da alcune condotte eccessive degli scapigliati, come l’abuso di alcool e le gazzarre nei caffè di periferia.

Nella raccolta di saggi di Rovani Le tre arti, pubblicata in tre volumi, si avverte l’eco di eterne dispute che divisero gli scapigliati, su come considerare la critica letteraria ed estetica e su come valutare i rapporti tra letteratura e le altre altre Arti, sue sorelle.

(a cura di Fausta Samaritani)

 

31 dicembre 2003               

Le Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Pubblicato sul CD-Rom La Repubblica Letteraria zerantatre, N. 5 della Collana Web-ring Letterario, a cura di Fausta Samaritani, edizione La Repubblica Letteraria, 2004

Messo in rete il 24 ottobre 2015

Per piacere non copiate testo e immagini perché per me rappresentano un duro lavoro di ricerca



[i] Pietro Burati (Venezia 13 ottobre 1772-Sambughè 20 ottobre 1832). Esplose in lui una vena di poesia satirica in vernacolo, briosa, colorita, scorrevolissima, a volte scurrile. Nell’Elefante sfogò il risentimento verso suo padre che l’aveva diseredato. Lo chiamavano il Béranger di Venezia.

[ii] Rivista milanese per un pubblico femminile, edita da Lampugnani.

[iii] Allude a Alessandro Manzoni.