Immagini da libri e da stampati degli Gnoli 2016

Ieri... e oggi

Ricerca di Fausta Samaritani

 

Roma
a
Vittorio Emanuele II
Re d’Italia

Inno popolare all’unisono
Poesia dell’Avv. Professore Domenico Gnoli
Posto in musica dal Maestro
Cav. Gaetano Magazzari
(Autore degli Inni del 1847 e 48 in Roma)
L’Autore cede la metà delle vendite a beneficio degl’Inondati
Roma, Litogr. Luciani Corso 282, [1870]

Vieni o Sposo! La libera sponda / E ogni colle di plauso risuona. / Vieni a cinger l’eterna corona / Che intrecciai nel mio lungo dolor.

Tempo di marcia

[All’indomani della Breccia di Porta Pia, si discuteva sulle modalità del solenne ingresso del Re nella nuova Capitale. Si temeva che il troppo sfarzo avrebbe disgustato la popolazione che era rimasta fedele al Papa. A sciogliere ogni dubbio ci pensò il Tevere che, a novembre 1870, ruppe gli argini e inondò una parte del Centro storico di Roma. Il Re entrò in città senza alcun festeggiamento e si recò a visitare gli alluvionati.]

 

Siam tutti fratelli
inno
della Signora Teresa Gnoli
offerto
alle milizie ed ai volontari di Roma
avanti la loro partenza [1849]

Sian tutti fratelli! Per l’italo suolo / E’ solo una speme, un cantico è solo. / Concordia del mondo reina verace / Ci guida alla guerra ci guida alla pace.

 

 

 

 

 

 

 

Have Roma

Chiese, monumenti, case, palazzi, fontane, ville

per D. Gnoli

Roma W. Modes Editore [1909]

[Copertina : immagine tratta da una finestra della casa De’ Manli, fine sec. XV, in Piazza Costaguti]

Nell’allargamento della via e della piazza [ex piazza Giudea] Lorenzo della famiglia de’Manli, riattava la fronte delle due case, congiungendole con una grande iscrizione che corre lungo tutto il fabbricato, sotto le finestre del primo piano. È incisa in caratteri lapidari romani del miglior tempo, così perfetti da non poterli distinguere dagli antichi. La solenne iscrizione incomincia: URBE ROMA IN PRISTINAM FORMAM RENASCENTE, e continua dicendo che Lorenzo Manlio (così scriveva per riallacciare a Manlio l’origine della famiglia) a misura delle mediocri fortune, volle anch’egli concorrere all’ornamento della città. Non contento d’aver fatto incidere ripetutamente il suo nome in lettere latine, lo volle trascritto anche in greche; sulla facciata murò frammenti di sculture e d’iscrizioni latine; dentro, fece dipingere, e forse sotto l’imbiancatura si conservano ancora, i fatti della storia romana. La grande iscrizione porta in primo luogo la data della fondazione della città, poi quella dell’era cristiana, 1497. Nel fregio delle finestre che voltano sulla piazza Costaguti, sono scolpite due parole: HAVE ROMA. Nelle mura della vecchia casa ignorata, che ho paura di vedere anch’essa, un giorno l’altro, cadere sotto il piccone demolitore, è il saluto del buon romano, del discendente di Manlio, alla sua Roma che vede, col petto gonfio d’orgoglio, rinascere nell’antica sua forma: URBE ROMA IN PRISTINAM FORMAM RENASCENTE… HAVE ROMA.

 

[Oggi, la stessa finestra e la prima parte della iscrizione sulla facciata della casa]

 

 

 

 

[Stemma del Burcardo con il grifone sormontato da una stella. Grazie a questo stemma, Domenico Gnoli identificò il prelato alsaziano che aveva costruito il palazzetto (nella attuale via del Sudario) nello stile gotico fiorito che è rarissimo a Roma. Durante recenti scavi sono emerse tracce di affreschi coevi con scritte in gotico.]

 

Ricorderò ancora, come singolarità, una casa che serba nell’interno vestigi di stile gotico tedesco, nella via del Sudario alo n.o 34. La fece costruire per suo uso nel 1503, il famoso cerimoniere tedesco Giovanni Burcardo, che volle farsi in Roma una sua casa tedesca, e in essa è incorporata la torre Argentina, nome latino di Strasburgo sua patria, rimasto alla via e al teatro.

 

 

 

[Nella via Alessandrina, ora Borgo Nuovo, angolo piazza Scossacavalli, sorgeva il palazzetto disegnato da Bramante e che Raffaello acquistò dai Caprini. Sopra un pianterreno a forte bugnato si levava un ordine dorico di mezze colonne doppiate.]

Raffaello acquistando nel 1517 quello di Borgo nuovo, fu il primo artista che potesse concedersi il lusso d’avere un palazzetto per sé. Quasi una copia del suo è quello che lo stesso Raffaello edificò pei Caffarelli, incontro alla chiesa del Sudario, il quale però era formato solo di sette finestre, e nel Settecento fu prolungato ai due lati; né molto dissimile è il palazzetto ch’egli costruiva in Borgo nuovo, presso la piazza di San Pietro, per Giacomo da Brescia, chirurgo di Leone X; e quello Ossoli, in via de Balestrari presso il palazzo Spada, e un altro dello stesso genere ma d’arte inferiore, in via delle Cinque Lune.

 

Molto si è distrutto in Roma, dal 1870 in poi, che si poteva salvare; ed anche, nelle demolizioni imposte dalla sistemazione del Tevere o da altre necessità, non si è avuta alcuna cautela di conservare quelle parti ch’era possibile, o almeno, quando altro non si potesse, farne trarre fotografie e disegni, non inutili materiali di studio. E purtroppo non s’è riusciti a comprendere che, oltre al valore d’ogni singolo edificio o opera d’arte, c’è un valore complessivo di quello in cui vive lo spirito e il carattere d’un’età; massime poi di quell’età in cui Roma fu per la seconda volta capitale mondiale della cultura e dell’arte. Di questo non si è tenuto conto, e quindi la città, in questi ultimi anni, ha perduto non poco de’ suoi ricordi e del suo carattere storico, e purtroppo le si minaccia di peggio.
Il nuovo caseggiato è generalmente deplorevole pel suo aspetto d’enormi caserme, a cui in molti casi si aggiunge uno stracarico volgare di pretenziose decorazioni che stridono col carattere industriale di esse.

25 marzo e 16 aprile 2016

Scherzi da Domenico Gnoli

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