La grande favola de

Le Confessioni di Ippolito Nievo 2000

di Fausta Samaritani

Romanzo storico, oppure privato e psicologico? Lento processo di una vita che_ dall'infanzia alla maturità fino alla vecchiaia_ si snoda in mezzo a vicende storiche straordinarie, oppure parabola della nascita e crescita di un'idea di Nazione? Processo alla società, alle vecchie e nuove abitudini, o storia di un'educazione sentimentale, politica, umana? Queste, e tante altre cose sono Le Confessioni d'un italiano che Ippolito Nievo scrisse in nove mesi o poco meno, dal dicembre 1857 al settembre 1858, un arco del tempo che curiosamente corrisponde a quello della gestazione di un essere umano.

Le vicende personali del protagonista Carlo Altoviti, al quale capitano fortune e rovesci inattesi, felicità e sciagure, si mescolano e incrociano, si sommano ed intersecano con quelle di un'infinità d'altri personaggi, alcuni come Ugo Foscolo realmente esistiti, altri inventati, altri svelanti i tratti psicologici di persone note all'autore. Più che una confessione globale e privata del protagonista_ arrivato coi suoi ottant'anni al limite della vita, voce recitante che rievoca le fasi decisive della storia italiana, la fine ingloriosa della Serenissima Repubblica, la Venezia giacobina, l'esperienza amara del '48, l'attesa e speranza di un prossimo riscatto_ il romanzo è una sintesi fra storia realmente vissuta e rievocata, e una meditazione filosofica su fatti storici. Mentre Carlino, orfano povero e maltrattato, cresce e diventa adulto, trova e perde la sua Pisana, incontra amici e ritrova un padre ambizioso e ricco, un mondo vecchio cede il passo ad uno più moderno, la rigida struttura feudale e l'oligarchia si aprono al sistema borghese, il regionalismo estremo del Friuli, piccolo compendio dell'universo, si dilata nel senso di una Unità nazionale, sempre più allargata.

Esperienze varie e inattese, sofferenze e gioie accompagnano Carlo Altoviti nel corso della lunga vita. Ma è sempre Nievo che si racconta e che rappresenta il suo tempo, in cui coesistono chiaroveggenti liberali e reazionari ottusi, uomini generosi e uomini avari, in una miscellanea i cui contorni appaiono confusi. L'unificazione politica in alcuni momenti sembra a portata di mano, in altri sfugge, delude, è in ritardo.

La letteratura romantica si era dimostrata incapace d'interpretare i reali connotati della civiltà delle campagne. Nievo invece impone ne Le Confessioni come autentici i problemi del mondo contadino. Dal suo incontro con la realtà delle campagne mantovane e friulane è nato in lui anche un rapporto vitale fra lingua e dialetto, un gusto di mescolare idiomi, cadenze, come se anche la lingua italiana_ e non solamente la civiltà_ fosse in veloce maturazione ed evoluzione e facesse parte anche essa di una "storia" nazionale.

L'unità del romanzo, da molti considerato a torto disomogeneo, sta in questa sintesi straordinaria fra privata narrazione e giudizio storico, fra io narrante e protagonista, fra lingua italiana e inflessioni venete e friulane, fra ricordo del passato e attesa e speranza per un futuro, fra mondo che frana e mondo che faticosamente rinasce, fra progresso biologico e morale di una vita e fasi di crescita di una nuova famiglia italiana nazionale. Quindi affresco grande, perché grandi sono i fatti che Carlo Altoviti narra, lunga è la strada che il protagonista ha percorso, importati sono gli eventi che ha vissuto in prima persona.

Critico amaro dell'assolutismo del potere straniero, al quale corrisponde una chiusura bigotta delle alte gerarchie ecclesiastiche e una residua oppressione feudale sui contadini, Ippolito Nievo deve assistere anche alla formazione di una nuova "aristocrazia del quattrino" di stampo borghese, che si è impossessata delle terre e che sfrutta i contadini. Il problema del riscatto politico e sociale del mondo rurale si collega strettamente alla questione temporale della Chiesa di Roma, che Nievo vede come minaccia dell'Unità nazionale e come fonte inevitabile di violenze poliziesche e autoritarie intollerabili.

Ben altra cosa sono per Nievo i preti di campagna, legati ai ceti rurali per le identiche condizioni di vita grama, veri pastori d'anime, interpreti dei bisogni del proletariato di campagna, unica forza autenticamente "progressista" a contatto con le masse contadine. Distaccatosi gradatamente dal cattolicesimo, dopo gli anni disastrosi del Ginnasio al Seminario di Verona dove si era mostrato incapace di legare con i compagni, Ippolito Nievo era approdato ad una sorta di filosofia religioso-politica-nazionale e credeva in una Provvidenza laica e immanente, in grado di tirare i fili invisibili della storia. Non accettava più né il culto, né i riti religiosi, né la teologia, né la centralità istituzionale e politica della Chiesa. Riconosceva tuttavia una funzionalità pedagogica nel culto divino e nei riti sacri presso le masse popolari. Distingueva fra l'assolutismo e la reazione dell'alto clero, e la mediazione che il prete di campagna esercitava nei confronti delle masse più diseredate. Nelle campagne poteva ancora esistere un cristianesimo evangelico e innovatore che, senza facili paternalismi alla Manzoni, avrebbe sostenuto il faticoso cammino dei contadini verso un riscatto politico e sociale. Questo realmente accadde, quaranta anni dopo la morte di Nievo, particolarmente nelle campagne del Veneto e nella remota Sicilia di Don Luigi Sturzo.

Io nacqui Veneziano ai 18 Ottobre del 1775, giorno dell'Evangelista San Luca, e morrò per la grazia di Dio Italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo.

Il tempo delle Confessioni si snoda dagli anni decrepiti della Serenissima, da quell'ultima e ignobile seduta del Maggior Consiglio che di fatto consegnò Venezia ai Francesi, fino all'attesa di una sognata e imminente Unità nazionale. Carlo Altoviti, nato Veneziano, è certo di morire Italiano, a conclusione di una lunga parabola che, per misteriosi motivi, ha fatto coincidere la sua vita organica con la morte e la rinascita della sua Nazione. Egli ha assistito all'ultima, grande rappresentazione storica del feudalesimo, dell'oligarchia, dell'assolutismo, che come lui sono ormai in via di estinzione. Ma quando inizia a scrivere i suoi ricordi, per chiarire a sé e agli altri il suo mondo reale e spirituale, Carlo Altoviti sente di vivere in una situazione storica non ancora risolta.

Quanto c'è ne Le confessioni d'un italiano della lezione di Giambattista Vico, di Jean Jacques Rousseau, dell'Illuminismo? Ippolito Nievo conosceva certamente Les Confessions di Rousseau, l'Autobiografia di Vico; aveva letto l'Histoire de ma vie di Giacomo Casanova, le Memorie inutili di Carlo Gozzi, le Memorie di Lorenzo da Ponte, le Memorie per servire alla storia della mia vita di Giuseppe Gorani, la Vita di Vittorio Alfieri. Nella biblioteca di casa Nievo esistevano tutte le commedie di Carlo Goldoni, che Ippolito amava, e i volumi dell'immane Enciclopédie di Denis Diderot e di Jean-Baptiste D'Alembert, grande affresco di tutta la scienza e sapienza di fine Settecento e la Storia della letteratura italiana, immane opera di erudizione del gesuita Girolamo Tiraboschi.

Certi atteggiamenti della Pisana, seduttrice e donna fatale per istinto, eroina di un'età di mezzo in lento evolversi verso l'emancipazione femminile, sono in larga parte il travestimento di modelli femminili derivati da club rivoluzionari francesi o da salotti letterari della fine del Settecento. Non sembra tuttavia un personaggio di pura invenzione. Nei conflitti emotivi di Carlino con la Pisana, Nievo riversa e in parte sublima i suoi difficili rapporti con una donna dalla sessualità non repressa, caparbia e capricciosa dietro un falso volto innocente di bambina. Chi era questa donna? Matilde Ferrarti, il suo primo amore, oppure Beatrice Melzi d'Eril?

All'inizio di ogni capitolo Nievo mette una breve rubrica che indica al lettore le varie fasi della narrazione, destandone la curiosità e suggerendo a volte una chiave d'interpretazione. Queste rubriche, di chiara discendenza da esempi settecenteschi, sono ironiche, o bizzarre, o semplicemente narranti e potrebbero essere il residuo della prima ossatura, da cui il romanzo ha poi germogliato. Non ne siamo certi, perché non possediamo né le prime stesure, né gli appunti, né un brogliaccio, ma solamente la lezione finale, ricopiata di mano dell'autore e poi rilegata in tre quaderni. Nell'ultima rubrica, che è anche la più lunga, il protagonista si congeda dal suo pubblico:

Dopo tanti errori, tante disgrazie, la pace della coscienza mi rende dolce la vecchiaia, e fra i miei figli e i miei nipotini, benedico l'eterna giustizia che m'ha fatto testimonio ed attore d'un bel capitolo di storia.

Fausta Samaritani

Illustrazioni per Felice come un gambero! di Ippolito Nievo, pubblicato su “Il Pungolo” il 13 dicembre 1857.
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Nievo e il surrealismo e Versi di Carlo Marin Per l'onore di Garibaldi racconto di Fausta Samaritani sulla morte di Ippolito Nievo

5 Dicembre 2000

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