Una mattutina birocciata da Fossato a Peschiera

Ippolito Nievo sul Garda. Parte 1°

Ippolito Nievo e il Lago di Garda 2016

Di Fausta Samaritani

La superstizione è l’elevazione della paura a religione. Questa frase, di mano di Stanislao Nievo, l’ho scoperta ieri l’altro, vergata a matita sull’ultima pagina di questo libretto: Ippolito Nievo, Storica filosofica dei secoli futuri, Roma, C. Mancosu Editore, 1993. Il libretto me lo regalò, molti anni or sono, Stanislao Nievo. Contiene rare pagine di Ippolito, pubblicate in vita, su rivista. Tra queste c’è San Marco. Tradizione. Leggo a p. 45:

Dunque San Marco venne, come vi diceva, ad Aquileja per mezzo all’Adriatico: forse i vapori del Lloyd risolcano ora il solco della sua nave, forse anche il frutto n’è molto minore in onta a qualche grasso dividendo. San Marco portava un libro colla scritta: Siete tutti figliuoli di Dio! Il Lloyd ci porta del caffè, della vallonea e dei fichi di Smirne. Ottimi quei fichi, benché io preferisca forse quelli di Bardolino sul lago di Garda: ma non valgono la pena di tenere una città di ottantamila anime, curva sullo scrittoio ad arruffare somme e moltipliche colle sue cento e sessantamila mani.

Tra ironia, contemporaneità e storia di Ippolito, e breve riflessione filosofica di Stanislao, abbiamo sfiorato il Lago di Garda.
Ippolito Nievo, a settembre 1841, arrivò in carrozza a Desenzano, sul Garda, in gita scolastica. Vide da lontano il Lago, perché non ebbe il permesso di bagnarsi. Aveva dieci anni e frequentava a Verona, con profitto, il primo anno di ginnasio. Per l’ultima volta, forse, Ippolito rivide il Garda nell’estate 1859, in piena guerra: indossava la camicia rossa delle Guide dei Cacciatori delle Alpi. Aveva sempre in tasca un taccuino, su cui annotava poesie che avrebbe pubblicato l’anno seguente, col titolo Gli Amori garibaldini. In un raro momento di riposo, Ippolito Nievo scrisse i versi I freschi sul lago di Garda. Per prendere i freschi egli intende un suo breve ozio gardesano, in attesa di riprendere la marcia. Si chiama così il rito serale o notturno di una oziosa passeggiata in gondola, a Venezia. In questa poesia Nievo rimpiange di non essere nato al tempo di Catullo e di prendere i freschi in completo assetto di guerra.

Ma, a quei bei sogni postumo
Di mille ottocent’anni,
Toccommi in terra vivere
E amoreggiar coi panni.
Prender qui armato i freschi
Mi tocca, e non conquidere
Ma squassar via Tedeschi.

Da Mantova - dove era di casa Ippolito Nievo – fino a toccare le sponde del Garda si arrivava in poche ore, in carrozza o a cavallo. Il Lago era meta di gite. Il 17 agosto 1858 Ippolito scriveva alla cugina Bice Melzi d’Eril: Io sono stato a lungo in campagna quà e là, poi son giunto fino al Lago di Garda, ma di là son tornato subito per paura d’incantarmi. Qual differenza da lago e lago? Dal vostro a quello, e da quello al nostro!? Il Lago di Como aveva per lui maggior attrazione, perché in autunno, nello loro villa di Bellaggio, soggiornavano le sorelle Bice e Catterina Melzi d’Eril. Nievo prediligeva il ramo di Lecco che definì selvaggio; lo amava anche perché, meno la vastità, somiglia al Garda: esercitava su lui maggior fascino dell’altro ramo, più leccato che va a Como.

Sul Lago di Garda risulta scritta gran parte della raccolta poetica che va sotto il nome Poesia d’un’anima. Brani del giornale d’un poeta. Nievo la pubblicò in gran parte su rivista e nel 1855 la ricompose dentro il suo volumetto Versi; ma la raccolta poetica era retrodatata da otto a dodici anni. E’ una operetta con lievi e sfumati cenni autobiografici  e con vaghi accenti da poesie di Leopardi e suggestioni da Heine - poeta tradotto da Nievo:

Parmi approdar a un paesetto vago
Cinto da bei vigneti e mesti ulivi,
Ver’ cui s’incurva mollemente il Lago
E scende il monte in ombreggiati clivi.

Intrigante la poesia A un paese gardesano - di cui Nievo tace il nome - con descrizione dei luoghi e degli abitanti:

Qual mietitrice alla maggior arsura
Del sol di state, su molle origliero
T’abbandoni di fiori, e di verzura
In atto lusinghiero;
E par che sien venute a te d’intorno
Sol per aver di tal vista diletto
Cento colline, diadema adorno
Del tuo leggiadro aspetto.
I bei contorni a più breve distanza
Pingi sui monti, che in azzurro velo
Nuotanti, di ritrarre hanno sembianza
Parte del tuo bel cielo.
Ma più che mai dite l’occhio s’alletta
Nel quieto mattin dei dì festivi,
Quando la pastorella al chiuso affretta
I capretti lascivi.
E sulla piazza, qua scherzanti in crocchi
I giovani, là i vecchi con dimessa
Voce trattando gravi cose, i tocchi
Aspettano della Messa;

Il poeta di Nievo lascia il Garda. A Peschiera prende il treno per Venezia, dove continuerà il suo diario interiore. La riva veronese del Garda è una immagine fuggente, osservata dal finestrino del treno in corsa. Sfilano vigneti carichi di uva, clivi ameni e colline gioconde, mentre la ruota da fuoco interno mossa, col fragore cancella la voce sussurrante del Lago.

Breve fuga dalla vita monotona, di tutti i giorni; con descrizione di luoghi visitati. Scrive Ippolito Nievo, il 31 agosto 1853 al suo amico Andrea Cassa: Eccomi tornato da un allegro pellegrinaggio: [...] Una mattutina birocciata da Fossato [in provincia di Mantova. La famiglia Nievo aveva lì una villa] a Peschiera, attraverso a colli, a poggi, a piccoli altipiani, a vallette le più incantevoli, una corsa sul battello a vapore fino a Gragnano, una passeggiata a passo di capra nelle ore del tramonto sulla costa della montagna, una “paciata” di cotolette, e una dormita di dieci ore tutt’affatto alla sultana e al giorno addietro un ritorno più delizioso dell’andata ecco l’episodio della mia vita nei due giorni or ora passati. Oggi eccomi di nuovo al patriottico soffoco di Mantova.
Per gli amanti dei sentieri letterari, l’itinerario è percorribile anche oggi.
al

Il Garda a Malcesine (foto f. Samaritani)

14 febbraio 2016

Pagine su Ippolito Nievo

Il lago sestine di Cesare Betteloni

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