Que’ labirinti di ulivi, di castagni, di cedri, di giardini; quei paeselli sospesi come colombi sopra una rupe, fra la trasparenza del cielo e quella non meno tersa e lucente delle acque; quelle creste di montagne accavallate tumultuosamente le une sulle altre, come una greggia di montoni spaventati da un lupo, e che sfumano misteriosamente in una gola vaporosa azzurrina

Ippolito Nievo racconta il Lago di Garda

Ippolito Nievo e il Lago di Garda home.gif 2016

Di Fausta Samaritani

Siete mai stati sul lago di Garda, lettori miei?  Se non ci siete mai stati, io me ne consolo con voi. Ormai la vita a furia di vapore, di telegrafi e di olii di merluzzo è ridotta così lunga, che se ad empirla da capo a fondo i nostri nonni non trovavano un sufficiente corredo di piaceri, noi poi possiamo disperarcene addirittura. […]

Questo è l’incipit della novella di Ippolito Nievo La corsa di prova. Nel 1956 fu inserita nel Novelliere campagnolo, in mancanza di informazioni certe, da parte di Nievo, di quante e quali fossero le sue novelle campagnole. Continua la novella con l’itinerario per raggiungere il Garda, quasi una sponsorizzazione turistica:

Tuttociò per venirvi a dire, che se non avete ancor visitato il lago di Garda, potete ripromettervi un gran piacere dal visitarlo. Gli è vero che in questa visita, partendo qui da Milano, non consumerete più venti ore in diligenza, e due o tre giorni, tempo permettendo, in battello; e invece sette ore a vapore fino a Desenzano, e quattro altre sul piroscafo del lago fino a Riva, sbrigano divinamente la bisogna; ma per badare anche al lato buono della medaglia vi farò osservare, che un sigaro non è meno buono perché si consumi troppo presto, e che a rigore di natura la vita non dovrebbe misurarsi dal tintinnar del pendolo, ma dal numero delle sensazioni, e se lo spettacolo del lago di Garda avesse a finir troppo presto, abbiamo quello di Como, e il Maggiore, e quello di Lugano, e quello di Ginevra. […]

Nievo non rinuncia a citazioni erudite. Ricorda anche due scrittori contemporanei: Andrea Maffei e Cesare Betteloni, gardesani.

Per ora accontentiamoci di quello di Garda, il quale (già voi avete indovinato la mia opinione) è uno de’ più bei laghi che si possano vedere o immaginare. Io, per quanto onore volessi fare alla mia immaginativa, confesso che prima di vederlo non avrei saputo fingerlo tanto bello. Catullo, che era buongustaio ed aveva viaggiato fino in Cilicia, preferiva le rive del Benaco ad ogni altra villeggiatura, e Virgilio ne ha parlato con quel rispetto di cui era debitore al padre del suo umile Mincio. Betteloni e Maffei, due carissimi poeti che tutti conoscete, ne sono perdutamente innamorati, ed io stesso, povero poetucolo che pochi conoscono, ho un posto per lui nel mio cuore proprio muro a muro con quello dell'amante. E come fare altrimenti? Quelle acque così pure, così limpide, così azzurre, così profonde, che nel guardarle mi fanno sempre pensare alla prosa del Leopardi, e agli occhi delle Madonne di Raffaello; que’ labirinti di ulivi, di castagni, di cedri, di giardini; quei paeselli sospesi come colombi sopra una rupe, fra la trasparenza del cielo e quella non meno tersa e lucente delle acque; quelle creste di montagne accavallate tumultuosamente le une sulle altre, come una greggia di montoni spaventati da un lupo, e che sfumano misteriosamente in una gola vaporosa azzurrina, dentro la quale si indovinano le nevi e le ghiacciaie del Tirolo; quegli approdi facili e ospitali; quell'elegante cullarsi e veleggiare delle barche peschereccie; quei porti formicolanti di moto, e di allegria; quella vita, quella serenità, quella libertà che si spira coi polmoni dell'anima in tanta e sì gioconda ampiezza di sponde d'acque e di cielo, tutto mi indurrebbe a dir al Signore quello che gli diceva San Pietro sul Monte Tabor: «Deh Maestro, piantiamo qui se vi piace i nostri padiglioni!».

Chi non sa fra gli amorosi del lago di Garda, che il suo vero diadema è quella costiera incantata che cammina, serpeggia, si inerpica, corre e discende fra Salò e Tusculano? Se non avessi imparato dalla storia che il Paradiso terrestre era in Asia fra il Tigri e l'Eufrate, io non esiterei a collocarlo su questa magica riviera bresciana del mio lago; ed Adamo e Eva non dovrebbero aversene a male. Gargnano è, si può dire, il centro di quel Paradiso; e di là scendendo verso Salò è per quasi due miglia un sì vario e continuo prospetto di villaggi, di paesi e di ville, che ben potrebbe vantarsene qualunque più orgogliosa città. […]

Dopo l’ampia descrizione dei luoghi, Nievo entra nel vivo del suo racconto:

Dove finisce Villa di Gargnano e comincia Bogliaco, pochi anni sono, si vedeva una modesta e pulita casetta che moveva le voglie a tutti i viaggiatori di buon gusto, che la guardavano dal vapore.
Due sposini novelli abitavano quella casa che ho finito or ora di descrivervi con tanta civetteria; due sposini fatti ed appaiati a bella posta da Domeneddio l'uno per l'altro.

Dalle Confessioni d’un italiano: Carlino in fuga da Venezia, in compagnia dell’amica greca Aglaura. E giungemmo sul quarto giorno a Bardolino in riva alle acque dell’azzurro Benaco. Notte con luna. Mentre i due ragazzi s’inerpicavano lungo il costone di una collina, Carlino rievocava i melanconici uliveti di Sirmione e versi di Catullo. Arrivarono a una frana che cadeva giù nera e cavernosa, sbiancata mestamente dalla luna. Improvvisamente Aglaura si lanciò tra le sterpaglie, dentro il dirupo, nel vano tentativo di morire; ma il suo cappotto s’impigliò a un ramo. Al dolce rimprovero di Carlino, Aglaura si lasciò scivolare mollemente lungo il ramo, fino a toccare la sabbia molle e umidetta, dove veniva a sussureggiare morendo l’onda del lago. L’avventura si concluse felicemente in una osteria sul porto di Bardolino, davanti a una trota e a un piatto di sardelle.

A Desenzano Ippolito Nievo era quasi di casa. A proposito di scandali – scriveva nel 1858 alla cugina Bice Melzi d’Eril – ne vuoi sapere una di belle? L’altro giorno c’era a Desenzano un certo Avvocato senza firma il quale faceva pubblicamente il contratto per la pigione autunnale d’un appartamento per una interessante vedovella di Mantova e per quattro fanciulli. Un sapido pettegolezzo, di cui Ippolito era maestro; ma che oggi stentiamo a decifrare.

Sul Garda aveva amici. Conobbe all’Università di Padova e frequentò a Milano Vincenzo Lutti, musicista di Riva. Sempre a Milano incontrò il poeta Andrea Mafei, di Riva del Garda. Di lui tracciò questo impietoso ritratto: Ha ginocchie molli, e pieghevoli. Incontrava il poeta Cesare Betteloni al Caffè Martini alla Scala, dove si radunava l’enciclopedia letteraria del tempo. Betteloni era riconoscibile per l’immancabile ombrello arrotolato, per il cilindro troppo largo e i calzoni troppo ampi. Tra ciarle e burle, al Martini circolava qualche velata satira contro l’Austria che occupava il Lombardo-Veneto.
Ad ottobre 1858, mentre era sul Lago di Como, per curare un esaurimento nervoso, Nievo fu raggiunto da una triste notizia: nella sua villa di Bardolino, Cesare Betteloni si era tolto la vita con un colpo di pistola. Nievo lo pianse, in versi:

O Cesare, tu pur, quando sedevi
Sulla balsa natia del tuo Benaco
Coi vaghi melanconici pensieri
Scherzando poetando, e allor che, volto
Alla terra dei morti, t’arridea
Di posare in eterno ove il bel lago
Si prospetta e l’olente aura s’aggira
Degli ulivi e dei cedri, e suona il canto
Perpetuo dei mesti capineri,
Tu pure allor quella soave ebbrezza
Di meste fantasie non prevedevi
In qual piombasse orrido vero; e ignara
Vittima t’affidasti alla sirena,
Che con labbra ci ammalia incantatrici,
E al vortice ne attira, e ci sprofonda.

Fausta Samaritani


al

Il Garda a Malcesine (foto f. Samaritani)

15 febbraio 2016

Il lago sestine di Cesare Betteloni

Per favore non copiate testo e immagini

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it