Caterina

Scene carniche

Novella attribuibile ad Ippolito Nievo

Ricerca e note di Fausta Samaritani

Capitolo II

 

    La chiesa di S. Pietro torreggia sui ruderi di un’antica rocca romana. Per dire della sua origine, de’ suoi progressi e sue vicende ci vorrebbe una dose di erudizione acquistata a forza di far la guerra a’ sorci e rovistare biblioteche, e scartabellar codici e leggende e pergamene, e indovinar il senso de’ geroglifici dei tempi di mezzo: ma io qui recito una novella [1] , non uno squarcio d’archeologia. Pure non sarà tempo del tutto gettato il farne un qualche cenno così alla sfuggita.

    Giulio Carnico, borgo edificato appié del monte, a quanto si crede dallo stesso Cesare Dittatore, il quale erigendola in colonia romana le lasciava il suo nome, era a mo’ di terra forte e serviva da queste parti di antemurale all’impero contro gli Slavi e i Norici invasori. Vuolsi che una via sotterranea, della quale conservasi qualche traccia tuttora, conducesse dalla terra su in monte a quella bicocca, la quale siccome specola e frontiera del paese, signoreggiava quasi tutta la valle. Ne’ primi secoli della chiesa, e precisamente verso il 570, Giulio Carnico avea sede episcopale, e tuttavolta ne rimangono i nomi di Fidenzio, di Massenzio e d’Amatore suoi posteri. Circa al 700 sotto la dominazione longobarda i vescovi giuliesi sparirono: il capitolo fondato da loro (uno de’ ricchissimi, però che le sue tenute si estendessero fuor della Carnia giù nel Friuli e nel Tirolo) sussisteva però e mutavasi in collegiata: lo componevano otto membri con un preposito. In appresso le irruzioni barbariche ripetute ai danni dell’impero e de’ dominii forti di esso, desolavano anche la nostra contrada: calati dalle Alpi disertarono [2] , distrussero, arsero Giulio Carnico esercitandovi la ruba, il sacco, l’eccidio, e tutti gli accessorj che sogliono, cioè a que’ tempi solevano accompagnar l’invasioni e le conquiste. Più tardi le inondazioni e gli avvallamenti colmarono la sua rovina. Su tanta distruzione adesso veggiamo sorgere un povero villaggio, mentre del Giulio antico, tranne qualche macerie, qualche pietra scolpita ed il nome, null’altro ci resta. La basilica della terra anch’essa distrutta, il clero disperso ricoverava al monte, e in sulla cima appunto sulle rovine dell’Arce Tulia diroccata gettava le fondamenta del tempio che fu consecrato al primo apostolo. Fuori della chiesa possono vedersi tuttora gli avanzi di un edifizio distrutto, ed era la casa canonica di quel collegio, ove s’era raccolto a vita comune secondo il costume de’ tempi. In appresso, crollata la canonica in un incendio, attenuate per incuria le rendite, i documenti per ripararle smarriti o bruciati, i canonici si sparsero pei villaggi che più tardi presero a reggere, lasciando la custodia del tempio a cura del preposito e di un assistente. Così la durarono sin al 1810. S. Pietro fu la prima, e per più secoli l’unica pieve della valle: onde lassù interravano i morti di tutto il paese, e conservansi ancora traverso ai monti le tracce di certi viottoli che servivano alle adunanze religiose ed al trasporto de’ funerei convogli. A piè del campanile, nel fondo d’una cappella, che dicono fosse l’antico oratorio del castello, per una botola si scende sotterra in una camera a volta, dove s’inalzano in lurido cumulo accatastati i teschi e gli ossami de’ nostri antenati. Alla ricorrenza delle feste principali conveniva lassù tutto il popolo della valle, e vi si aduna tuttora in certe giornate stabilite, riconoscendo in quel tempio l’antica e comune matrice: ma il dì più solenne di tali convegni suol essere quello dell’Ascensione.

           Quel giorno adunque faceva un bel sereno, un cielo nitido e puro che dispiegavasi in tutta la vivezza de’ più limpidi zaffiri pei comignoli di quell’Alpi, e già l’ultima stella tremolava incerta siccome una gemma discesa nel fondo di un ruscello, già l’oriente tingevasi de’ colori più splendidi annunziando il sole vicino, ed una brezzolina leggera aleggiando tra l’erbe e le frondi giovinette e i rami fioriti ricreava la terra con un filo sottile di frescura. Il sole ormai spunta da una catena d’aride bricche [3] denudate, scheletri giganteschi d’una estinta natura, che scendon repenti in una fossa profonda ed angusta [4] : i primi raggi indorano le cime più elevate dell’opposte montagne, scendono a gradi giù per le chine, sui poggi men alti, la chiesa di S. Pietro a un tratto investita, sembra nuotar nel fuoco; la guglia di ferro del suo campani[l]e, e le punte dorate de’ parafulmini e gli embrici [5] inverniciati e disposti a scaglia sul tetto mandano uno sfolgorìo che abbaglia da lontano. Quei raggi, penetrando ne’ finestroni a sesto acuto, dipingono su per le interne pareti certi quadri di luce sfarzosa che i rabeschi di stucco e le divisioni minute de’ vetri colorati frastagliano in mille guise: e le statuette dei santi, e le cornici, e le mensole e i capitelli e i fusti delle svelte colonne in sugli altari smaltati di oro, e le crociere e le chiavi delle volte rendono un magico contrasto di ombre e di splendori.

           La scampanata e gli spari della vigilia eran ricominciati. Già v’erano accorsi i più curiosi, e i più solleciti del vicinato, uno sciame di ragazzi che baloccavasi e ruzzolava sull’erba, alcune donnicciole convenute per le loro devozioni, pasticcieri colle panche fornite d’una dovizia di ciambelle, di focacce, di cialde confettate, alluminate, altre bistorte altre dritte, ed altri ninnoli e leccaggini di pasta: altrove su per la china specchi e stoviglie, e forbici, e nastri, e vezzini [6] e conterie [7] d’ogni fatta disposti in bella maniera: sotto i muri della chiesetta della Madonna un vinattiere salito lassù con due barilozze di vino per farvi bottega tenevasi in pronto dinanzi una dozzina tra peccheri [8] , mezzane e boccali, mentre il suo magro giumento col collo teso ingegnavasi arrivar co’ denti un qualche germoglio d’acero o di querciolo.

           Giù nella valle, ch’era tuttora sepolta nell’ombra, suonavan le campane de’ villaggi, e vedevansi le lunghe strisce serpeggianti di gente mettersi in via, traversar le campagne, scendere e risalir le riviere, avanzarsi per le ghiaje dei torrenti, e di mano in mano prendere l’ascesa, seguitando le giravolte del sentiero montano: e su e su, finché di sopra alle siepi ed a cespugli comparivano lucicando le croci d’argento messe tutte a fiori, a nappe, a gale, a festoni, a svolazzi che rimanevano folleggiando sei palmi indietro; e i canti dei devoti facevansi ognor più vicini. Presentossi finalmente il primo crocifero, e dietro di esso un altro, poi il terzo, il quarto e via via, in ragione delle filali d’ogni parrocchia: seguono i fanciulli, poi gli uomini a coppie, indi i cantori e i reverendi con indosso la cotta e la stola di broccato, in una mano il fazzoletto bianco per asciugarsi i sudori, nell’altra il berrettino e la canna d’india col pomolo e la ghiera d’argento: tra questi coloro dalle calzette e del collarino violetti erano i canonici della collegiata. Succedevano le donne tutte in un nembo senz’ordine propriamente

Come le pecorelle escon dal chiuso,

per dirla con Dante. Venivano su a passi rialzati, scomposti ne’ loro abbigliamenti, le giubbe buttate sulla schiena a cavalcioni dell’omero, sciammanati, anelanti per l’erta salita: in manco d’un’ora tutta la vetta del monte, e il praticello al basso, e il cimitero che cerchia la chiesa, e la chiesa medesima formicolavan di gente [9] . Adesso tornavano a comporsi, ad azzimarsi, ad attillar le gale, ad affibbiar le vesti sciorinate. Indossavano le lor più splendide assise [10] di festa, foggiate all’usanza del paese: vedevansi girando cappelletti rotondi colla tesa spiegata, altri puntata o ravvolta, e capegli incipriati con due grandi cornacchi accartocciati sulle gote e la coda di dietro; guernacche [11] tagliate a crescenza, adorne di tanti e sì grossi bottoni che gli era subisso, camice serrate al collo da un nastro vermiglio di seta o da una cravatta a grinze, e trine e lattughe [12] che sfuggian fuor de’ panciotti e sporgendo una spanna innanzi facevano andar pettoruti que’ buoni messeri, e brache di camoscio, di cervo, di lino serrate con fibbie e pomposi usolieri [13] e bianchi calzari; quest’era l’ordinario loro abbigliamento. Distinguevansi tra la calca i Kramari, che sono merciai girovaghi, i quali corrono la Germania con un faldetto di panni in ispalla: però che i più ricopiassero le fogge dei paesi in cui trafficavano, e gli vedevi in parte vestir le ruvide e corte schiavine [14] di Carintia, e chi le toghe di Baviera, o l’elegante costume tirolese dal cappello piumato a cono, dalla gabanella [15] verde e sott’essa il balteo [16] trapunto di cuoio, le brache e le sopracalze pur verdi che lasciavano le ginocchia scoverte. I Timavesi anch’essi ravvisavansi al lor berretto di maglia a punta di fiamma, ed a poveri indumenti di lana abufa, vo’ dir del colore che la portavano le pecore addosso. Notavasi ancor qualche cèrnida [17] , o soldato paesano al suo cappello a tre acque colla nappa a la piuma sulla sinistra, colla divisa turchina soppannata [18] di rosso cogli spallini pur rossi: e fra tutti distinto il Capitan del quartiere, il quale vestiva un abito azzurro bordato d’argento sul collare, sulle calze e in sulle rivolte [19] , e sotto a questo la bianca sottana, la sciarpa a zona, e la daga al fianco; gente questa salita lassù tutt’altro che per mantener il buon’ordine che niuno turbava.

           Le femmine poi, siccome quelle cui meglio talenta lo scialo e la comparsa, non erano rimase addietro agli uomini per nulla: avevano in testa un quadro bianco di bucato, annodato di dietro, con un dei lembi che ricadeva per l’omero destro sul seno, mentre gli altri s’arrovesciavano da tergo, e camiciuole di velluto, di seta serrate alla vita, per entro a cui risaltavano snelli e tondeggianti i graziosi contorni della braccia e della persona, e gonnelle a brocchi [20] od a righe, e grembiali orlati di spinette [21] , o di crespe, larghi sino a mezz’anca, e calze vermiglie co’ cogni [22] fiorati a rabeschi, a fogliami, a capricci di cento maniere, e calzaretti a punta, a tacchi elevati. Scernevansi di leggieri dalle altre volgari le donne benestanti alla pettorina di seta che portavano fitta sul busto, con che veniano a nascondere lo scolo della camicia trinata, la quale rimanea scoverta fin presso alla cintura; alle fettucce d’oro e d’argento inoltre ond’erano guernite le balzane [23] delle maniche, gli occhielli, le costure e le crespe della falda dei loro brillanti gamurrini [24] , non men che a repini [25] , ai pendenti a filigrana, a peretto, a gocciole, ed a cerchielli cesellati, o lisci, alle catenelle, alle collane pur d’oro: mentre le meno agiate andavan contente di guarnizioni gialle o rosate di seta, d’orecchini o cerchielli d’argento o d’orpello [26] , di monili, di corallo, o di perle, tutte in apparenza d’una bell’acqua, ma le più in realtà di cera con sopravi uno smalto iolino [27] .

           Le vecchie c’erano anch’esse co’ bianchi fazzoletti ravvolti sulla fronte a mo’ di turbante, coi lembi fregiati di penere [28] e di frange, pioventi da ambi i lati in sulle spalle: vestivano però come solevasi cinquant’anni addietro, o che riputassero sciatte e difformi tutte le fogge che non s’usavano a loro be’ giorni, ovvero si credessero che queste d’allora avessero col tempo ancora a rinnovarsi. E v’era la fidanzata fresca come una rosa appena sbocciata, e la sposa novella cogli abiti di nozze, qui la ragazzina che incomincia a dar nell’occhio, qui la vergine omai troppo matura che non è più curata.

           Ma un sospetto m’assale, che forse in leggendo queste pagine a primo aspetto taluno sia per tener le mie buone montanine per le più prodighe altiere e vane femmine del mondo, mentre per verità egli era tutt’altro. Di solito que’ ricchi gamurrini, quegli zendali [29] , gli ori e le gioje passavan da madre a figlia, sintantoché, non la moda le smettesse, ma il lungo uso le consumasse: ed avveniva sovente che il corredo nuziale d’una sposa fosse l’identico che la madre o l’avola sua aveva portato il dì delle sue nozze.

           Tali erano i costumi di codesti alpigiani in sul declinare del secolo scorso, quando i saggi provvedimenti della Repubblica Veneta, tutelando il taglio dei boschi, impedivan ancora agl’irrefrenabili torrenti di devastare la valle al segno di rendere una ineluttabile necessità quella temporanea emigrazione che coll’oro dello straniero ci porta adesso in ben maggior copia i tristi suoi vizj [30] .

           In chiesa frattanto alcune pie persone s’erano avvicinate a’ gradini dell’altare per ricevere il Sacramento: quella buona gente vedevasi pispigliar paternostri e snocciolar i grani di cocco o di vetro de’ lor rosarj, al cui capo penzolavano crocifissi, medaglie e oscille [31] . E v’era pur essa la Caterina che aveva voluto quel giorno far le sue divozioni in ringraziamento della salute ricuperata. Chi ha caro che gliela pitturi mi segua; chi poi ne fosse già stufo, o non volesse saperne d’avanzo, salti pure di colpo il periodo.

           Ora s’immagini una zitella sotto a vent’anni, ancor pallidetta pel morbo sofferto, d’un po’ d’incarnato su’ pomelli delle guance e sulle labbra: una fronte liscia e serena, in cui due negre pupille brillavano d’un fuoco moderato eppur limpido, vivace, un viso ovale tra mesto e pensoso, un naso affilato, dritto dalla punta alla radice, la chioma ravvolta nel suo lin bianco, dal quale scappavano giù per le tempia due riccioloni bruni, lucenti, alle orecchie due grossi cerchi d’argento con un ciondolo in mezzo. Arroge [32] una statura vantaggiosa, una svelta persona e bene tagliata, benché il suo miglior adornamento si fosse la compostezza degli atti, la modestia ed il raccoglimento di quel volto accorato, che il sol vederlo ispirava fede e pietà.

           Ricevuto il Sacramento ella declinò dolcemente la testa, velando gli occhi colle lunghe palpebre: stette concentrata un momento, indi si levò per dar luogo a’ sorvegnenti. Frattanto le campane sonarono a doppio, avvertendo che la messa incominciava, e fu allora un’affrettarsi, un’accorrere da per tutto a quell’avviso, un sospingere, un pigiarsi, un premersi onde avere accesso alla chiesa od all’atrio almeno. Vi celebrarono tre canonici venerandi per costumi ed età. Giovan Lionardo Vazanini da Sutrio con un’antichissima pianeta indosso di lavoro orientale, stava nel mezzo: l’assistevano da un lato Antonio Treleani da Sezza, il cui teschio bianco e polito si vede ancora sur una mensola nell’ossario, e dall’altro Nicola Grassi, il buon letterato, parroco di Cercivento. Raccontano che quest’ultimo, prevedendo la morte vicina, certa domenica salisse in pulpito a favellasse così: – Cari figli, fra otto giorni io non sarò più con voi: la mia ora è già prossima, ed io la sento. Vi domando perdono se talora vi offesi, voi perdonatemi: coloro che mi devono alcun che, se poveri, sel tengano pure, se ricchi, lo cedano a chi n’abbisogna; vi ricordi di me talvolta, che ancor io saprò ricordarmi di voi. –

           Egli parlava e piangeva – il popolo piangeva ed ascoltava: e quando sul quinto dì la campana dié il segno dell’agonia di un’anima, e si seppe ch’era il Grassi quel passante, tutto il villaggio fu fuori a lacrimare la perdita ed a predicarlo santo.

           Quell’ammasso di genti di tanti paesi, di tante età che forse conosconsi appena, che forse più non si videro, né in sulla terra s’incontreranno più mai, adesso mescolati e riuniti come una famiglia sola, e quegli altari vetusti, davanti ai quali tanti voti sollevaronsi, tante preghiere, que’ finestroni, quel tempio, che richiaman memorie d’uomini e di tempi scomparsi, e quelle volte, quelle arcate che rispondono alla severa melodia de’ canti, e all’effluvio de’ fiori, e i profumi e i nembi d’incenso – tutto esercita tale un prestigio sull’anima, che intenerisce e commove.

           S’usa ancora alla messa tra noi l’offerta, istituita nella chiesa primitiva, perseguitata e mendica, a sussidio de’ ministri dell’altare: e perciò dopo l’evangelio il celebrante si volse a fare a’ fedeli l’invito. I cori cantarono il Pange lingua, e primi i sacerdoti, poi gli uomini e quindi le donne sfilarono ad offerir l’obolo e baciare la Pace: tutta la chiesa fu in movimento, mentre la folla si schierò su due colonne che andavano in senso apposto. Le giovanette succedendosi colle mani conserte sul seno, il capo chino, le pupille atterrate, tutte raccolte e devote vennero alla lor volta all’altare e presentarono anch’esse i poveri lor doni.

           Finita la messa, la gente dividevasi, sperperavasi all’intorno: chi s’arrestava in chiesa, chi scendeva nell’ossario, o scorreva il cimitero a goder le belle prospettive, oppure a pregar per la pace dei morti: altri s’accosciava sull’erba a refiziarsi. I lontani avevano recato seco di che cavarsi l’appetito, ed eccoti trar fuora una focaccia succenericcia [33] , altri una caciola fresca, o una pagnotta casalinga, una salsiccia, un cartoccio di frittelle arrostite nel burro. Qualche bella frattanto scioglievasi il quadro di testa, allora comparivano quella vaghe acconciature: i capelli divisi sulla fronte per lo mezzo ricadevano in parte sulle guance in anelli o riccioloni, mentre gli altri intrecciati con un nastro vermiglio aggiravan la testa, siccome un bel diadema di che l’abbia adorna la stessa natura. Sedute sul prato a crocchi, a brigate, a capannelli, sogguardavano i loro innamorati furtivamente, ne chiamavano l’attenzione con lo schiarirsi o col tossire, e gl’invitavan co’ cenni a far parte del loro asciolvere [34] : cicalavano, sorridevano, più spesso che non facesse bisogno, per darsi a credere spiritose e gioviali, o per far mostra delle candide file de’ denti.

           Di mezzo a quel rimescolio, a quel tumulto potevano ascoltarsi i molti dialetti del paese, così diversi tra villa e villa, però che in tal giorno, oltre alle cure soggette, sogliamo convenire a S. Pietro in buon numero dalle terre discoste o condottivi dallo spettacolo, o pelle molte indulgenze ond’era ricca la chiesa. Udivi quella cantilena gutturale e stiracchiata delle valli di Vinajo e d’Incaroio, l’altrettanto e monotono cinguettar di Sutrio e Cercivento, il pacato e sonante di Cabia e Cedarghis, e il carintiano de Timavesi, e il tedesco e lo slavo che i Kramari parlavano per mera pompa tra loro.

           Suonato il mezzodì, seguirono i rintocchi alle campane: salì ancora quel Battista della vigilia che sapeva dar i colpi così giusti e rinterzati [35] , e sotto le mani di lui si animava la gelata materia, mettendo una voce che pareva dire, e dicea certo – Caterina, Caterina, vien con me – e qualche Caterina al basso l’udiva gongolando in cuor suo.

           La bella montanina uscendo di chiesa colla Lena, indivisibile sua compagna, girò un’occhiata oziosa su quella turba, e venne a fermar gli occhi per caso sovra d’un tale, il cui vestire non era il solito del paese. Era un donzello di dieciott’anni, pallidetto, senza spalle, mingherlino forse per vizii che impedirono al suo corpo il primo sviluppo, tutto lindo del resto e attillato a capello, da parer un corriere delle dame, uno di que’ tali eroi che vivono la vita del dolce far niente. La Caterina guardavalo curiosa, ma si accorgendo ch’egli pure guardava lei, dimettea le pupille: rialzavale, le incontrava ancora negli occhi di lui, laonde tutta arrossita, confusa torcea la testa, e nascondevasi dietro l’amica sua. Ed ecco il bellimbusto venir loro vicino, e salutarle entrambe per nome: le due donzelle stupiscono, ma la Lena squadrandol un po’ meglio crede ravvisar un sembiante conosciuto, perlocché favella peritosa [36] :

           Natale, siete voi?

           Si carina, son io; e’ sembra che i miei compatrioti penino alquanto a conoscermi adesso. Si, sono Natale in anima e in corpo.

           Dopo sett’anni che mancate di qui è forse meraviglia?

           Nessuna, mia bella, nessuna. Sett’anni d’assenza e quattro mesi di malattia devono avermi sfigurato davvero: egli è per questo che ritornai in paese, per rimettermi in forze, per respirar l’aria nativa. – E la mia Caterina, chi sa se m’ha pur anco raffigurato? dimmi, cara, ti ricordi ancora di me? – E con queste parole, domandandosi a vicenda «ti ricorda – vi ricordate» tornarono bellamente verso casa assieme.

           Il dì dell’Ascensione avvien quasi ogni anno quassù che il tempo si sconcia e mettesi in burrasca; ed anche quell’anno s’eran raccolti in cima ai monti certi nugoli oscuri che spaziavano turbinosi pel cielo, mentre che il sole nell’ore più caldane saettava così forte la terra che ogni cespite e ogni stelo pendevano illanguiditi. A poco a poco le nubi condensavansi, s’agglomeravano, ricoversero tutta la faccia del cielo, facendo pensare ognuno a un po’ di riparo per difendersi dalla piova imminente: e di fatti cominciavano a spesseggier certi goccioloni d’intorno – sostavano – si metteva una spruzzaglia fitta e leggiera sin tanto che un fulmine, scaricandosi sui conduttori del campanile, allagò l’aria di fuoco con un boato spaventevole, e dietro ad esso un diluvio di acqua, che beato chi n’era al coperto. La Caterina, la Lena che movevano verso Fielis col giovane Natale allato, sorprese per via da quel rovescio, furono in tempo appena di ricoverarsi sotto l’accollo [37] di un fienile che per buona ventura si parò loro sulla strada, ed ivi ristettero intrattenendosi in amichevoli favellari finché ebbe spiovuto; allora si riposero in cammino anch’esse: – in manco d’un’ora S. Pietro era deserto come nella nottata più algente del rigido inverno, quando al chiaror della luna l’accesa fantasia dell’alpigiano vede le tresche de’ morti che danzano vorticosi intorno al cimitero.

           Ricominciava la pioggia, quando la Caterina poneva il piè sul limitare di casa sua, dove sua madre, una donnicciuola ancora vegeta e fresca, s’affaccendava ad ammanir un po’ di pranzo miglior del solito per festeggiare così alla buona e distinguere la giornata. Questa, veduta la figlia di ritorno, andò ad incontrarla, a chiederle se le fosse stata penosa la gita, e come si sentisse dopo quel viaggio. E la figliuola rispondevale tutta lieta e briosa descrivendole il mar di gente ch’era accorso alla festa, e il vago spettacolo che aveva goduto. Un po’ ragionando, un po’ aggirandosi per la casa, o pel paese, si passò il resto del giorno. Sulla sera, dopo il rosario, stavano assieme alcune amiche, mentre il sole tramontando scappava per una nuvola a dardeggiar sui monti opposti un nebbione leggero stemperandosi in pioggia: succedeva un’iride magnifica, che posava il piè da un lato sulla montagna, e con l’altro pescava in fondo alla valle, e traverso a quella dovizia di colori così i prati diafani, così puri apparivano i gioghi, e le selve, e le rupi.

           La Lena, poiché ebbe a lungo contemplato quel fenomeno meraviglioso, e vedutolo a grado a grado impallidire, sfumare e dileguarsi, si volse alle compagne e

           Anche per quest’anno – mormorò, – la festa è finita. Un altr’anno beato chi sarà vivo. (continua)

(Trascrizione e note di Fausta Samaritani)

 

Una novella rusticale, dal titolo Caterina e dal sottotitolo Scene carniche, e col testo spartito in sei capitoli, è stata pubblicata a puntate su un periodico di medio Ottocento, priva della firma del suo Autore. Il titolo ci suggerisce che questa novella sia un omaggio alla scrittrice friulana Caterina Percoto che nel 1844 aveva pubblicato, sulla rivista triestina «La Favilla» diretta da Francesco Dall’Ongaro, il racconto rusticale Lis cidulis. Scene carniche, ambientato negli stessi luoghi dove si dipana la trama di Caterina.

Nel primo e nel secondo capitolo di Caterina è descritta, con dovizia di particolari, la festa dell’Ascensione, rallegrata dai fuochi che di notte infiammano di luci colorate la montagna: siamo a Zuglio (Forum Julium Carnicum), comune della Carnia, nell’Alto Friuli, in provincia di Udine, dove ancora oggi, per l’Ascensione, si ripete il rito del “Bacio delle Croci”, con il concorso imponente di popolazioni provenienti dalle parrocchie circostanti, che si recano in processione alla Pieve Matrice di San Pietro, portando croci astili d’argento, adorne di nastri multicolori.

Caterina, per i temi trattati e per lo stile è attribuibile ad Ippolito Nievo: solo lui, in quel periodo, poteva scrivere una novella che termina col suicidio di una donna, sedotta e abbandonata e respinta anche dal prete codino che le nega lassoluzione.

Nievo del resto, in alcune sue lettere, dichiara di essere intento alla scrittura di una novella che la critica, fino ad oggi, non era riuscita ad individuare.

(f. s.)

 

30 marzo 2007

Le Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

Per l'onore di Garibaldi racconto di Fausta Samaritani sulla morte di Ippolito Nievo


[1] Novella è quindi il genere letterario attribuito a questo scritto dal suo Autore: quindi, non bisogna parlare né di racconto, né tanto meno di racconto lungo. Nel primo capitolo, che non abbiamo qui trascritto, si presenta come voce narrante un uomo di Giulio Carnico (Zuglio).

[2] Disertarono = ridussero a deserto.

[3] Bricca = rupe.

[4] Confronta con i versi di Ippolito Nievo La maga distanza. Cfr. Ippolito Nievo, Poesie, a cura di Marcella Gorra, Milano, Mondadori, 1970, pp. 532-533 e n.

[5] Embrice = tegola piana.

[6] Vezzino = piccola collana.

[7] Conteria = perla di vetro.

[8] Pecchero = grosso bicchiere.

[9] Confronta la scena con la descrizione della messa a Barbana, nella novella Le Maghe di Grado di Ippolito Nievo. Cfr. Ippolito Nievo, Novelliere campagnuolo e altri racconti, a cura di Igino De Luca, Torino, Einaudi, 1962, pp. 349-351.

[10] Assise = uniformi, costumi caratteristici.

[11] Guernacca = guarnacca, ampia sopraveste con cappuccio.

[12] Lattuga = gala pieghettata o increspata.

[13] Usoliere = legaccio.

[14] Schiavina = mantello popolare con cappuccio, tipico delle popolazioni slave del meridione.

[15] Gabbanella = gabbanella, soprabito corto e leggero

[16] Balteo = cintura.

[17] Cernida = soldato della milizia ausiliaria.

[18] Soppannata = bordata di panno.

[19] Rivolta = risvolto.

[20] A brocchi = a spine.

[21] Spinetta = nastro intrecciato.

[22] Cogno = calcagno.

[23] Balzana = balza che orla.

[24] Gamurrino = sopraveste.

[25] Repino = voce non identificata.

[26] Orpello = similoro.

[27] Iolino = ialino, trasparente.

[28] Penere = penero, lembo dell’ordito che forma una piccola frangia.

[29] Zendale = zendado, drappo o velo di seta.

[30] I fatti narrati si svolgono quindi a fine Settecento, poco prima della caduta della Repubblica di Venezia.

[31] Oscilla = oscillo, a forma di medaglia tonda con immagine sacra, era un pendente usato dagli antichi romani.

[32] Arrogere = aggiungere. Arroge si trova in ambito notarile, con valore avverbiale, dal significato di inoltre.

[33] Succenericcia = cotta sotto cenere.

[34] Asciolvere = fare uno spuntino.

[35] Rinterzato = in triplice successione.

[36] Peritoso = trattenuto dal riserbo.

[37] Accollo = tettoia.