Ermetico e surreale come Ippolito Nievo 2000

di Fausta Samaritani

C'è un metodo classico di studiare la letteratura italiana: partire da Sao ko kelle terre, attraversare secoli di saggi, di romanzi, di novelle, di racconti, di poesie e arrivare infine all'ultimo Strega. C'è un metodo alternativo e ignorato dalle grandi storie della letteratura italiana: partire da un autore qualsiasi e risalire a quelli che l'hanno preceduto. Se dal Novecento si procede a passo di gambero è quasi inevitabile incontrare Ippolito Nievo, perché egli aveva, come ama ripetere il pronipote Stanislao Nievo:

la "bosse", il naso, di come lingua e letteratura avrebbero continuato il loro misterioso percorso.

A chi arriva da Sud, il castello di Colloredo di Montalbano sembra quasi intatto, dopo il disastroso terremoto del Friuli: un borgo in cima ad un colle, chiuso da mura merlate, stretto intorno ad un antico torrione; un complesso più largo che alto, tozzo e disarmonico come sono in genere gli edifici costruiti in epoche e in stili diversi. In questo romitorio per gufi, abitato anche esseri non pennuti Ippolito Nievo si ritirò a scrivere Le Confessioni d'un italiano. In parte il castello è stato restaurato, in parte le sue stanze sono a cielo aperto e il cortile è invaso da rovi, come quello della Bella addormentata.

In qualche repertorio, Le Confessioni sono ancora classificate come "romanzo gotico", ma questo borgo friulano non ha nulla di "gotico" e nel romanzo non c'è neppure un'idea "gotica" di castello. Scrive Nievo: I fumaioli gli davano l'aspetto d'una scacchiera a mezza partita. La cucina di Fratta era

un vasto locale, d'un indefinito numero di lati molto diversi in grandezza, il quale s'alzava verso il cielo come una cupola e si sprofondava dentro la terra più d'una voragine.

Con questa descrizione stralunata siamo già nell'area rarefatta del surrealismo. Il Duomo di Milano e il tempio di San Pietro son qualche cosa, ma non hanno di gran lunga l'uguale impronta di grandezza e di solidità. Nievo estende verso il basso e verso l'alto i confini della nera cucina di Fratta, perché tale doveva apparire agli occhi di un fanciullo. Descrive come tanti occhioni diabolici i fondi delle cazzeruole, delle leccarde e delle guastade, nelle fauci d'antro acherontico.

Sulle pareti della camera d'Ippolito Nievo a Colloredo, sotto l'alto soffitto a cassettoni, correva un largo fregio con stemmi di casate, con le quali la famiglia Colloredo era imparentata. Forse di notte, al lume ondeggiante della lampada, le ombre danzanti sulle pareti dilatavano e incupivano gli stemmi e, spento il lume, ne restava in fondo agli occhi d'Ippolito una immagine moltiplicata, bislunga, ossessiva. Così Nievo descrive la stanza da letto dei Conti di Fratta:

Una camera grande ed altissima, con un terrazzo che d'inverno metteva i brividi solo a specchiarvisi dentro, e col soffitto di travi alla cappuccina dipinte d'arabeschi gialli e turchini. Terrazzo, pareti e soffitto eran tutti coperti da cinghiali da alberi e da corone [elementi dello stemma dei Fratta], sicché non si poteva buttar intorno un'occhiata senza incontrare un'orecchia di porco, una foglia d'albero o una punta di corona. Il signor Conte e la signora Contessa nel loro talamo sconfinato erano letteralmente investiti da una fantasmagoria di stemmi e di trofei famigliari, e quel glorioso spettacolo, imprimendosi nella fantasia prima di spegnere il lume, non poteva essere che non imprimesse un carattere aristocratico anche alle funzioni più segrete e tenebrose del loro matrimonio.

Ippolito Nievo usa spesso ne Le Confessioni la tecnica del surreale, mescolato ed esaltato da ironia sottile. In altri suoi scritti, questo gusto di stravolgere dimensioni, colori e odori è un mezzo per rappresentare, senza alcuna pietà, la società e la totale mancanza di libertà politica, in cui Nievo è costretto a vivere.

Un passo, tratto da Un veglione_ Delirio d'un pazzo, pubblicato nel 1858 come articolo giornalistico, sulla rivista milanese "Il Pungolo":

La città era triste, immensa, spopolata come il deserto, e oscena nella sua quiete come il lago d'Asfalto. Sotto i piedi non s'insaldava la terra, la gran genitrice delle cose; ma una crosta fredda e crocchiante di ghiaccio, il pavimento stesso della Caina.

In questo luogo inospitale e osceno, in mezzo al fragore disordinato del Carnevale, Nievo immagina di essere sospinto da una guida in maschera a nuotare dentro una calca in guisa di pesce che divide guizzando il compatto volume delle acque. Egli vede ibride falene di mostricciuoli, e larve estenuate, dai lunghi sguardi di lumaca, e ancora angeli decaduti, coperti il viso per vergogna insieme a polipi sonnolenti e pigri crostacei obesi nel loro chilo semestrale.

Sembra la recensione ad una mostra di Salvador Dalì: invece è Nievo che scrive. Egli rappresenta i suoi contemporanei, frastornati da musica procellosa, avvolti di codardo oblio, immersi dentro una insaziabile lussuria e in pingue apatia, esalanti puzzo alle stelle fuggitive.

Questa città decaduta è Milano, dove una parte della ricca borghesia, della nobiltà e della stampa accoglie e gradisce il "guanto di velluto", offerto dall'Austria imperante con l'inviare in Italia il Granduca Massimiliano. La risposta che viene da Nievo, tanto è stralunata e surreale, tanto è violenta come uno schiaffo verso la società che, per quieto vivere, si disfa nella melma del carpe diem.

Incombe tuttavia l'arrivo di una Nemesi, coperta da una cappa sanguigna, con occhi fulminei d'ira e bava pestifera eruttante dalla bocca: è pronta a fare piazza pulita degli indecisi, dei corrotti, dei traditori e ad aprire un inferno, un abisso di pianto agli angeli impenitenti.

Continua Nievo: E da quel tumido gorgoglio di bitumi e di pomici vidi levarsi allora un coro di candide larve, come le fiamme purificate che s'innalzano al cielo da una catasta d'informi tizzoni. Visione livida e rarefatta, degna della matita di Walter Disney, nelle fasi finali di Una notte sul Monte Calvo di Musorgskij, nel film Fantasia. Sarà una Italia di candide larve, quella che nascerà dalle ceneri degli imperialismi ottocenteschi?

Un'ultima nota su Ippolito Nievo, anticipatore di gusti e di stili. Garibaldi lo ha convocato a Genova, per una nuova e straordinaria avventura che passerà alla storia come la Spedizione dei Mille. Sull'ultima pagina del manoscritto de Gli Amori garibaldini Nievo scrive questo titolo: Partendo per la Sicilia e poi traccia otto righe di puntini, seguiti da un punto interrogativo. Eventi indecifrabili lo attendono: egli va incontro ad un futuro, del quale non indovina l'esito.

Con quei puntini Nievo anticipa alcune idee fondamentali dell'Ermetismo.

Altri indizi di poesia ermetica si trovano nei versi sibillini di alcune sue poesie, in cui l'allegoria è il mezzo per eludere la vigile e sospettosa censura austriaca. Nell'apologo L'allegra morte, la frase: sceso dall'Api al mare significa in realtà "Pisacane e la Spedizione di Sapri" e la vaccherella della poesia omonima, che si difende a cornate, è il "popolo italiano che privato dell'indipendenza riuscì nel '48 a ribellarsi".

Fausta Samaritani

Illustrazione per Felice come un gambero! di Ippolito Nievo, pubblicato su Il Pungolo il 13 dicembre 1857.

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Le confessioni di Nievo Per l'onore di Garibaldi racconto di Fausta Samaritani sulla morte di Ippolito Nievo

5 Dicembre 2000

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