Albertazzi interpreta la leggerezza di Italo Calvino per il Millennio2001

di  Anna Ferri

 

Il grande successo delle Lezioni Americane di Italo Calvino, portate sulla scena da Giorgio Albertazzi, ha stupito anche l’attore che, nel congedarsi dal pubblico del  Piccolo Eliseo di Roma, ha confessato di aver affrontato il testo di Calvino con molto entusiasmo, ma non senza  riserve per la concettuosità del contenuto. Da parte nostra, ammirando ancora una volta il coraggio delle scelte dell’attore, abbiamo  seguito lo spettacolo come affascinati, quasi identificandoci in quegli studenti di Harvard che Calvino, se non fosse stato colpito da un ictus, avrebbe incontrato durante un ciclo di conferenze nell’anno accademico 1985-1986. Il tema lo aveva scelto lui stesso: le specificità della letteratura, da conservare per il prossimo Millennio. Scelta felicissima, se Leggerezza, Rapidità, Esattezza, Visibilità, Molteplicità, Consistenza, i sei valori che affondano le loro radici nella letteratura di tutti i tempi e di tutti i paesi, riemergono nel nuovo Millennio ormai iniziato come figure mitiche, origine misteriosa della nostra capacità di evadere dalle angustie e dalla materialità della società postindustriale, senza estraniarci dalla logica della razionalità.                                              

 

Albertazzi ha messo in scena la prima delle sei proposte, la Leggerezza, che per Calvino pervade la letteratura fin dalle origini: la leggerezza, come  l’atteggiamento di opposizione a la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo è l’agile salto improvviso del poeta-filosofo (vedi: Guido Cavalcanti, nella pagina che Boccaccio gli dedica nel Decameron) che si solleva sulla pesantezza del mondo, dimostrando che la sua gravità contiene il segreto della leggerezza. L’attore, pur seguendo fedelmente il testo di Calvino, immagina di colloquiare con un’ipotetica allieva-giornalista, interpretata dalla brava Irene D’Agostino. In tal modo, quando la difficoltà dei concetti, forse, avrebbe reso meno partecipi gli spettatori più sprovveduti, i chiarimenti da parte del professore e attore ai dubbi dell’alunna davano agilità a tutta la narrazione. Di grande suggestione l’accompagnamento del violoncello di Eliana Gintoli.

 

L’atto unico ha rivelato che la scrittura può indicare all’uomo tecnologico la via per allentare la “morsa di pietra” che lo immobilizza. Italo Calvino si pone questo interrogativo: possono la scienza e la filosofia, espressioni della razionalità, perdere gravità e peso per non schiacciare l’individuo? La prima risposta positiva la trova nella letteratura classica: il poeta dell’atomismo Lucrezio e il pitagorico Ovidio hanno conquistato la leggerezza, non come fece Perseo con la Gorgone, sostenendosi sui venti e sulle nuvole, ma con i mezzi linguistici propri del poeta, indipendentemente dalla dottrina filosofica di cui è seguace. Un mirabile confronto poi, tra Cavalcanti e Dante: tanto il linguaggio del filosofo è un elemento senza peso che aleggia sopra le cose come un campo di impulsi magnetici per dare levità ad ogni immagine, quanto invece, quello di Dante Alighieri ha la concretezza dei corpi e delle sensazioni, per rendere la compattezza del cosmo. Le due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli.

 

Albertazzi a questo punto si permette una divagazione: vuole dimostrare che non Beatrice suscita nel poeta un vero sentimento d’amore, ma Francesca da Rimini. E quando recita il V Canto dell’Inferno, la voce dell’attore ci fa cogliere come l’alleggerimento del linguaggio dia alla passione la forza di un sentimento comune ed universale. Ancora un grande del teatro: Shakespeare. Calvino ci invita a considerare come in Romeo and Juliet si ritrovano temi presenti e vitali anche nel nuovo Millennio, resi universali dal gioco della lingua: le città turbate da contese, l’ottimismo della filosofia naturale che non si sa se porti vita o morte, la liberazione sessuale che non riesce a diventare modello d’amore. Poi, quando si fondono la melanconia, non cupa e compatta ma pulviscolo d’atomi, particelle minute di sensazioni, e l'humour, non pesante come il comico ma coscienza critica dell’io e del mondo, appare sulla scena Amleto: Albertazzi-Calvino non poteva negare al suo pubblico la splendida interpretazione del monologo del Principe di Danimarca, splendida come le precedenti, ma con una caratterizzazione nuova, perché oggi lo scrittore Calvino ha suggerito all’attore Albertazzi di arricchire la sua arte con la leggerezza.

 

Calvino prosegue il suo “viaggio” nella letteratura: ci comunica stupore, quando incontra l’amato Cyrano de Bergerac. Lo definisce precursore della fantascienza, per avere trasfigurato l’universo e la precarietà dei processi che hanno determinato tutte le cose: quanto poco è mancato perché l’uomo non fosse uomo, e la vita la vita, e il mondo il modo. Se per arte combinatoria un uomo è uomo e un cavolo è cavolo, la protesta del cavolo, quando l’uomo lo taglia, è legittima. Con questa sottile  ironia, Cyrano arriva a proclamare, prima dell’età dei Lumi, una sorta di fraternità universale e si sottrae, prima delle teorie di Newton, alla forza opprimente della gravità. Per lo stesso fine Cyrano, come tanti poeti e scrittori che lo hanno preceduto, tenta di raggiungere la luna con la fantasia: il suo lancio in aria di una calamita, elemento naturale dotato di forza di attrazione e ripetuto da una navicella, sarà ripreso da Jonathan Swift per sostenere in aria l’Isola di Laputa.

 

Ecco la luna: Calvino ci confessa che inizialmente aveva pensato di dedicare tutta la conferenza all’astro che incanta i sognatori e quindi i poeti; ma in un secondo tempo lo lascia a Giacomo Leopardi. Come non stupirci dei versi del poeta di Recanati che, sebbene appassionato di astronomia, ha tolto ogni peso alla luna, fino a farla assomigliare alla luce lunare? Questa meraviglia ci è trasmessa dalla voce di Albertazzi, quando, declamando i versi di Alla luna, sottolinea le espressioni  in cui la scrittura è metafora della sostanza pulviscolare del mondo. Lo spettacolo-conferenza si chiude con un racconto di Franz Kafka Il cavaliere del secchio. Racconto misterioso, in cui la sofferenza della guerra (siamo nel rigido inverno del 1917), grazie alla magia di un secchio vuoto che una carbonaia egoista ha impedito al marito di riempire per lo scrittore infreddolito, si eleva sulle qualità e l’egoismo dell’uomo, nel regno in cui ogni mancanza sarà magicamente risarcita. In questo secchio, capace di volare, portiamo nel Millennio anche la leggerezza e la commozione di Giorgio Albertazzi, ripetutamente chiamato sul proscenio dal pubblico entusiasta.

 

Giorgio Albertazzi (Fiesole, 1925), attore e regista. Nel 1955 entra nella  Compagnia Ricci-Magni-Proclemer-Albertazzi-Buazzelli. Nel 1956 stringe con Anna Proclemer un sodalizio affettivo ed artistico che ha portato sulla scena opere scelte con grande curiosità intellettuale (Rocca, D’Annunzio, Camus, Ibsen, Terron, Sartre, Billetdoux). Memorabili: “Amleto” (1963, regia di Franco Zeffirelli), “Dopo la caduta” di Arthur Miller, “La governante” di Vitaliano Brancati. Si dedica per molti anni anche all’attività televisiva, iniziata nel 1952 con “L’idiota” di Dostoevskij.

Anna Ferri

 

Vedi anche: Se una notte d'inverno un viaggiatore Natalia Ginzburg Italo Calvino

Italo Calvino e Internet Pagine dall'America

 

15 giugno 2001

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

 

 

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