Le frecce quindi appaiono a Calvino come flussi di idee verso direzioni plurime, come insiemi di forme elementari variamente combinate: una immagine del suo cervello pensante

Calvino e la polverizzazione di Internet

Tutti i luoghi della mente 2001

Con lo sguardo di Italo Calvino, dentro il mondo di Internet

di Fausta Samaritani

Le frecce

Il pittore giapponese Shusaku Arakawa aveva dipinto una serie di grandi quadri, pieni di frecce in movimento su fondali bianchi e luminosi. Ad una mostra, che si tenne a Milano nel 1985, al posto del catalogo fu distribuito un largo foglio di carta blu piegato in quattro, con un testo di Italo Calvino che fu più tardi ripubblicato nei Saggi, a cura di Mario Barenghi (Mondadori, 1995).

Parlo della mia mente, spiega Calvino, perché è l’unica che posso avere in mente; e parlo della mente di Arakawa, che certo è quella che ha in mente lui.

Italo Calvino si interroga sul movimento e sulla direzione di quelle frecce capricciose, tentando di dare un ordine logico al caos apparente.

Siano le loro traiettorie rettilinee o (come sembra più frequente) ricurve, presto o tardi tutte le frecce dovrebbero raggiungere i confini del quadro e sparire, ma il loro posto sarà certamente preso da altre frecce; venute da dove? […] Ci sono delle zone in cui i flussi di frecce s’intersecano, si compenetrano, o si scavalcano; e questo può avvenire tanto nei quadri di Arakawa tanto nella mia mente.

Le frecce quindi appaiono a Calvino come flussi di idee verso direzioni plurime, come insiemi di forme elementari variamente combinate: una immagine del suo cervello pensante.

E tutte queste frecce in volo emettono un ronzio come quello che si sente al fondo del silenzio, come quello dei canali delle linee di comunicazione, il ronzio dell’attesa del silenzio in attesa della linea in attesa del suono in attesa dell’attesa. […] Insomma è sbagliato pretendere che una linea "giaccia" su un piano bidimensionale. La linea è una presenza attiva che si rifiuta di "giacere" e crea distanze, dimensioni, discontinuità con la sua volontà di movimento, di azione e di comunicazione.

Le frecce del pittore Arakawa rappresentano silenziosi e sottili canali di trasmissione, semoventi sia sopra la superficie piana, luminosa e senza tempo del quadro, sia dentro lo spazio mentale di Calvino, che non ha confini. Egli vede in quella pittura una rappresentazione rarefatta e sintetica del proprio mondo interiore, ma anche lo schermo piatto su cui il pittore ha proiettato il meccanismo del proprio pensiero in forme geometriche, elementari e ripetute.

Sul nostro schermo elettronico agisce una sola freccia, i cui possibili percorsi, combinatori e intersecabili con le immagini e con le parole, sono illimitati. La piccola freccia aziona la barra che si sposta dall’alto verso il basso, da destra a sinistra, dilatando lo schermo. Possiamo arrestare la freccia sopra una immagine o sopra una parola e cliccare col mouse, azionando un link (legame) e aprendo una window che dà accesso ad un altro luogo, visitabile oltre il rigido schermo iniziale. Dietro a quella minuscola freccia, che ci proietta dentro altri mondi appena immaginabili e annulla la dimensione "spazio", noi talvolta perdiamo il senso del "tempo". Sull’Infinito di Giacomo Leopardi, Calvino nelle Lezioni americane (Garzanti, 1988), nella lezione Esattezza scrive:

Il problema che Leopardi affronta è speculativo e metafisico, un problema che domina la storia della filosofia da Parmenide a Descartes a Kant: il rapporto tra l’idea d’infinito come spazio assoluto e tempo assoluto, e la nostra cognizione empirica dello spazio e del tempo. Leopardi parte dunque dal rigore astratto di un’idea matematica di spazio e di tempo e la confronta con l’indefinito, vago fluttuare delle sensazioni.

Le parole

Il catalogo alla mostra di Arakawa è del 1985, lo stesso anno in cui Calvino morì improvvisamente, per ictus cerebrale. Possiamo considerare questo suo scritto come una rappresentazione sintetica e ultima della sua mappa mentale, che ci appare complicata da percorsi probabili e da innumerevoli vie di comunicazione. Nei grandi quadri, il pittore ha tracciato anche lettere maiuscole, raccolte in parole. Quale significato attribuisce Calvino a questi elementi grafici? Scrive che quelle parole sono

rarefatte come quelle che risuonano nella mente, senza che nessuno le abbia pronunciate, parole compatte che stanno là come cose, elementi dell’arredamento mentale, parole che si fanno forti della loro autorità di portatrici autorizzate di significato. Sono parole disgregate in segni alfabetici che altro non significano che se stessi, come quelli nei tabelloni degli oculisti.

Calvino avverte che queste parole si staccano dal brusio elettronico, si muovono con ritmo disuguale, rallentano al punto di diventare inintelligibili, si lasciano spaziare da silenzi lunghissimi, pur sempre rifiutandosi di disperdersi nell’entropia che vorrebbe disordinarle, poiché la superficie pittorica che le contiene, come il foglio bianco che comprende la scrittura, esercita su loro una sorta di autorità. Frecce e parole tuttavia hanno facoltà di uscire dalla cornice ed entrare in un altro quadro di Arakawa, perché per Calvino i quadri comunicano tra loro attraverso una discontinuità, un divario, un intervallo vuoto al di là del quale niente è somigliante, il tempo e lo spazio non sono più gli stessi.

Nel suo percorso sinuoso, la nostra piccola freccia sullo schermo silenziosamente collega fra loro segni e parole, entra ed esce dalle pagine Web in un punto qualunque del video, va e torna indietro, salta e raccorda, sosta e fluisce. Ogni rotta assomiglia unicamente a se stessa, ogni direzione presa dalla freccia è soggettiva rispetto allo spazio visitato. Lettere, luci, segni, colori transitano poi nella nostra mente, producendo nuove parole e poi frasi che si organizzano in una logica combinatoria che resta sempre soggettiva. Noi viaggiamo su Internet attraverso un flusso ininterrotto di percorsi, variabili all’infinito. Internet può essere definito il più "calviniano" fra tutti i modi possibili di guardare il mondo.

Il blank e la cornice

Il luogo dove linee, frecce e lettere dell’alfabeto poggiano è il blank, il sostegno luminoso ma discontinuo che è il tessuto, la forma, il confine del quadro di Arakawa, i cui bordi non sono tuttavia decisivi, perché potrebbero spostarsi più in là, il quadro potrebbe estendersi in tutte le direzioni, diventare infinito. Il fondale della tela, che possiede proprie imperfezioni e proprie discontinuità, rappresenta la mente di Calvino che nasconde abissi nelle sue pieghe. Il blank contiene implicita la possibilità di espandersi infinitamente, poiché è il luogo del non-spazio e del non-tempo. Il quadro assomiglia ad una carta geografica della mente, dove sono tratteggiati i percorsi possibili per esplorare tutti i luoghi, entro un sistema di orientamento che tiene conto della struttura della realtà visibile che è polverizzata in molteplici diversità, in un caos di particelle minuscole. Calvino tenta di tradurre la frammentazione del mondo visibile entro un sistema puro di lettere dell’alfabeto, cerca di vederlo con mente sgombra, in modo che nulla si interponga fra Io pensante e cose osservate. Il signor Palomar, nell’omonimo romanzo di Italo Calvino, è il "mondo di dentro", cioè la mente, che guarda il "mondo di fuori", attraverso la cornice di una finestra rappresentata dai propri occhi. Il paesaggio che Palomar vede è una realtà geometrica, a due facce, priva di profondità prospettica, mentale, scorporata dal mondo sensibile, sospesa fra estroversione e introversione. Il signor Palomar, che non possiede un vero nome perché si chiama come il monte californiano su cui è installato l'omonimo osservatorio con telescopio, vorrebbe guardare in armonia con l’universo, senza zavorre mentali e senza influire sulle cose; vorrebbe dare con la sua mente un ordine alle costellazioni come alle erbe del prato e alla vetrina dei formaggi in un negozio parigino, ma senza turbare la disarmonia dell’universo.

Vedere e poi mentalmente organizzare sono le azioni combinate alle quali tende il navigante, lungo le strade virtuali del Web. Al contrario di Palomar, il navigante su Internet può cambiare, interferire, contribuire, aumentare, dislocare, stampare immagini e testi: ma il video resta uno spazio irreale, sospeso fra interno ed esterno. Cornice squadrata, come la finestra di Palomar e come il contorno di un quadro di Arakawa, lo schermo elettronico si interpone fra il "mondo di dentro" del navigante e il "mondo di fuori", polverizzato in milioni di siti fruibili: un numero praticamente infinito, per un singolo navigante. Il Signor Palomar sa che non è visitabile tutto il mondo, perché c’è un luogo del silenzio e del non spiegabile che resiste al suo sguardo. Identico è il pessimismo del navigante su Internet che avverte l’impossibilità di contenere una realtà in movimento e in evoluzione costante, nelle cui maglie si nascondono luoghi e significati inviolabili per le possibilità di un singolo individuo.

Fausta Samaritani

16 Aprile 2001. Lunedì dell’Angelo

Bibliografia: Marco Belpoliti L’occhio di Calvino, Einaudi, 1996. Manuela Dini Calvino critico, Transeuropa, 1999.

Per piacere non copiate questo testo, scritto espressamente per la Repubblica Letteraria punto it

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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