Egli percorre con la mente lo spazio della sua prigione, disegnandone una mappa mentale

Nella mente di Calvino, "antenato" di Internet

Un ricamo fatto nel nulla 2001

Percezione e visione in Italo Calvino

di Fausta Samaritani

La frantumazione

Le Fiabe italiane di Italo Calvino escono nel 1956, per i tipi di Einaudi. La prima, intitolata Giovannin senza paura, narra di un ragazzo che una notte, in un castello, ode una voce che dalla cappa del camino gli chiede: Butto? Giovannin acconsente e allora cadono giù prima una gamba, poi l’altra, quindi le braccia, il busto, infine la testa. I pezzi poi si ricompongono e si materializza un omone che, stanza dopo stanza, conduce Giovannin in un sotterraneo dove ci sono tre pignatte piene d’oro. La prima è per un povero, la seconda è per Giovannin e la terza per la Compagnia dei morti che lo verrà a prendere il giorno dopo, credendolo defunto. Pezzo dopo pezzo, come apparso l’omone scompare agli occhi del ragazzo. Giovannin visse poi per molti anni, ricco e felice nel castello, fino a quando morì di spavento per aver veduto la sua ombra. Calvino ha introdotto una variante alla fiaba della tradizione, aggiungendo la sparizione dell’omone che si verifica in questo ordine: prima una gamba e un braccio, poi l’altra gamba e l’altro braccio, quindi il busto e la testa divisi a metà. La scissione fa pensare alla frattura in verticale di Medardo di Terralba, Il visconte dimezzato da una palla di cannone e di cui sembrava fosse sopravvissuta unicamente la parte sinistra, quella malvagia. Quando gli abitanti di Terralba scoprono invece l’esistenza di Gramo, la metà destra e buona del visconte, rimangono incerti se temere più la cattiveria intollerabile di Medardo oppure la bontà asfissiante di Gramo.

Un ingegnere americano di nome Greg Roach progetta nel 1993 un ipertesto multimediale, con testi suoni e immagini, prodotto con Hypercard che utilizza le possibilità di Apple. Lo intitola The Madness of Roland (La pazzia di Orlando) e ne realizza, per difficoltà economiche, solamente i primi due segmenti. Al gioco-racconto il lettore è invitato a partecipare, cliccando sul sole e sulla luna che sono le due icone a disposizione di ogni personaggio e sui tarocchi che hanno funzione di collegamento (link) fra i vari pezzi del racconto.

La storia comincia con la trasformazione alchemica di Orlando, scomposto in pezzi, una mutilazione ad opera dei sortilegi di Angelica, spiega Gius Gargiulo in Può Orlando impazzire per un’Angelica elettronica? Gius Gargiulo vede nell’uso dei tarocchi un chiaro riferimento al "Castello dei destini incrociati" di Calvino. […] Il lettore dell’ipertesto di Roach deve rivivere anche la follìa di Orlando, le metamorfosi dell’eroe in una visualizzazione multimediale della perdita di senno. Ma in che modo si perde il senno nella "selva" dell’ipertesto? Come nel "Furioso" ciò che mette in crisi Orlando, facendolo precipitare nelle nebbie della follìa, è la perdita di linearità del senso del racconto, una sorta di "stress" narratologico. […] La perfida ammaliatrice decostruisce il protagonista. […] Come Orlando anche il lettore deve perdere dei "pezzi" di coscienza informatica, annulla il tempo della storia in corso, interagendo con una o più storie che procedono a salti, con turbolenze tra i livelli di lettura previsti dal programma e dallo stesso reticolo narrativo.

Il labirinto e la mappa

Se un viaggiatore esplora il mondo senza una mappa, è incapace di ordinare logicamente i luoghi visitati: entra allora in un labirinto, in cui rischia di smarrirsi. Nel racconto Il conte di Montecristo, pubblicato nel 1967 da Einaudi nella raccolta Ti con zero, Italo Calvino confronta due metodi per uscire dalla fortezza concentrica dell’isola di If: l’Abate Faria tenta l’evasione scavando un labirinto di gallerie che corrono sopra altre gallerie, con il risultato di attraversare più volte gli stessi luoghi; Edmond Dantès invece rimane nella sua cella, cercando di immaginare una fortezza perfetta dalla quale sia impossibile evadere: il confronto fra la fortezza ideata e quella reale, che è necessariamente imperfetta, consentirà a Dantès di trovare l’errore di costruzione che renderà possibile la sua fuga. Egli percorre con la mente lo spazio della sua prigione, disegnandone una mappa mentale. Per uscire dal labirinto è dunque necessaria una pianta, ma nel racconto di Calvino di mappe ce ne sono molte: i graffiti che l’Abate Faria traccia sul muro della cella, la carta dell’isola di Montecristo dove è nascosto il tesoro e quella dell’Elba dove è chiuso Napoleone. Il racconto è pieno di labirinti, è tutto un fare e disfare itinerari, comporre e scomporre piani di fuga, passare dalla linea tracciata sul piano della parete alla geometria solida delle pietre che costituiscono la prigione. Lo sguardo del singolo non può risolvere il problema della molteplicità dei punti di vista. L’idea sulla quale è costruito il racconto si basa sui principi matematici del processo combinatorio.

Anche Alexandre Dumas, quasi fosse un bricoleur, entra in questo gioco ad incastri, rappresentato da Calvino mentre crea il suo racconto come un ipertesto, sovrapponendo i fogli, con tutte le varianti testuali possibili, che crescono e che mutano grazie al materiale messo insieme dai suoi aiutanti. La proliferazione patologica dell’intrico, scrive Mario Barenghi in Calvino e i sentieri che s’interrompono ("Quaderni piacentini", novembre 1984) ci appare come un’ipotesi matematica, formulata in seguito a un’imprevista mancanza di sbocchi degli itinerari prestabiliti. La mappa o reticolo, visione plurima e sfaccettata del mondo, diventa nelle Città invisibili di Calvino (Einaudi, 1972) la rete combinatoria degli scacchi, sulla scacchiera del Gran Khan: una sorta di carta geografica su cui il Gran Khan può rappresentare, palazzo per palazzo, strada dopo strada, tutte le città del suo impero immenso e degli imperi vicini. Il mondo quindi, per quanto complicato, appare numerabile e divisibile. Una città perfetta, spiega Marco Polo al Gran Khan, è una composizione discontinua nello spazio e nel tempo, fatta di frammenti mescolati col resto ed è ricostruibile mettendo insieme frammenti di esperienza che acquistano un senso quando emergono dal pulviscolo dell’indistinto.

La rete è dunque l’immagine più vicina ai percorsi mentali di Calvino che, congiungendo il punto della lettura con quello della scrittura, diceva di ricostruire la coppia cartesiana dell’ascissa e dell’ordinata, in cui cercava di imbrigliare il mondo visibile. Ne La sfida al labirinto, un saggio pubblicato nel 1962, sul numero 5 de "Il Menabò", Calvino scriveva:

Quello che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che il passaggio da un labirinto all’altro. E’ la "sfida al labirinto" che vogliamo salvare, è una letteratura della "sfida al labirinto" che vogliamo enucleare e distinguere dalla letteratura della "resa al labirinto".

una trasmissione radiofonica del 1968 su l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (il testo fu rivisto e uscì nel 1970 presso Einaudi) Calvino espresse tuttavia il dubbio se ciò che veramente conta sia il lontano punto d’arrivo, il traguardo finale fissato dalle stelle, oppure siano il labirinto interminabile, gli ostacoli, gli errori, le peripezie che danno forma all’esistenza. Il labirinto è dunque una immagine che Calvino ha usato in tempi diversi e con significati diversi.

Gius Gargiulo, in Può Orlando impazzire per un’Angelica elettronica? arriva alla conclusione che ad un giocatore-lettore dell’ipertesto elettronico The Madness of Roland può accadere di diventare

una parte del tutto, desideroso di sfidare la vertigine di incroci, connessioni e nodi, sotto il controllo della tastiera, rimandando la fine del gioco e della storia perché l'esplorazione e la scoperta di nuovi percorsi si rivelano più importanti della linearità del "come va a finire".

Noi navighiamo senza controllo lungo le strade e le autostrade digitali, cercando l’indicazione per una uscita di sicurezza veloce e facile. Internet è un gioco combinatorio che annulla il senso del tempo e le distanze. Il gusto di vagare ci contagia e, come Calvino, qualche volta non siamo più sicuri se abbia più senso girare nel magmatico labirinto informatico, restando volontari prigionieri in elettronica cella, oppure trovare in fretta la meta e azionare subito il clic che spegne lo schermo. Scarse sono sul Web le possibilità di apprendimento, perché le notizie appaiono frantumate e la varietà di linguaggio rende difficoltosa ogni operazione di sintesi. La rete mentale di Calvino, in cui tutte le conoscenze possono disporsi in ordine logico, è una pura astrazione. Può essere un punto di partenza, non di arrivo.

Altri temi ricorrenti in Calvino sono le contrapposizioni: fra il "cristallo" dalla sfaccettatura esatta e la "fiamma" che tende ad inglobarsi in una forma esterna costante, fra la città di sopra e la città di sotto, fra il pieno e il vuoto, fra unico e molteplice. Che avrebbe scritto oggi, al passaggio dal tubo catodico allo schermo a cristalli liquidi, dalla televisione "oligarchica" ad Internet "democratica", dall’informazione elettronica televisiva fatta da pochi verso molti alla informazione in rete creata da molti per molti? Come avrebbe reagito ai portali comunali delle grandi Capitali che mettono "in rete" strade, palazzi e servizi di una intera città? Sarebbe stato dalla parte dell’occhio che guarda o da quella di chi ha reso possibile la rete di Internet, col risultato di polverizzare le informazioni come granelli di sabbia? Nella Rapidità, la seconda delle Lezioni americane, Calvino si dimostra perplesso nei confronti dei media:

in un’epoca in cui altri "media" velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto.

Il vuoto e la spirale

Noi guardiamo il mondo, scrive Calvino nel 1957 alla rivista "Ulisse", precipitando nella tromba delle scale. E’ lo stesso punto di vista di Alice che, inseguendo un coniglio bianco, cade in un vuoto dal quale il mondo gli appare fiabesco. Ritorna sovente, nell’opera di Calvino, il rapporto tra la mente che accetta la sfida di guardare e il mondo visibile che si presenta labirintico e frantumato. In un saggio del 1959, intitolato Il mare dell’oggettività, egli teme la perdita dell’Io, calata nel mare dell’oggettività indifferenziata. Una delle figure geometriche che rappresentano la complessità del problema cognitivo è la "spirale" che viaggia all’infinito, caratterizzandosi per la continua mutazione di direzione e per il vuoto intorno al quale sale, avvolgendosi. Un racconto delle Cosmicomiche vecchie e nuove (Garzanti, 1984) si intitola La spirale e narra l’evoluzione di un mollusco marino indistinto verso la conchiglia e poi verso l’occhio umano che vede la conchiglia. Centro della spirale è il vuoto che è sempre sottratto alla possibilità di percezione. La spirale calviniana procede, incontrando gli occhi

tumidi e slavati di polipi e seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolari di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccettati di mosche e formiche.

E’ possibile che Calvino abbia derivato questa immagine di materia in mutazione da Ippolito Nievo che, nell’articolo intitolato San Marco. Tradizione, parlando dell’epoca in cui Venezia non esisteva ancora e il mare abitava la laguna veneta, aveva scritto:

i "peoci" dell’arsenale poltrivano ancora in que’ rimasugli del caos, che rimangono qua e là, come mucchi di brutture nei bassi fondi della terra e vanno a poco a poco trasformandosi in esistenza e in dolore. I "peoci" si trasformavano provvisoriamente in minestra. Ma la natura consuma ogni giorno una buona parte di quegli informi tesori; quando tutto sarà lavorato, tornito, ordinato e perfetto, allora, buon Dio! una buona garbugliata, come fanno i ragazzi dei loro giochi e si tornerà da capo da un altro verso!

La mappa labirintica e la spirale rappresentano dunque per Calvino non uno smarrimento, ma un cammino, un tentativo verso la conoscenza. Nella Taverna dei destini incrociati (Einaudi, 1973), egli fa dire a Parsifal: Il nocciolo del mondo è vuoto, il principio di ciò che si muove nell’universo è lo spazio del niente, attorno all’assenza si costituisce ciò che è, in fondo al Graal c’è il tao. Parsifal indica allora il rettangolo vuoto che è al centro dei tarocchi.

In questo viaggio verso la conoscenza si avverte dunque una nota di pessimismo. Il "vuoto" per Calvino è rappresentato anche dalla mihrab, la nicchia che nella moschea indica la direzione della Mecca e proiettata l’uomo verso un oggetto sacro che sul posto non esiste, suggerendogli un percorso mentale. Nella geometria del "vuoto" si inserisce dunque il Bagatto, tarocco numero uno che mette sul suo tavolo alcune figure, spostandole e variandole intorno ad un quadrato ideale. Il tarocco numero uno, scrive Calvino, è il solo che rappresenta onestamente quello che sono riuscito a essere: un giocoliere quindi, che pei sentieri dell’inchiostro ha fatto viaggiare in su e in giù la sua penna. Calvino, per la sua attività di narratore pensoso, trova ragioni di identificazione anche nel tarocco dell’Eremita che cammina assorto e solitario ed è per lui assimilabile a San Girolamo. La forza dell’Eremita è tanto maggiore, quanto minore è la distanza che lo separa dalla città, che l’Eremita deve sempre tenere sotto controllo. Dal mazzo dei Tarocchi esce anche il Diavolo, su cui Calvino scrive, nella Taverna dei destini incrociati:

dovrebbe essere la carta che nel mio mestiere s’incontra più sovente: la materia prima dello scrivere non è tutto un risalire alla superficie di grinfie pelose, di ammazzamenti cagneschi, cornate caprine, violenze impedite che annaspano nel buio?

Quando accendiamo il nostro computer, per alcuni istanti restano accoppiate sullo schermo la freccia che rappresenta lo "spazio" e la clessidra che è il "tempo": non possono essere staccate. E’ forse questa l’immagine più vicina al "vuoto" inconoscibile, intorno al quale si svolgono e si incrociano le mille storie di Calvino? Presto la clessidra scompare e resta la freccia che ci invita al percorso. Siamo pronti per eseguire il nostro ricamo fatto nel nulla, come fanno le chiome degli alberi contro il cielo, ne Il Barone rampante di Calvino. Da questo momento in poi, oltre alla mente, le uniche parti in azione sono le dita che muovono mouse e tastiera e gli occhi che scrutano lo schermo. Nella taverna dei destini incrociati di Calvino il narratore riconosce se stesso nella carta che gli è toccata in sorte: il Re di Bastoni, perché ha in mano un arnese puntuto con la punta in giù che a guardarlo bene somiglia a uno stilo o calamo o matita ben temperata o penna a sfera. La riduzione di ogni attività fisica all’uso di un semplice attrezzo è così completa.

Fausta Samaritani

16 aprile 2001. Lunedì dell’Angelo

Bibliografia: Silvio Perrella Calvino, Laterza, 1999.

Gius Gargiulo Può Orlando impazzire per un’Angelica elettronica? Ovvero: il riciclaggio dei classici nel labirinto multimediale, in "Civiltà Italiana", 1996, Atti del XI Congresso AIPI (Perugia 25-27 agosto 1994) a cura di Michel Bastiaensen, Corinne Salvadori Lonergan e Marcello Silvestrini.

Italo Calvino ItaloCalvino.html La Posta. Gius Gargiulo gargiulo.htm

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online. www.repubblicaletteraria.it

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