allora, su temi sessuali scottanti la stampa - anche quella femminile - sorvolava; taceva di aborto e non contemplava il divorzio

Donne e cultura anni Cinquanta

5. Le donne e la cultura anni '50 2011

di Fausta Samaritani

            A ottobre 1952, a Roma, al teatro Eliseo, alla presenza di un comitato di presidenza che riempiva il palcoscenico e di un pubblico che gremiva la sala, Sibilla Aleramo, quale presidente, aprì i lavori del I Congresso per la Stampa Femminile, organizzato dalla rivista dell’UDI «Noi Donne» che, diretta da Maria Antonietta Macciocchi, era espressione del Pci. Avevano aderito al Congresso, che lanciava un appello diretto alle donne che “scrivevano per le donne”, un centinaio di artisti, scrittori, giornalisti, storici, tra cui Anna Banti, Carlo Salinari, Gianni Rodari, Gina Formiggini, Dina Bertoni Jovine, Fausta Cialente, Anna Garofalo, Natalia Ginzburg, Italo Calvino, Renato Guttuso e Laudomia Bonanni che non parlò, né pubblicò un suo intervento sugli Atti congressuali[1], ma sul numero del 18 ottobre 1952 di  «Noi Donne» pubblicò un breve indirizzo di saluto, con un severo giudizio sulla stampa femminile:

 

[…] Il gran numero di settimanali, di cui tanti a fumetti, sembra ispirarsi per lo più a uno stato di minorità della donna. Sfrutta una debolezza, diciamo sentimentale, e si regge su un equivoco. Inspiegabile equivoco, se solo si pensi alla somma di lavoro che oggi la donna divide con l’uomo. Una stampa femminile – mai femminista – a rigore non dovrebbe esserci, e sarà un gran giorno per la donna italiana quello in cui non sentirà più tale esigenza. Oggi è vivissima. Soprattutto per la difesa della dignità.

 

Una posizione troppo rigida, quella della Bonanni, come se non avesse ragione di esistere un giornale femminile che si occupasse di abbigliamento, di gastronomia, di cura dei bambini, della casa, della persona, dei rapporti con l’altro sesso. Un giornale pensato per le donne, ma letto anche dagli uomini. Ma allora su temi sessuali scottanti la stampa sorvolava, taceva di aborto e non contemplava il divorzio, una moda americana che in Italia non avrebbe attecchito…

Mostra Bompiani a Firenze. Gigantografie degli Autori

Prestigiose riviste letterarie, scientifiche o storiche erano rappresentate al Congresso dai propri direttori: «Ulisse» da Maria Luisa Astaldi, «Belfagor» da Luigi Russo, «Il Ponte» da Piero Calamandrei. Il giorno successivo il Congresso spostò i lavori al teatro Sistina, dove si esibì un coro di mondine.

La comunità che militava a sinistra si chiedeva quale indirizzo dare alla stampa femminile, per correggerne gli errori e i difetti poiché, a suo parere, i giornali femminili – espressione della borghesia retriva e reazionaria – confinavano la donna in un ruolo secondario e avvilente e ne umiliavano le aspettative di emancipazione: erano un ulteriore veleno per donne sognatrici e “analfabete nello spirito”, rassegnate a una condizione di inferiorità. C’erano anche le analfabete reali e di ritorno (ma questo era un altro discorso: il Congresso non se ne occupò).

Bisognava dunque istruire la donna, perché assumesse un ruolo più partecipe e vigile. Gli strali dei congressisti colpirono la narrativa rosa di Liala e di Mura, i fotoromanzi come «Bolero», «Grand Hôtel» e «Sogno», i settimanali come «Novella», «Annabella» e «Marie Claire» e la frivola posta del cuore; al contrario, i congressisti furono unanimi nell’esaltare il ruolo “democratico” di «Noi Donne» che consideravano l’unico antidoto alle riviste di pura evasione, uno strumento idoneo a rendere le donne più coscienti e indispensabile per spingerle fuori dal chiuso soffocante della casa e proiettarle all’interno della società.

Gianni Rodari affrontò al Congresso un tema molto caro alla Bonanni[2] i giornali per i ragazzi:

 

[…] si tratta proprio in gran parte di roba indigesta, confezionata non per diffondere ideali educativi, ma per far quattrini. Gli editori guadagnano nell’insieme alcuni miliardi all’anno con queste sole pubblicazioni. Con cosa si guadagnano questi miliardi? Con l’esaltazione del banditismo dell’eroe atomico, del superuomo o dell’avventuriero che sottomette con la violenza le genti di colore. Vince il più forte, il più spietato, il più spregiudicato. Il mondo è dipinto come il teatro di gesta crudeli. Sempre più in questo panorama, che era fino a qualche anno fa di pura fantasia, anche se di fantasia malata, si inseriscono intenzioni anche più pericolose. L’esaltazione della violenza diventata educazione alla violenza, educazione alla guerra, giustificazione della guerra, glorificazione della potenza militare. […]

Già col fascismo abbiamo assistito al tentativo di eccitare nell’infanzia, nell’adolescenza e nella gioventù gli istinti più bellicosi, il mito della forza, della sicurezza: si parlava apertamente di educazione guerriera.

 

Laudomia Bonanni poteva sottoscrivere queste parole, probabilmente era d’accordo con gran parte delle conclusioni del Congresso. Che cosa dunque le impedì, in quell’autunno del 1952, di entrare nel Pci e diventarne una tra le attiviste più celebri, più titolate, più aggressive, più mature? Tra le ipotesi che oggi si possono formulare, ne riassumo alcune:

La Bonanni sanguinava ancora per le ferite, inflitte al suo spirito a causa della sua attività nella Gil aquilana, di cui per anni era stata Fiduciaria. Non voleva più impegnarsi in una struttura, politica e organizzativa, che l’avrebbe gravata di responsabilità dirette.

La Bonanni credeva in un socialismo solidale e utopico che rifiutava la guerra, accoglieva i diversi (anche i Rom) che misurano la nostra umanità, proteggeva le donne dalle ingiustizie e le proiettava nella società, recuperava i minori ma non per farne soldati (vedi l’elzeviro Il marinaio Francesco, 1943). Un socialismo solidale che nel 1952 esisteva nelle intenzioni di pochi intellettuali e che solamente in parte si è realizzato.

            La Bonanni era estranea al marxismo che significava totalitarismo, lotta di classe improntata a azzerare le differenze economiche, internazionalismo che comprimeva le realtà locali, sia politiche sia culturali, massificazione e cancellazione della religione.

            Il femminismo della Bonanni aveva origini lontane: determinante era stata nella sua infanzia e giovinezza la mancanza di una figura paterna forte che bilanciasse quella della madre. Giovanni Bonanni-Caione infatti discendeva da famiglia baronale impoverita e faceva il commerciate di carbone. Il fascismo aveva fornito a Laudomia Bonanni una figura paterna, nella persona di Mussolini. Nelle lettere a Arnoldo Mondadori, ma anche in quelle a Goffredo Bellonci e a Emilio Cecchi[3] è evidente la ricerca di un padre. Il gruppo di femministe che gravitavano intorno al Pci non poteva fornirgli un surrogato di figura paterna.

            Fu legata da un rapporto di simpatia e di stima con singole personalità della sinistra, come Sibilla Aleramo e Dina Bertoni Jovine, ma non le seguì nella militanza politica. In particolare Dina Bertoni la chiamò a collaborare alla Enciclopedia della donna, pubblicata nel 1965 dagli Editori Riuniti e da lei curata, nel capitolo Personaggi e problemi nella letteratura contemporanea. La Bonanni vi scrisse Donne in provincia, presentando tre figure femminili, molto diverse tra loro: Maria P., minorenne e ladra, dal corpo minuto e fragile e madre di una bimba morta in fasce; Assunta B., con il marito detenuto, che chiede medicine per il primo dei suoi quattro figli, malato di nervi; Anna, donna di servizio tuttofare, che viveva in un basso e ha avuto infine una casa, in un fabbricato di cemento in periferia, ma rimpiange la vita nel vicolo, dove il lavoro era a portata di mano. Testi noti, perché apparsi su giornali.

 

Superata la guerra in Corea e stabilizzato il governo democristiano, gli anni Cinquanta si dipanarono poi all’insegna della quasi normalità. Il Paese cresceva. Sibilla Aleramo morì nel 1960, in pieno boom economico: le donne scoprivano gli elettrodomestici e i supermercati, uscivano di casa in Vespa e in Seicento, a assaporare il consumismo e la villeggiatura. La Bertoni Jovine morì improvvisamente nel 1970.

Al tempo della contestazione i movimenti femministi divennero più visibili e scesero in piazza; ma erano l’espressione di una generazione successiva a quella delle donne che nel 1952 avevano partecipato al I Congresso per la Stampa Femminile: la Bonanni apparteneva a questa categoria di “mathusa”.

Incatenata entro il cerchio chiuso di una profonda crisi esistenziale, non avvertì con sufficiente chiarezza che il mondo stava cambiando e continuava a ripubblicare vecchi elzeviri degli anni Quaranta e Cinquanta. Quando riemerse dal lungo buio interiore, diede alle stampe Il bambino di pietra che era il percorso tormentato e personale di una donna per uscire da una grave nevrosi. L’egocentrismo della protagonista era estraneo al mondo dei giovani di allora che schiacciavano l’“io” e ripetevano termini come assemblea, collettivo, occupazione, corteo, gruppo, sciopero, disoccupati uniti, come se, all’interno di una collettività ben organizzata, fosse possibile comprendere e risolvere tutti i problemi personali. Erano anni in cui il disagio esistenziale di un singolo era considerato meno importante di un disagio comune, cioè patito da un gruppo di individui. Quello che oggi è chiamato “femminismo alla Bonanni” è stata un’esperienza dolorosa, ma isolata.

Nel 1982 esce Le droghe, l’ultimo romanzo pubblicato in vita. Come nel racconto Il mostro (Il fosso, 1949) la crisi nell’universo maschile è vista non in presa diretta, cioè attraverso una profonda e personale introspezione psicologica, ma esaminata dalle reazioni provocate su una donna adulta – la zia ne Il mostro e la madre vicaria ne Le droghe – che all’inizio ignora i problemi dei maschi, ne resta poi travolta e costretta a mutare atteggiamento. Dopo trentacinque anni, l’adesione al mondo giovanile da parte della scrittrice non scava in profondità, è quasi di maniera. Non c’è la rabbiosa visione del mondo che portò tanti giovani a eccessi estremi. La crisi che spinge il ragazzo alla droga è anticipata fin da bambino dal succhiotto, «piccola droga infantile», come se esistesse per i drogati una predisposizione. Le città «pietrificate e inquinate che i giovani hanno preso a contestare» sono viste come corruttrici; il mare invece «spinge, solleva, istiga i muscoli, schiaffeggia e deterge. Monda, Il mare battesimale.» Come se il fenomeno della droga non fosse diventato globale, non avesse invaso tutti i luoghi – anche le spiagge – e contagiato tutte le classi sociali; come se, per uscire dalla droga, bastasse un bagno nel mare «libero pulito».

Alla fine del 1984 Laudomia Bonanni invia a Bompiani il dattiloscritto de La rappresaglia. Il libro non uscirà. Il breve racconto Giro del sole fu scritto all’inizio del 1985 (lettera 68). Elena, una donna matura dell’alta borghesia, conserva nei tratti del volto una pura bellezza e incede come una regina. Si reca al funerale di un nipote, morto a quarant’anni.

 

Per il funerale le ragazze misero i paltoncini neri e un velo di crespo nella borsetta.

Alla vista della madre esclamarono: «Come sei bella Elena».

Era di rito. (E fin da bambine la chiamavano a nome, le stava da regina). Sempre, se metteva un abito nuovo, i gioielli, o tornava dal parrucchiere, avevano fatto quell’esclamazione. Adesso realmente le meravigliò, col cappello, nel nero della seta che alle pieghe s’inargentava, un golettino di pizzo e le perle. Si era dipinta.

«Vado a piedi», disse, fermando le rimostranze con la mano nuda così bianca e affilata. Gliela baciarono al loro modo spontaneo.

E al marito, che entrava tintinnando le chiavi della macchina, più dolcemente: «Vorrei andare a piedi».

«Ma no, non stancarti prima».

«C’è sole sul marciapiede, Giacomo, tutto sole fino alla chiesa.»

 

Ultima stupenda figura di donna, ultima scena d’interno in una chiesa, ultima pagina di Laudomia. Oppure il primo capitolo del romanzo che non ha mai finito?

 

Fausta Samaritani, Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni, 2011

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Testo pubblicato per la prima volta sul CDRom Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni, N. 7 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, Repubblicaletteraria.it, 2011

Messo in rete il 10 gennaio 2016

 

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[1] Le donne e la cultura, prefazione di Sibilla Aleramo, Roma, Edizioni «Noi Donne», 1953.

[2] Gianni Rodari, La stampa per ragazzi, idem, pp. 100-105

[3] Laudomia Bonanni, Epistolario, vol. I, cit., passim.