Tra Laudomia Bonanni e L’Aquila si formò uno strato di ruggine

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4. L’EX GERARCHESSA LAUDOMIA 2011

di Fausta Samaritani

            Il 9 luglio 1945 l’Alto Commissariato aggiunto per l’Epurazione – Delegazione Provinciale di Aquila – scrive alla Sottocommissione Provinciale per l’Epurazione nelle scuole elementari di Aquila che, in merito al procedimento disciplinare a carico della maestra Laudomia Bonanni-Caione, ha deciso di proporre la sospensione di sei mesi dal grado e dallo stipendio. Dagli atti risulta che la Bonanni-Caione è stata Ispettrice dei Fasci femminili e «fervente propagandista».

La Commissione per l’Epurazione, istituita dal ministero della Pubblica Istruzione, nell’ambito delle scuole elementari si è occupata di circa 1800 casi, ma ha prosciolto un gran numero d’insegnanti esaminati e ha applicato raramente punizioni disciplinari, limitandosi molto spesso al semplice richiamo. Le sanzioni andavano da 15 giorni a sei mesi di sospensione dal lavoro e dallo stipendio. Il trasferimento era considerato un aggravio della punizione.

            La Sottocommissione provinciale di Aquila per l’Epurazione nelle scuole elementari il 9 settembre 1945 emette un documento in cui risulta che la Bonanni-Caione «ha rivestito la carica di Fiduciaria provinciale della Gil esercitandola con molto zelo e con qualche atteggiamento borioso che le ha creato, fra le colleghe maestre, diffuse se pur non giustificate antipatie […] che fu trasferita nelle scuole dell’Aquila, sedi assai desiderate da insegnanti con maggiori requisiti, per esigenze della Gil e dispensata dall’insegnamento perché potesse dedicarsi intieramente all’organizzazione giovanile […] che ha scritto articoli su varie riviste e giornali, che non hanno però carattere di vera propaganda fascista o di esaltazione del regime e che la sua propaganda verbale non è uscita dalle necessità impostale dalla sua carica.» Applica quindi alla Bonanni la lieve punizione disciplinare della sospensione di dieci giorni dallo stipendio e dal servizio.

            Laudomia il 28 settembre 1945 rivolge appello alla Commissione Centrale per l’Epurazione, a Roma, al ministero. Ammette di aver ottenuto il trasferimento a L’Aquila grazie all’incarico di Fiduciaria della Gil, per cui era esonerata dall’insegnamento. Chiede che non le sia applicato nessun provvedimento disciplinare. Di che cosa l’accusavano? Di aver fatto quali rastrellamenti? «Ho organizzato rastrellamenti (consistevano nel prendere dalla strada bambini scalzi, seminudi, pidocchiosi e scorticarli sotto le docce – e l’ho fatto io stessa, con le mie mani – e rivestirli e nutrirli ed educarli), colonie marine e montane, la colonia per i libici[1], refezioni scolastiche, campeggi di riposo per giovani operaie, centri di economia domestica urbani e rurali ecc. ecc.». (Lettera 50).

 

  Giovanni e Amelia Bonanni Caione con i figli Laudomia, Antonio e Isa (Foto Fratelli Agamben)

«Era un monumento»[2]. Laudomia Bonanni, sola di fronte alla Commissione di epurazione istituita per salvaguardare la “moralità nella scuola”, sembra la Rossa de La rappresaglia davanti al “tribunale di guerra dei Neri”. Ma nel romanzo La rappresaglia la punizione dei “giudici” fascisti è terribile, peggio dello stridor di denti infernale di cui parla il Vangelo di Matteo: Divinangelo, il bambino soldato, muore mentre si lancia per impedire che alla condannata a morte sia dato il colpo di grazia; il vecchio si spegne il giorno del ritorno al paese; Franzè, il barbiere, si spara in bocca; Alleluia che, con la stessa facilità, sa uccidere animali e sottomettere bambini, è sventrato dal calcio di un mulo; Annaloro «che non voleva dannarsi», sopravvive di elemosine e muore accanto alla sua gallina; Vanzi, l’impiegato delle poste, invecchia ma è pazzoide. “Tutti all’inferno!”, per la Bonanni, come fece Dante con i suoi avversari. Resta il maestro – voce narrante, colui che scrive perché la memoria dei fatti non si perda – che è condannato al ricordo.

Sulla figura del maestro ha scritto Carlo De Matteis nella Introduzione a La rappresaglia[3]: «Il particolare punto di vista narrativo adottato attraverso la sostanziale identificazione del narratore con l’autrice non è solo un espediente di tecnica narrativa ma anche lo strumento di una rappresentazione ideologica della storia e degli uomini che ha un posto decisivo in questo romanzo.» A mio parere Laudomia Bonanni, come il suo personaggio il maestro, riteneva che chi ha assistito a un grave evento, ha il “dovere” di trasmetterne agli altri la memoria; ma è la Rossa in qualche modo la controfigura della Bonanni: il maestro ottantenne, unico sopravvissuto, è anche l’espediente per pubblicare un libro dopo trenta cinque anni dalla prima redazione. Chi era la voce narrante nella prima stesura del 1949? Il maestro, ancora giovane?

 

L’appello della Bonanni arrivò tardi: il 25 settembre 1945 l’Alto Commissario per le Sanzioni contro il fascismo (Delegazione di Aquila) aveva già presentato ricorso contro le decisioni – prese a carico della Bonanni dalla Sottocommissione aquilana per l’Epurazione che aveva previsto solo dieci giorni di sospensione – asserendo che la Bonanni: «Godendo la protezione dei gerarchi della federazione, e soprattutto quella del faziosissimo console della milizia […], era diventata naturalmente la più strafottente e la più tracotante delle gerarchesse locali. Quando in Aquila si accenna alle ex gerarchesse e alla loro boriosa vuotaggine per associazione di idee, si pensa alla Sig.ra Bonanni Caione. Per tali motivi, si chiede che la Commissione centrale, in riforma dell’impugnata decisione, disponga che la Bonanni Caione venga sospesa per mesi sei dal servizio e dallo stipendio.»

Il fascicolo personale sull’epurazione della Bonanni[4] non contiene altre carte; quindi si presume che la punizione sia stata confermata in tutta la sua gravità: sei mesi di sospensione. Del resto, se la Bonanni aveva preso servizio il 16 marzo 1926 e fu poi collocata a riposo a partire dal 1° ottobre 1966, avendo maturato 40 anni di servizio, è chiaro che sei mesi di anzianità non le furono calcolati[5]. Maggiori dettagli sull’operato della Bonanni durante la guerra si sapranno, quando all’Archivio centrale dello Stato saranno versate tutte le carte della Gil.

 

Tra Laudomia Bonanni e L’Aquila si formò uno strato di ruggine; col tempo se ne depositò altra, fino a provocare lo strappo: a giugno 1969 Laudomia si trasferì a Roma.

Il suo ritorno al Centro di rieducazione Provinciale, dopo dieci anni che aveva lasciato la consulenza al Tribunale dei minori, così come è descritto in Vietato ai minori [6]:

 

       Semplicemente un breve ritorno alla vecchia provincia. Non per nostalgia. Il taglio era stato netto e senza remore. Abbandonati i bambini (la scuola) abbandonati i ragazzi (esonero dal tribunale). Questi distacchi, sì, come tagliare un cordone, interrompere certi contatti con la vita. Che nella grande città comunque si perdono. Un ritorno estivo, di villeggiatura, all’aria montana. Nativa. Per quel che vale l’aria nativa. Dicono molto, non so. Forse un’aria di montagna qualsiasi avrebbe la stessa efficacia. Se l’avrà. Pare che si possa soffrire di qualcosa come un rigetto da un trapianto. Trapianto riuscito?

 

È stata reperita all’Aquila, alla scuola elementare E. De Amicis, una lettera dell’Ispettore Scolastico Antonio Silveri[7], datata 11 maggio 1946, che attesta che la Bonanni «insegnante nelle scuole elementari dell’Aquila, durante gli anni 1940-1943 rivestì la carica di Fiduciaria provinciale della Gil. Essa non è mai stata Segretaria o Fiduciaria provinciale dei Fasci femminili.»[8] Il 16 novembre 1946 segna la fine dei lavori della Sottocommissione Provinciale dell’Epurazione – Delegazione di Aquila.

Ha scritto Gianfranco Giustizieri[9]:

 

Il rapporto informativo che il Pci aquilano ebbe a fare, per il periodo 1938-1943, sull’attività giornalistica e politico-sociale della Bonanni, ai vertici del Partito e forse all’Aleramo, certamente non fu favorevole, anche se non vi è traccia di alcuna documentazione nonostante le ricerche attuate. Questo atteggiamento non appare comprensibile, perché la stessa Aleramo ebbe una lunga frequentazione con il regime da cui ricavò una pensione mensile e favori editoriali.

 

Impossibile commentare qualcosa, come questo rapporto informativo, che oggi non esiste e che forse non è mai esistito. In ogni caso Sibilla Aleramo[10], al contrario della Bonanni, non aveva esercitato durante il fascismo alcun potere «politico-sociale» e aveva ottenuto un sussidio dal Miniculpop per meriti letterari. Laudomia Bonanni invece aveva dimostrato in epoca fascista, seppure in ambito organizzativo, di essere una donna di potere, cosa che il Pci fine anni Quaranta mal tollerava, all’interno della sua struttura. Eppure, nel 1952, come vedremo, Sibilla Aleramo offrì alla Bonanni una possibilità concreta di diventare una donna comunista. Chi altri, se non la nostra Autrice, poteva diventare l’“erede” spirituale di Sibilla Aleramo?

 

            L’epurazione della Bonanni coincideva con tempi finanziariamente durissimi. La guerra e la conseguente svalutazione avevano prosciugato ogni risparmio. Amelia Perilli che in passato, quando i figli Laudomia, Isa, Vittorio e Antonio erano piccoli, per difficoltà finanziarie del marito aveva mantenuto la famiglia con il suo stipendio di maestra elementare, fece nuovamente fronte alla nuova emergenza: la madre era un angelo custode.

Come avrà trascorso la nostra Autrice quei sei mesi di forzato riposo? Il romanzo Prima del diluvio porta come data finale il 6 gennaio 1945: quindi, era terminato. Credo che questi sei mesi corrispondano a un periodo d’incubazione di racconti, ambientati «al tempo dei tedeschi», e di note sul disagio dei bambini e degli adolescenti.

            La scuola, intanto, poteva attendere. E attese Marcello, il piccolo che andava per mano alla sorellina quando fu colpito da una scheggia di granata che gli procurò una ferita dalla fronte alla nuca; attesero i compagni di Marcello che disegnavano bombe dalle forme strampalate e «circonfuse di fuoco»; attese Franco che, in brefotrofio, aveva contratto turbe psichiche e non sapeva tenere la penna in mano; attesero le femminucce che, a ricreazione, parlottavano della bambina uccisa dal bruto; attese Maria, la cui madre era stata uccisa dalla «Zefile» che non era il nome di una donna, ma quello di un malattia, la sifilide; attese la bambina che sembrava deficiente nella classe differenziata e portava a scuola uova e piume di uccelli, perché a casa vedeva grandi gabbie con canarini e pappagallini; attese anche la bimba che sembrava cieca e invece aveva solo bisogno di un paio di occhiali adatti alla sua debole vista; attese Elio, la cui madre si era impiccata davanti ai suoi occhi; attese Tonino che, scoprì la Bonanni, voleva solo tornare tra le braccia di sua madre, detenuta per aver ucciso il marito[11].

Erano tutti allievi della Bonanni, oppure ragazzi da lei incontrati al Tribunale minorile. Ella scrisse il 15 maggio 1960 a Geno Pampaloni: «Una esperienza acuita dal contatto diretto coi bambini, come maestra, e coi ragazzi passati davanti a un tribunale minorile dove sono stata per 18 anni. E quali anni: ci sono passati tutti i possibili casi umani, tranne forse i veri criminali. Ritengo che non ce ne siano, fra i ragazzi.» (Lettera 30).

Che fine aveva fatto il «fanciullino» di Pascoli, le cui poesie riempivano i libri di testo? Laudomia Bonanni fu bruscamente separata dai suoi alunni.

La Rossa, condannata a morte ne La rappresaglia e giustiziata appena aver messo al mondo una figlia, dice: «Ma è stato tagliato il cordone ombelicale e dobbiamo vivere e morire da soli.»[12]

             Laudomia Bonanni: una farfalla, volata via dal duplice bozzolo del dolore – visto e patito – che entrò nella storia della letteratura italiana.

 

Fausta Samaritani, Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni, 2011

La Repubblica Letteraria Italiana. Letteratura e Lingua Italiana online www.repubblicaletteraria.it

Testo pubblicato per la prima volta sul CDRom Affettuosamente Sua Laudomia Bonanni, N. 7 della Collana Web-ring Letterario, diretta da Fausta Samaritani, Repubblicaletteraria.it, 2011

Messo in rete il 15 ottobre 2015

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[1] I figli dei coloni italiani in Libia, portati in vacanza in Italia, dovevano rimanervi per una sola estate, ma la guerra ne impedì il ritorno a casa e rimasero sei anni in Italia.

[2] Laudomia Bonanni, La rappresaglia, a cura di Carlo De Matteis, L’Aquila, Textus, 2003, p. 6.

[3] Idem, p. XI.

[4] Roma, ACS, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Istruzione Elementare, Div. II, Trasferimenti, maestri, procedimenti epurazione, 1935-1950, b. 40.

[5] Gianfranco Giustizieri, “Io che ero una donna di domani”, cit., pp. 122 e 128.

[6] Laudomia Bonanni, Vietato ai minori, Bompiani, 1974, p. 224.

[7] Antonio Silveri (1887-1973), ispettore scolastico a L’Aquila, giudice onorario del Tribunale dei minori, direttore della rivista «Scuola e popolo».

[8] Gianfranco Giustizieri, “Io che ero una donna di domani”, cit., p. 129.

[9] Gianfranco Giustizieri, Laudomia Scrittrice senza tempo, cit., p. 20.

[10] Per i rapporti tra Laudomia Bonanni e Sibilla Aleramo cfr. Laudomia Bonanni, Epistolario, vol. I, cit., pp. 36-42 e 63-72. Si conobbero a maggio 1948 nel salotto Bellonci. Sibilla invitò Laudomia nella sua casa in via Margutta, per un lungo colloquio amichevole. Partita per un lungo giro propagandistico in Europa Sibilla, che aveva aderito al Pci, prese le distanze da Laudomia, ma anche dal salotto Bellonci, forse per ragioni di opportunità politica.

[11] Laudomia Bonanni, Vietato ai minori, cit., passim.

[12] Laudomia Bonanni, La rappresaglia, cit., p. 115.